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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 18 gennaio 2014

17 Gennaio 1961: Patrice Lumumba

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Venerdì 17 Gennaio 2014 07:03 
 
 
Il 17 gennaio 1961 Patrice Émery Lumumba, insieme a due suoi fedeli (Mpolo e Okito), fu trasferito in aereo a Elisabethville (l'attuale Lubumbashi), in Katanga, e consegnato nelle mani di Moïse Kapenda Tshombé. Era stato catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Joseph-Desiré Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu dell'Onu, stava per riparare a Stanleyville, al di là del fiume Sankuru. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, lungo di viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco su di lui e sui due suoi compagni. La mattina successiva i resti di Lumumba, Mpolo e Okito vengono fatti sparire nell'acido e molti dei sostenitori dell'indipendenza congolese giustiziati nei giorni seguenti con la partecipazione di mercenari belgi.
Tshombé è presente all'esecuzione. Lui, che appena sei mesi prima aveva promosso le sommosse nel Katanga, una regione meridionale del Congo belga scandalosamente ricca di minerali preziosi, decretandone la secessione al soldo del governo belga, della CIA e nel silenzio frastornante delle Nazioni Unite. Perché Patrice Lumumba, divenuto primo Primo Ministro del Congo indipendente il 23 giugno 1960 a capo del MCN (poi diventato MNCL, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione), aveva creato più di un fastidio alle politiche imperialiste dell'Occidente cosiddetto "democratico". Se le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un'indipendenza piena ed intera (una buona parte dell'amministrazione e i quadri dell'esercito restavano belgi), Lumumba sfidò l'ex potenza coloniale decretando l'africanizzazione dell'esercito e rendendo il popolo congolese il vero motore di questa storica indipendenza (a dispetto del re del Belgio, Baldovino, che con stile paternalistico aveva annunciato «Noi vi abbiamo aiutato a raggiungere l'indipendenza... »). Le parole di questo leader carismatico suonavano come un monito alle orecchie degli sfruttatori, dei coloni parassiti e dei politicanti ambigui del Congo indipendente (come ad esempio il Presidente Kasa-Vubu, che nel settembre non esiterà a revocare gli incarichi di Lumumba e degli altri ministri nazionalisti, salvo poi essere destituito dal parlamento poco dopo): «Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?».
Lumumba fu per questo molto rimpianto da tutta la comunità dei paesi non allineati e da numerosi esponenti politici (quali ad esempio Che Guevara che protestò vibrantemente contro il suo assassinio). In Lumumba, però, non individuiamo il profilo del classico rivoluzionario, non possiamo nemmeno arruolarlo tra le fila dei tanti intellettuali filosovietici di quegli anni, poiché egli non si definiva comunista: Lumumba era un'idealista profondamente convinto dei suoi principi, capace di radicalizzarsi nei discorsi e nei metodi quando le contingenze lo richiedevano.
La lettera scritta per la moglie poco prima di morire ci lascia il profilo più autentico di Patrice Lumumba, con tutti gli accenti che solitamente infiammavano i suoi discorsi: "Mia cara compagna, ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l'indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto a una vita onorevole, a una dignità senza macchia, a un'indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga e i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti e indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest'organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità e a macchiare la nostra indipendenza... Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E' il Congo, il nostro povero popolo... Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro... Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c'è libertà, senza giustizia non c'è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. Né le brutalità, né le sevizie né le torture mi hanno mai spinto a domandare la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la mia fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del mio paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri principi. La storia si pronuncerà un giorno, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Washington, a Parigi o alle Nazioni Unite, ma quella che si insegnerà nei paesi liberati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L'Africa scriverà la sua storia, una storia di gloria e di dignità a nord e a sud del Sahara. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà".
 
 
 
 
Fonte:
 
 
 
 
 

giovedì 2 gennaio 2014

REPUBBLICA CENTRAFRICANA: VIOLENZE E TENSIONI FRA GLI SFOLLATI - TUTTI I LINK DI EMERGENCY DALL'INIZIO DELLA CRISI

 


gennaio 2, 2014 - 16:50


Altre centinaia di civili hanno raggiunto il campo sfollati situato nei pressi dell’aeroporto di Bangui per mettersi al riparo da nuovi attacchi e rappresaglie tra esponenti dell’ex coalizione ribelle Seleka e miliziani Anti-Balaka. Le ultime violenze, che si sono verificate ieri nella quinta circoscrizione della capitale, hanno causato una vittima e una quindicina di feriti, di cui tre bambini. In base ad alcuni testimoni locali, uomini della Seleka (a maggioranza musulmana) in abiti civili avrebbero lanciato ordigni contro abitazioni di cristiani, suscitando l’ira di giovani che hanno replicato all’aggressione appiccando il fuoco a decine di case di musulmani. In un’ora 16 persone sono state ricoverate nella struttura allestita da Medici senza frontiere (Msf) dove sono stati curati i civili feriti da arma da fuoco e da schegge di munizioni. Martedì nello stesso presidio medico improvvisato un neonato di sei mesi è deceduto dopo essere stato raggiunto da un proiettile.
Al di là della paura e delle condizioni di vita quotidiana sempre più difficili, nel campo sfollati dell’aeroporto stanno anche aumentando tensioni e sospetti a causa della presunta infiltrazione di ex Seleka, costringendo Msf ad evacuare il proprio personale medico-sanitario. Martedì centinaia di centrafricani hanno invaso le piste dell’aeroporto di Bangui per protestare contro l’insicurezza e le cattive condizioni di vita, auspicando operazioni di disarmo degli ex ribelli “più celeri”.
Fonti di stampa locale hanno inoltre riferito che pur essendo collocato nei pressi della base dei soldati francesi dell’operazione Sangaris e della forza panafricana della Misca, nessun militare sta vigilando sull’immenso campo sfollati. Questo vuoto di sicurezza unito al perdurare degli scontri intercomunitari stanno alimentando crescente preoccupazione degli operatori umanitari che chiedono un intervento rapido dell’Onu. L’insicurezza diffusa sta rallentando, o addirittura impedendo in alcuni quartieri, la consegna di cibo, acqua e medicinali oltre che l’assistenza sanitaria nei 60 siti che in tutto ospitano più di 370.000 sfollati. A questi si aggiungono altre centinaia di migliaia di persone che da mesi si sono rifugiate nelle foreste alle porte della capitale.
Hanno invece scelto la strada dell’esodo almeno 10.000 ciadiani che da anni erano stabiliti in Centrafrica, tornati in patria nei giorni scorsi con ogni mezzo possibile. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello a favore di un sostegno umanitario alle autorità di N’Djamena per aiutarle a far fronte al ritorno in massa di civili che potrebbe costituire una nuova fonte di tensione nel confinante Ciad. Un altro fronte caldo è la frontiera col Camerun dove sono stati segnalati nuovi attacchi attribuiti ad assalitori centrafricani – presumibilmente della Seleka – contro alcuni villaggi dell’est camerunense saccheggiati in modo sistematico. Le truppe di Yaoundé sono intervenute, uccidendo un assalitore e arrestando una decina di uomini armati.
Intanto sul fronte diplomatico la crisi centrafricana è al centro dell’agenda dei paesi dell’Africa centrale e della Francia. Il presidente congolese Denis Sassou Nguesso – mediatore regionale – si è detto “preoccupato per la possibile implosione del Centrafrica, a causa della presenza di forze negative, con conseguenze molto gravi anche oltre l’Africa centrale”. Il Centrafrica è il tema centrale della visita avviata dal ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian, arrivato oggi a Bangui, dopo una tappa a N’Djamena e prima di incontrare i capi di Stato del Gabon e della Repubblica del Congo. Dal suo esilio l’ex presidente François Bozizé – destituito dalla Seleka con un colpo di stato lo scorso marzo – ha chiesto al suo successore Michel Djotodia, “il cui nome è sinonimo di caos”, di rassegnare le dimissioni.

[VV]

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Fonte:

http://www.misna.org/altro/bangui-nuove-violenze-tensioni-tra-gli-sfollati-02-01-2014-813.html 





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Di seguito i link di Emergency dall'inizio della crisi nella Repubblica Centrafricana:







Crisi in Repubblica Centrafricana

 

29 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: il senso del nostro essere a Bangui
 28 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: oltre 30 bambini feriti da arma da fuoco, razzi, granate e machete operati nell'ultimo mese
22 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: sempre più difficile la situazione a Bangui
20 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: un nuovo intervento di Emergency vicino a Bangui
17 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: dal Centro pediatrico di Bangui
13 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: i medici di Emergency continuano a garantire cure ai bambini
11 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana - da Bangui
8 dicembre - Bangui: nella zona dell'aeroporto, tra tende e baracche di fortuna, sono moltissimi i bambini
7 dicembre - SEMPRE PIÙ DRAMMATICA LA SITUAZIONE A BANGUI
5 dicembre - «Si sentono gli spari, sono vicinissimi»
5 dicembre - A BANGUI SI COMBATTE DA QUESTA MATTINA
3 dicembre - STRAGE DI BAMBINI IN REPUBBLICA CENTRAFRICANA, I FERITI PORTATI ALL'OSPEDALE DI EMERGENCY
3 dicembre - Repubblica Centrafricana, una strana calma latente
27 novembre - Repubblica Centrafricana, la situazione è sempre più grave
19 novembre - Al lavoro a Bangui, per garantire le cure a chi ha bisogno


Fonte:

martedì 20 dicembre 2011

SINDACO TEL AVIV: CACCIAMO VIA I MIGRANTI

Sono circa 1200 i migranti africani che arrivano dal Sinai ogni mese. Una presenza sempre meno accettata dalle autorità israeliane, che per arginare l' "invasione" hanno accelerato i lavori di costruzione della barriera lungo il confine con l'Egitto.

GIORGIA GRIFONI

Roma, 7 dicembre 2011, Nena News. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, li chiama “infiltrati”. Per il premier Benjamin Netanyahu sono invece “una minaccia per il tessuto economico, sociale e demografico su cui si basa lo stato di Israele”. Il primo cittadino della capitale dichiara allarmato che “stanno cambiando il volto di interi quartieri”, mentre il presidente del Consiglio assicura la determinazione nel “difendere i nostri confini e l’esistenza dei nostri cittadini”. Si punta il dito di nuovo contro gli immigrati, in Israele. Non quelli ebrei che compiono l’aliya per tornare “a casa”, ai quali viene fornito un “Klita” (cestino) contenente tutti i benefici –dal lavoro, alla casa, ai corsi di ebraico- che un ebreo che immigra in Israele si merita. Ma quelli che vengono dall’Africa – principalmente Eritrea, Sudan e Congo- e varcano la frontiera con il Sinai da “rifugiati”. E che presto saranno tenuti fuori dai confini da una recinzione lunga 240 km.
E’ di sabato la lettera che il sindaco di Tel Aviv ha inviato al suo primo ministro, chiedendo un meeting urgente sui migranti stranieri in Israele.  Netanyahu ha risposto repentinamente dedicando la riunione di gabinetto di domenica 4 dicembre alla questione.  “Alcuni giorni fa ho visitato Eilat – ha esordito il premier davanti agli altri ministri- e ho ascoltato il pianto dei residenti per una città inondata dagli infiltrati illegali. Bisogna stare lì ad ascoltare la disperazione delle madri, dei padri, dei titolari di aziende, i cui lavori sono stati portati via e che sentono che stanno perdendo la loro città”. Ha promesso due cose: il completamento della barriera di separazione tra il Sinai egiziano e il deserto del Negev entro un anno, e multe salate per quei datori di lavoro che impiegano manodopera immigrata illegalmente.
Secondo fonti governative, ogni mese in Israele entrerebbero illegalmente circa 1200 migranti. Spesso superstiti dei “campi della morte” del Sinai, vengono condotti in centri di detenzione come la prigione di Saharonim. Le autorità non si preoccupano di verificare lo status del profugo, sia esso richiedente asilo o meno. Il risultato è che, una volta rilasciata, la fiumana di migranti si riversa nelle grandi città israeliane senza diritti né identità. Sostituti – a partire dallo scoppio della seconda Intifada- dei Palestinesi nei lavori agricoli ed edili, i “clandestini” sono stati tollerati dalle autorità fino a quando il loro numero non ha cominciato a minacciare la preponderanza demografica ebraica.
Le stime indicano infatti che, dal 2007 a oggi, il numero degli emigrati israeliani continua a crescere rispetto ai nuovi immigrati ebrei, principalmente provenienti dalle ex-repubbliche sovietiche. Netanyahu ha specificato più volte che vuole “preservare una maggioranza ebraica, tale da assicurare a Israele il suo carattere ebraico”. E il suo ministro degli esteri, il leader del partito ultra-ortodosso Shas Eli Yishai ha più volte tentato di espellere intere famiglie di immigrati africani, non riuscendoci solo per interposizione delle associazioni per i diritti umani. Durante l’era Mubarak, Israele era solito rimandare al mittente molti dei rifugiati, che dall’Egitto venivano rispediti nei loro paesi d’origine. Ma ora che il fidato vicino non c’è più, la situazione si complica. Ed è qui che interviene la barriera di separazione dall’Egitto, che viene costruita al ritmo di 800 metri al giorno.
Secondo il comune di Tel Aviv, sarebbero circa 40mila i lavoratori migranti e 20mila i richiedenti asilo presenti in città. Vivono quasi tutti nel sud di Tel Aviv, tra il quartiere di Neva Sha’anan e il sobborgo di Hatikva. Zone che, secondo Huldai, stanno cambiando aspetto e vanno salvate. “L’anno scorso –spiega Shula Keshet, attivista israeliana residente a Neve Sha’anan- durante le celebrazioni per il centenario della fondazione di Tel Aviv, Huldai è venuto qui ed è rimasto scioccato. Ha detto che questo quartiere necessita di molti fondi. Ci ha dato un milione di shekel, con cui puoi riparare qualche marciapiede, mettere delle panchine e un paio di lampioni. Per i festeggiamenti, invece, ha stanziato 64 milioni. Poi quest’estate, quando ha smantellato tutte le tendopoli delle proteste, ha deciso di lasciare in piedi solo quelle di Hatikva e di Jaffa, perché c’erano dei barboni. Gli ho fatto notare come qui fosse la stessa cosa. Lui ha risposto: tra di voi ci sono anche rifugiati. E non ci sono ebrei”.
Con cadenza annuale gli immigrati vengono utilizzati dalle autorità israeliane come spauracchio quando, spiega Oscar Olivier, attivista congolese immigrato in Israele, “un politico non adempie alle proprie promesse”. Come Huldai -odiato dal movimento di protesta degli “indignados” per le sue controverse politiche urbanistiche- che cerca mobilitare gli israeliani che vivono nei quartieri poveri contro i migranti, attribuendo loro la colpa di un degrado che è dovuto, in realtà, all’indifferenza del Comune. Una municipalità che verrà rinnovata nel 2013, della quale Huldai ha già perso la maggioranza in consiglio comunale e dove rischia di non essere eletto per la quarta volta consecutiva.  Oppure un diversivo, come specifica l’attivista Nadav Franckovich, “perchè si devono coprire un po’ gli occhi all’opinione pubblica sulla legislazione anti-democratica proposta dal Governo. Una legislazione che delegittima le organizzazioni -tra le altre- che aiutano i rifugiati”. Nena News

Fonte:

http://nena-news.globalist.it/?p=15306