Il 13 gennaio, dopo un coma
durato otto mesi, e' morto Tom Hurndall, il pacifista britannico colpito
alla testa dall'esercito israeliano l'11 aprile scorso, mentre tentava
di proteggere alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Rafah,
nella Striscia di Gaza. L'unica arma di Tom era la sua macchina
fotografica. Per ricordare questo ragazzo e le ragioni che lo hanno
portato a mettere in gioco la sua stessa vita, PeaceLink ha tradotto in
italiano un discorso pubblico di Jocelyn Hurndall, la madre di Tom.
Tom
Hurndall, il pacifista britannico colpito alla testa dall'esercito
israeliano l'11 aprile 2004, mentre tentava di proteggere alcuni bambini
palestinesi nel campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza.
Sono la madre di Tom Hurndall, il giornalista fotografo di 21 anni che
e' stato colpito alla testa e ferito gravemente dalle Forze di Difesa
israeliane nella striscia di Gaza l'11 Aprile.
Tom e' stato colpito mentre stava cercando di mettere in salvo dei
bambini che giocavano su un cumulo di macerie mentre venivano sparati
dei colpi contro di loro.
Tutto questo e' accaduto in piena luce e Tom indossava una giacca
arancione fosforescente da attivista, riconosciuta a livello
internazionale. Tom ha subito danni cerebrali gravissimi e non c'e'
speranza che possa recuperare.
Era un giovane di ferma convinzione, che desiderava affrontare le
situazioni e, come lui stesso ha scritto, "procedere al passo
successivo". Questo era lo spirito con cui Tom prese parte alla protesta
"Stop the War" (Fermate la Guerra) in febbraio, poi si uni' agli Scudi
Umani a Bagdad, lavoro' nel campo profughi Al Rweished in Giordania
trasportando attrezzature mediche, e infine ando' nei territori occupati
nella striscia di Gaza.
Siamo fortunati ad avere i suoi diari-resoconti e centinaia di fotografie scattate in quel periodo.
I suoi diari-resoconti sono un ritratto commovente del viaggio di un giovane coraggioso in cerca della verita'.
Egli era profondamente consapevole dei pericoli, ma ancora piu' forte in
lui era il desiderio di vedere di persona il rovescio della medaglia di
ogni situazione, e questo era quello che piu' lo caratterizzava. Voleva
essere perspicace e allo stesso tempo mantenersi critico su tutto
quello che sentiva.
Attraverso le sue fotografie e i suoi scritti, voleva, come lui stesso ha scritto, "fare la differenza".
La bellezza dei suoi scritti sta nel fatto che esprimono apertamente il
pensiero e i sentimenti di un giovane informato sulla situazione in
Medio Oriente, pur rimanendo scevri dalle limitazioni tipiche di
qualsivoglia fede politica.
Tom stava consapevolmente percorrendo la sua strada, che lo portava a
separare nettamente la propaganda e le reazioni emotive dai fatti, allo
scopo di arrivare a conclusioni ponderate e personali.
Questo coerente percorso mostra perfettamente dove Tom stava tentando di andare, e come, e dove sarebbe effettivamente arrivato.
Il senso piu' profondo del suo credo lo si coglie nell'importanza che
lui dava all'essere strettamente in contatto con qualcosa di piu' che
non i semplici fatti, per quanto accuratamente riportati. Lui infatti,
quando pensava a quale poteva essere l'efficacia del giornalismo di
guerra, dava un grande valore a cio' che provano gli altri. Era proprio
questo, quel bisogno di essere in contatto con cio' che prova la gente,
che lo porto' a credere che un altro modo di trattare la guerra in Iraq
era possibile.
Quando la guerra stava per cominciare, Tom scrisse: "Abbiamo guardato
avidamente Bush che alle 3 di mattina della notte scorsa dava il suo
ultimatum a Bagdad. Era uno di quei momenti che tracciano una linea di
demarcazione, che io non dimentichero' mai..e mi domandavo.immaginando
se fossi nella parte del mondo che stava per subire quella feroce
potenza, che questi diceva sarebbe giunta sulla regione.Mi sembrava di
poter sentire tutte insieme le grida dei feriti e dei morenti: risultato
di quelle pacate e serene parole che questi aveva pronunciato con tale
ponderata determinazione. Sebbene sapessi che era tutto nella mia mente,
sembrava cosi ' vero, e per un attimo ogni argomentazione e
giustificazione ha abbandonato i miei pensieri. Nella mia mente c'era
quiete, e tutto cio' che potevo sentire era il pianto di migliaia di
persone. Ho dovuto trattenere le lacrime".
Tom dunque viaggio' fino a Rafah, nella punta meridionale della striscia
di Gaza, dove le sue e-mail assunsero un tono diverso, e, nel
complesso, di maggiore urgenza.
Scriveva: "Nessuno potrebbe dire che io non sto vedendo cio' che adesso
era necessario vedere", tale era il livello di disumanita' e oppressione
di cui era testimone.
Ma anche allora lui continuo' a porsi domande, determinato a non
giudicare. Anche fino al giorno prima di essere colpito, nella penultima
giornata del suo diario-resoconto, Tom fa riferimento alla necessita'
di distinguere la propaganda dai fatti. Comunque trovava sempre piu'
difficile non essere di parte.
Nelle 7 settimane che abbiamo passato in Israele, quando Tom era all'
ospedale, ho incontrato molte altre madri, israeliane e palestinesi, che
avevano perso i loro figli e le loro figlie. Ho ascoltato molte storie
toccanti e personali.
Parlo semplicemente come una di quelle madri: come spieghi a due giovani
fratelli affezionatissimi e ad una sorella piu' grande che ci sono
persone nel mondo, come Tom, che danno un valore cosi' alto alla vita,
che la amano cosi' tanto, che la loro vocazione piu' profonda li porta
ad avventurarsi alla ricerca della verita'?
Tom ci chiedeva questo: "di comprendere, per favore, che non farlo avrebbe significato semplicemente non essere me stesso".
Trovo una grande ispirazione ad immaginare progetti di cooperazione tra palestinesi e israeliani che sviluppino una cultura di tolleranza in cui
le persone si ascoltano, lavorano insieme, si considerano come
individui con abilita' e qualita', piuttosto che considerarsi solo come
membri di opposte fazioni secondo una visione ristretta.
Recentemente sono andata ad un concerto alla Albert Hall: l'orchestra,
piena di talenti, e' stata fondata da Edward Said, che e' morto ieri ed
e' la perdita maggiore per la causa dei territori occupati, e Daniel
Baremboim, ed e' composta da giovani musicisti israeliani e palestinesi.
Fanno concerti nei paesi arabi allo scopo di diffondere un messaggio
rivolto a tutti. Un altro progetto attualmente porta avanti una
spedizione tra i ghiacci che coinvolge palestinesi e israeliani, una
vera sfida, ed e' stata chiamata giustamente "Rompere il Ghiaccio".
Iniziative comuni che si basano sull'uso della musica, della
letteratura, del lavoro di gruppo mi sembrano modi efficaci ed umani
per aiutare a ricomporre fazioni opposte. Io sono impegnata a trovare un
progetto che possa nascere sotto il nome di Tom e dare un contributo a
questo tipo di approccio illuminato, creativo e partecipativo.
Tom ha scritto: "Che conseguenze avra' sulla mente di un bambino,
crescere in queste condizioni? Non posso immaginare le lacrime che hanno
versato e cosa hanno pensato di dover diventare anche solo per
sopravvivere".
I nostri stessi bambini sono sensibilizzati e si sentono responsabili di
dover fare il possibile- sia che siamo inglesi, americani, iracheni,
palestinesi o israeliani.
Tom, come altri prima di lui, ha lasciato le sicurezze del suo paese per
documentare le ingiustizie e la disumanita' che hanno luogo nei
territori occupati.
Lui voleva comprendere appieno le responsabilita' del suo paese e fare
uso della scrittura e della fotografia per tornare a casa con una gran
quantita' di storie di persone.
Questo e' il suo contributo, che ci aiuta a percepire e partecipare
della realta' della vita nella striscia di Gaza, cosicche' possiamo, a
nostra volta, sentire e poi agire.