Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 27 aprile 2013

Chernobyl




Tratto da "Gaia - Il Pianeta che vive" di Mario Tozzi, 2005.

La notte del 25 Aprile 1986 esplose il reattore nucleare di Chernobyl, in Ucraina, al confine con la Bielorussia. L'esplosione avvenne in seguito a gravi errori di valutazione, in seguito ad una esercitazione di simulazione di un incidente.

Il video mostra le fasi dell'incidente, la diffusione della nube tossica nell'intero pianeta, l'evacuazione di intere città e gli effetti terribili delle radiazioni sui primi soccorritori e sui soldati che costruirono il "sarcofago". Le crude immagini di repertorio ci danno un'idea della tragedia che si è consumata, i cui effetti sono visibili ancora oggi. Un vasto territorio è ancora totalmente contaminato e c'è un incremento esponenziale di tumori e leucemie nelle popolazioni limitrofe. Attualmente i più colpiti sono i bambini.

Il filmato si conclude con gli ancora insoluti interrogativi circa l'uso dell'energia nucleare, primo fra tutti il problema delle scorie, che nessuno è mai riuscito a risolvere

lunedì 10 settembre 2012

Mauro Rostagno






Mauro Rostagno, una voce scomoda
Marco Rizzo
Fonte: Pubblicato su L'Isola Possibile n.52 del maggio 2008

Era più buio del solito, in quella stradina di campagna in contrada Lenzi, ai piedi del Monte Erice. Era il 22 settembre del 1988, Trapani era molto diversa: non accoglieva ancora i visitatori con il cartello "La città della vela", aveva appena cominciato a espandersi a suon di palazzoni nella periferia e c'erano ben tre reti locali. Una di queste era la combattiva Rtc. Da quei microfoni, un carismatico giornalista milanese lanciava accuse contro la mafia e gli imprenditori e i politici conniventi. Si chiamava Mauro Rostagno, e stava attraversando quella "trazzera" accompagnato dalla collaboratrice Monica Serra, proprio quella notte. Monica era una delle ragazze della comunità per tossicodipendenti Saman, co-fondata dal poliedrico Rostagno. Ed è proprio lì che stavano per arrivare: avevano lasciato poco prima la sede di Rtc, e si erano addentrati in quell'insolito buio. La Fiat Duna bianca di Mauro passa affianco ad una golf parcheggiata su un lato. Una Fiat Uno supera l'auto di Rostagno e gli taglia la strada. Alcuni uomini, forse addirittura sette, circondano l'auto. È un agguato: Rostagno spinge istintivamente Monica sotto il cruscotto, e muore ucciso da due colpi di una calibro 38. Tra le armi, anche due fucili, che esplodono dei colpi che (quasi miracolosamente!) non colpiscono la Serra, circostanza che porterà in futuro a dubitare della testimonianza della giovane. Prima di scappare, i killer hanno il tempo di sfondare con il calcio del fucile il finestrino posteriore lato guidatore, rovistare nella borsa che Mauro teneva sempre con sé, e prendere qualcosa. E nelle stesse ore, qualcuno rovistava nel suo ufficio a Rtc, sempre alla ricerca di qualcosa. Che cosa? È un mistero. È uno dei tanti misteri che porta a dubitare della tesi dell'agguato mafioso. Nonostante a sparare (è stato confermato di recente) siano state delle armi già coinvolte in almeno un'altra aggressione firmata Cosa Nostra, quella del giovane poliziotto Giuseppe Montalto, per la quale è condannato all'ergastolo il killer Vito Mazzara. A rivelarlo, è una nuova perizia balistica, disponibile dopo il prolungamento di sei mesi delle indagini dopo il rischio archiviazione di qualche mese fa. E in effetti, di mano mafiosa, si parlò subito. Era inevitabile, quasi scontato: fino a quella sera stessa, Rostagno si era scagliato contro Cosa Nostra, condannando gli omicidi del giudice Saetta e del figlio Stefano, ad Agrigento. E in effetti la mafia trapanese, in quegli anni sotto il comando del boss Vincenzo Virga, 12 giorni prima non aveva esitato a eliminare un magistrato in pensione, Alberto Giacomelli. Chicca Roveri, la compagna di Rostagno, dichiarò poche settimane dopo l'omicidio che la pista da battere era quella mafiosa, e che ogni altro tentativo, da parte di alcuni, di trovare altri moventi faceva "parte di un disegno colluso, interessato, fiancheggiatore della piovra". Di mafia parla l'allora capo della mobile Rino Germanà. Lo sostiene la Procura di Palermo, che ha virato le indagini su quelle tracce piuttosto che sulle altre ipotesi allora battute a Trapani. Anche i pentiti parlano di mafia, da Angelo Siino a Giovanni Brusca: ma non sono ritenuti affidabili. Lo dice lo stesso pm Antonio Ingoia, che oggi segue il caso: "C'è un collaboratore di giustizia, ad esempio, che dice che Virga non ne sapeva nulla. Anzi, a suo dire il boss era rimasto contrariato dalla vicenda perché avrebbe attirato le attenzioni su Trapani". Però proprio intorno a Virga e ai suoi uomini poggia la tesi mafiosa. In particolare su Vincenzo Mastrantonio, tecnico dell'Enel nella contrada Lenzi, e soprattutto, autista del boss. Potrebbe essere stato lui a staccare la luce nella zona la notte dell'agguato. Anche se, stando agli atti ufficiali, erano state delle infiltrazioni d'acqua dovute alla pioggia ad avere mandato in corto circuito la centralina. Peccato che a Trapani non piovesse da parecchi giorni, e peccato che Mastrantonio fu trovato morto otto mesi dopo quel 26 settembre. E la Uno, venne trovata abbandonata e bruciata pochi giorni dopo. Tutto secondo il copione.
Ma qualcosa non quadra. Troppe persone, presenti e a sparare: non coincide con il modus operandi di Cosa Nostra. Così come è strano che la Serra sia stata lasciata viva "perché non interessavo a nessuno", come disse lei stessa. E secondo l'allora comandante dei carabinieri a Trapani Nazzareno Montanti, a gestire l'agguato non erano stati dei professionisti: un fucile scoppia in mano a uno dei killer, si crea confusione, viene scelta una strada più trafficata rispetto a quelle percorse fino a pochi minuti prima dalla Duna bianca.
Negli anni, si faranno tante altre ipotesi, legate a filo doppio con il complesso passato di Mauro Rostagno. Nato a Torino nel '42, gira il mondo, fa mille professioni, conquista donne. Studia sociologia, a Trento, ed è uno dei fondatori dell'Università della contestazione con Renato Curcio. In seguito diventa uno dei leader e degli ideologi di Lotta Continua con Adriano Sofri prima, e uno degli animatori dello storico centro sociale "Macondo" di Milano, dopo. A fine anni '70, un viaggio spirituale alla corte del santone Bhagwan Shree Rajneesh Osho lo fa entrare nel movimento dei pacifisti "arancioni": un'esperienza che lo porterà a fondare una delle prime comunità per tossicodipendenti in Italia, insieme alla compagna Chicca Roveri e al "guru" Francesco Cardella.
Una vita, quella di Rostagno, che offre tanti spunti, anche per le teorie intorno ai mandanti del suo omicidio. Per anni, ha tenuto banco l'ipotesi di una resa dei conti interna agli ex-militanti di Lotta Continua. Leonardo Marino, uno che secondo Rostagno "a Lc non contava niente", si era autoaccusato dell'uccisione del commissario Luigi Calabresi, e aveva tirato in ballo alcuni membri, tra cui il giornalista di Rtc. Ma l'ipotesi di un omicidio voluto dai vecchi compagni è stata considerata sempre meno credibile col passare degli anni, nonostante si leghi all'idea che a sparare non siano stati dei killer professionisti della mafia. È la stessa considerazione alla base di un'altra ipotesi, che riteneva che il delitto fosse maturato all'interno della Saman, in particolare con la regia occulta del trapanese Cardella. Editore di porno capace di pubblicare anche Bulgakov e Marquez, confidente e sostenitore di Bettino Craxi, faccendiere, truffatore. Una persona facilmente descrivibile come inaffidabile, ma per anni "il miglior amico di Rostagno", come dice lui stesso. Si teorizzarono diverse motivazioni, tutte riconducibili a Francesco Cardella: un delitto passionale, la necessità di fare fuori l'amico per scappare con il malloppo delle donazioni alla comunità, segreti scoperti da Rostagno che dovevano restare tali. Cardella rimase per anni latitante in Nicaragua, e quando tornò, non aveva granché da raccontare se non la sua idea sulla pista mafiosa e gli aneddoti dei pomeriggi ad Hammamet con Craxi.
Ma c'è un altro retroscena, nel caso Rostagno, che prende sempre più piede. E che tutto sommato, potrebbe coincidere con le scoperte recenti che spingono verso la pista mafiosa. Si tratta di un intreccio che coinvolge, oltre al sociologo, la reporter del Tg3 Ilaria Alpi, i servizi segreti deviati, i massoni della potente loggia Iside2 di Trapani, la base della Gladio "Scorpio" nella città, e un traffico d'armi tra l'Italia e l'Africa. Un corridoio che passava dal piccolo aeroporto della Gladio a Kinisia, vicino Trapani, e che secondo il collega e amico di Rostagno Sergio Di Cori, sarebbe stato immortalato da Mauro pochi mesi prima della sua uccisione. Immagini di aerei militari, o elicotteri, che scaricano riso e farmaci e caricano kalashnikov e mine. Armi da regalare ai signori della guerra della polveriera africana, in cambio di terra; sotto la quale nascondere rifiuti tossici e scorie industriali provenienti da mezza Europa. Lo stesso scoop che nel 1994 avrebbe portato all'omicidio della Alpi e del cameraman Miran Hrovatin.
Mauro, dice Di Cori e dicono altri testimoni sentiti dall'allora procuratore , non si separava mai da quella videocassetta. Anzi, avrebbe anche detto di avere un grosso scoop per le mani. Voci dicono che ne abbia parlato anche con il magistrato Giovanni Falcone. Una verità scomoda tra le mani di un uomo scomodo. Una delle tante verità custodite da un giornalista che avrebbe potuto "far tremare l'Italia" (come pare abbia detto) e che è stato zittito: di quella cassetta, sempre che esista, non ci sono tracce. Che sia stata presa dai killer? Che sia quello l'oggetto rubato dal sedile posteriore della Duna e cercato nel suo ufficio? Che gli interessi della mafia e dei fantomatici "poteri occulti", come troppo spesso pare, abbiano coinciso con la morte di Rostagno?
Non ci è dato saperlo. I familiari, gli amici, i conoscenti, e chi porta ancora avanti il ricordo e le lotte di Rostagno (come Libera e l'associazione Ciao Mauro), di volta in volta propongono iniziative per ricordarlo o per stimolare la magistratura. Sullo sfondo, una città complessa e sfaccettata come Trapani, che troppo spesso, però, avverte la mancanza delle strigliate di quel giornalista del nord che tanto aveva capito dei siciliani.
Marco Rizzo
NOTA: Pubblicato su L'Isola Possibile n.52 del maggio 2008

Fonte:

martedì 20 marzo 2012

L'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin



Di Francesco "baro" Barilli
24 settembre 2003
(n.d.a.: l'articolo è precedente l'inizio dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta dall'on. Taormina. I contenuti dell'articolo, conseguentemente, prescindono dalle conclusioni di tale Commissione).

20 marzo 1994. L'Italia sta vivendo ancora il "ciclone tangentopoli". Già da un paio d'anni le cronache denunciano un sistema "sotterraneo" (ma non troppo...) che inquina la vita politica ed economica italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo interesse, scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma quel giorno l'Italia è scossa da un altro avvenimento, solo apparentemente legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del TG3 ILARIA ALPI e l'operatore MIRAN HROVATIN vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia.
Perché ho deciso di accostare due argomenti così distinti in apparenza, come tangentopoli ed il duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in realtà anni di indagini e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio dei genitori di Ilaria e alla professionalità di alcuni giornalisti) hanno dimostrato che l'omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistramente vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo torneremo più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.

***
L'AGGUATO

Già i primi "lanci" ANSA furono chiari su quanto avvenuto a Mogadiscio: un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land Rover seguì, sorpassò e bloccò l'auto con a bordo i due giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un autista). L'uomo di scorta e l'autista riuscirono a scendere e ad allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati a distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto), entrambi al capo. L'agguato avvenne poco distante dall'Hotel dove i due giornalisti erano diretti. Ricordiamo che proprio per quei giorni era previsto il ritorno in Patria del contingente italiano impegnato nella missione di pace "Restore Hope" in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia.
Per una volta sembra che proprio la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e che, conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli sia concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell'attesa dell'auto con i due giornalisti; un inseguimento; un'aggressione mirata (ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti scendono illese); non esistono prove di furti o altro che sottendessero l'azione criminale; al momento dell'omicidio pressochè tutto il contingente militare italiano era già imbarcato sulla nave "Garibaldi" in vista del ritorno in Italia, ed anche questo fa pensare ad un'accuratezza nella scelta dei tempi dell'agguato. Si tratta di un'esecuzione in piena regola, insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi... E ogni esecuzione ha, di norma, dei mandanti... Ma nonostante questa iniziale chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata ad essere inquinata dalle solite "stranezze" tutte italiane, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi, errori ed omissioni.
Si arriverà alle ipotesi più disparate: un tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia; oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti occidentale) da parte di fondamentalisti islamici.
Un capitolo a parte lo merita la cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non proprio edificanti di cui si rese protagonista il contingente militare italiano in Somalia. La affronterò quindi in seguito, nella parte in cui tenterò di ricostruire il contesto ambientale della Somalia di quegli anni.

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I DEPISTAGGI

Ma torniamo ora alle "stranezze" cui accennavo in precedenza... Queste cominciano subito dopo l'omicidio: il 22 marzo vengono consegnati ai genitori di Ilaria gli effetti personali della figlia, ma la borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di sigilli, come avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi Alpi non possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da quei bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i colleghi di Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali, quella certezza si materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria durante la permanenza in Somalia 3 sono spariti; così pure "spariscono" 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e alcune foto delle salme scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina fotografica di Ilaria... E tutte queste sparizioni avvengono sull'aereo che riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un contesto che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e sicurezza). Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che vennero trattenuti dall'ambasciatore Umberto Plaja e restituiti all'allora Presidente della RAI Demattè con strascico (dopo altri mesi) di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che adduceva "motivi umanitari" che avrebbero portato alla decisione di trattenere momentaneamente quei documenti.
Ma questo è solo l'inizio...
Quante volte ho dovuto usare parole come quelle usate in precedenza (silenzi, errori ed omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di Peppino Impastato come di Carlo Giuliani... Devo farlo anche stavolta, cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del contingente italiano nell'immediatezza del fatto) giunse a fornire, in una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell'evento non rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che lo stesso generale fornì allo Stato Maggiore dell'esercito con relazione del 1° giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico spiacevole: Luciana Alpi contestò quelle falsità e quelle contraddizioni pubblicamente, ed il Gen. Fiore querelò la madre di Ilaria, generando così una situazione a dir poco paradossale: per molti mesi la sig.a Alpi divenne l'unica indagata (per diffamazione) in relazione all'omicidio della figlia, mentre ancora restavano senza un nome i protagonisti dell'omicidio. Per fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere" in quanto il fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente la non correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.
Ma l'inchiesta arriverà ad altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un unico colpo vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con un'ipotesi che non aveva neppure il pregio dell'originalità (ricordate la teoria della pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e soprattutto cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell'immediatezza dell'evento era apparsa chiaramente: un'esecuzione verso un bersaglio preciso e non una tragica fatalità; un'esecuzione per scopi magari ancora non del tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.