Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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venerdì 3 gennaio 2014

GAZA. LA SOLIDARIETA' ITALIANA CONTRO L'EMBARGO VERSO I PALESTINESI

Venerdì, 03 Gennaio 2014 19:11

Di 


Gaza. La solidarietà italiana contro l'embargo verso i palestinesi


La delegazione italiana entrata ieri a Gaza ha proseguito le sue attività nella Striscia, in barba ai bombardamenti israeliani della notte scorsa. Stamattina (3 gennaio) i delegati si sono recati all'ospedale Al Awda per consegnare gli aiuti che sono stati raccolti in decine di iniziative organizzate in molte città italiane per tutto il 2013. Ricordiamo che l'ospedale Al Awda era stato gravemente danneggiato nel corso dell'aggressione israeliana del 2008-2009. La delegazione italiana, dopo aver consegnato all'ospedale Al Awda gli aiuti portati dall'Italia (vedi foto) ha proseguito le sue attività con la visita al campo profughi di Jabalya, a circa tre chilometri dalla cittadina omonima, nel nord della Striscia di Gaza. L'obiettivo principale della delegazione è infatti quello di riportare l'attenzione sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi,come punto irremovibile e centrale per il futuro del popolo palestinese.



 
Fonte:


giovedì 29 agosto 2013

"E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole": una riflessione sull'imminente attacco sulla Siria




E alla fine il momento arrivò. Dopo due anni e mezzo di sangue e oltre 120mila morti, l’opinione pubblica scoprì che in Siria era in atto un massacro. E via di inni pacifisti, di post contro Obama, di “vi-siete-dimenticati-dell’Iraq?” vari. Per carità, ben venga alimentare un sentimento condiviso contro la guerra, al cui sviluppo il nostro giornale non si è sicuramente tirato indietro. E mi ritrovo pienamente in accordo con la linea di Emergency, che dice: “Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi”. Ma dove siamo stati, noi tutti, negli scorsi due anni e mezzo?
L’intervento paventato di Obama fa rabbrividire e abbiamo ancora tutti negli occhi, come una terribile sequenza di scene agghiaccianti tratte da un film dell’orrore, la distruzione “salvifica” in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia. Solo per rimanere nella contemporaneità e non citare altri ben noti esempi ancora vivi nell’immaginario collettivo. Da spettatori impotenti non possiamo che ridurre la Siria, i suoi morti e il suo futuro a un mero esercizio intellettuale da bistrot, di quelli che si fanno quando si è già detto tutto su calcio, meteo e Berlusconi. Nel nostro chiacchiericcio si formano fondamentalmente due schiere: quelli che “la guerra è brutta ma dobbiamo fermare un dittatore che sta sterminando il suo popolo” e quelli che “è tutto un bluff imperialista, c’è di mezzo anche il Mossad e Assad è amato dal suo popolo”. E via, in questo secondo caso, all’esaltazione dei Paesi non allineati, come se l’essere anti-americani esenti automaticamente da ogni analisi sul rispetto dei diritti umani e sul livello di democraticità.
Bene, vorrei che nel nostro bistrot ipotetico ci sia una terza tipologia di partecipante al dibattito. Quella delle persone che si informano, che da due anni e mezzo hanno un peso sullo stomaco per ciò che sta succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quelli che sanno che in Siria operano gli shabiha, civili sciacalli al soldo del regime per reprimere nel sangue ogni dissenso. Quelli che allo stesso modo sanno che le ingerenze dei Paesi stranieri (Russia e Iran da un lato, Qatar, Arabia Saudita e Usa dall’altro), hanno letteralmente straziato la Nazione. E non è più tempo di fare il tifo. Non voglio più sentire interpretazioni geopolitiche basate sul sentito dire. Piuttosto si faccia un passo indietro e si cerchi di capire. Magari passeggiando per la città fermiamo qualche persona siriana, offriamo un caffè e facciamoci raccontare le loro storie.
Due mesi fa a Domiz, un campo rifugiati al confine tra Siria e Iraq, conobbi un ragazzo siriano che, per motivi di sicurezza della sua famiglia, mi chiese di non essere ripreso dalla telecamera. Era un soldato di Assad, a 25 anni aveva già molti uomini sotto di lui e tanta responsabilità sulle spalle. Poi un giorno il suo superiore gli chiese di mitragliare, insieme alla sua squadra, una schiera di civili disarmati. Sospettava che tra loro ci fossero informatori dell’Esercito libero. Così fu costretto ad aprire il fuoco verso vicini di casa e parenti. Decise di disertare. Da allora vive come un fantasma in un campo profughi nel deserto, senza aria condizionata (e credetemi, lì si raggiungono i 55 gradi) e con una tenda da condividere con altre sei persone. “Racconta la mia storia, fratello”, mi chiese supplicandomi. Ecco, devo a lui e alle decine di siriani che ho conosciuto negli ultimi due anni questo post.
Non possiamo cambiare le cose, non basta una petizione o una bandiera della pace sul proprio profilo Facebook per fermare la follia collettiva. Quello che però possiamo fare, e a questo punto diventa un obbligo morale al quale chi è sensibile al Medio Oriente non può fuggire, è cercare di capire e di essere pronti ad ascoltare, prima di sputare le nostre sentenze. Perché la follia omicida di al-Nusra e delle altre compagini qaediste infiltrate in Siria (in Rojava questi robot antropomorfi pseudo-religiosi hanno rapito 350 curdi yazidi, torturando alcuni di essi e tagliando la gola ad un uomo davanti agli altri rapiti) non ha nessuna giustificazione morale e la loro presenza i siriani la pagheranno a caro prezzo per anni e anni. Ma dare dei “tagliagola” a tutti i giovani ragazzi ancora sbarbati che cercano di difendere dal regime le proprie famiglie è intellettualmente disonesto oltre che privo di ogni rispetto.
Frontiere News continuerà a urlare NO alla guerra americana e a ogni soluzione che preveda attacchi stranieri. Ma tra l’essere contro la guerra e l’imperialismo occidentale e l’osannare un dittatore macellaio, persino più spietato del padre tiranno (amici anti-sionisti, avete dimenticato il massacro di Tel al-Zaatar perpetuato da Assad senior contro rifugiati palestinesi inermi?) ce ne passa. Quindi fatevi un esame di coscienza prima di dividere il mondo in buoni e cattivi e mettere nella prima lista chiunque vada “contro”. E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole.



Fonte:

giovedì 22 agosto 2013

Eroi popolari o pericolosi criminali?

Le polizie degli stati li hanno cercati e braccati come fossero i peggiori serial-,killer;

 

-le cronache ce li hanno raccontati come persone che avevano messo in crisi la “sicurezza” mondiale;

 

chi sono?:

 

Snowden-1

 

-uno è Edward Joseph Snowden, trent’anni appena compiuti (nato a Elizabeth City il 21 giugno 1983) è un informatico statunitense. Ex tecnico della CIA, collaboratore della Booz Allen Hamilton, azienda informatica consulente della NSA, ha rivelato pubblicamente diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico, programmi totalmente illegali e illegittimi, tenuti segreti dagli stati controllori. Snowden ha collaborato con il giornalista del The Guardian, Glenn Greenwald, che ha pubblicato queste rivelazioni. Le più clamorose di queste informazioni sono state quelle riguardanti i programmi di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e stati dell’Unione Europea. Scandalo? Rottura dei rapporti diplomatici tra stati europei e Usa? Apertura di un contensioso diplomatico?…Macché… tutti uniti nella criminalizzazione di chi aveva fatto “opera di verità”!

 

Manning 

 

-l’altro è Bradley Manning, venticinque anni, condannato ieri dalla Corte a 35 anni di galera e congedato con disonore dall’esercito statunitense, per aver fornito a WikiLeaks (Julian Assange, altro personaggio braccato e perseguitato) centinaia di migliaia di documenti e materiali riservati, che sono stati diffusi pubblicamente per una conoscenza di tutti. È in carcere dal maggio 2010 per un anno e mezzo in isolamento in un carcere militare di massima sicurezza in Virginia. Manning dopo la sentenza ha commentato: che sconterà, «la condanna sapendo che talvolta si deve pagare un prezzo alto per vivere in una società libera».

Solo due esempi che hanno avuto l’«onore» della prima pagina di giornali. Ma sono migliaia e migliaia le vittime della verità. Le galere di questo mondo rigurgitano di chi paga un prezzo altissimo per non venir meno al principale dovere umano, quello della verità e della libertà!

Costa cara la verità! Ma questa non è una novità.

Soltanto i cretini pensano che gli stati democratici non applichino la feroce repressione nei confronti di chi mette in discussione il loro potere.

Anche nel passato i propagatori di verità venivano repressi e schiacciati anche più ferocemente. La differenza con oggi è che in altre società meno totali di queste si trovavano cantastorie, teatranti, giullari, menestrelli, narratori, musicisti e guitti che esaltavano queste persone facendole diventare eroi popolari. 

Nelle società odierne più articolate di quelle del passato, non si trova chi si spenda decisamente ed esalti queste gesta fuori dell’ordine statale. Oggi i media li insultano oppure restano indifferenti.

C’è un’omertà succube al potere vergognosa!!!. 

SVEGLIAMOCI!!!


 Fonte:









 

lunedì 22 luglio 2013

MOLTI PALESTINESI TRA 61 MIGRANTI IN NAUFRAGIO BARCONE MIGRANTI

L'imbarcazione e' affondata all'alba davanti alle coste turche a causa del sovraffollamento. Tra le vittime anche siriani e iracheni.

lunedì 22 luglio 2013 21:15


della redazione
  Roma, 22 luglio 2013, Nena News - Almeno 61 migranti, tra cui palestinesi e siriani, più della metà dei quali bambini, sono morti dopo che la loro barca è affondata alcune decine di metri al largo della costa occidentale della Turchia Egeo. Lo riferisce l'agenzia di stampa Reuters.

Tahsin Kurtbeyoglu, governatore del distretto di Menderes, nella provincia di Izmir, ha detto che l'imbarcazione e' affodata all'alba a causa del sovraffollamento. La sua destinazione era ignota ma la cittadina turca di Ahmetbeyli da dove era partita, a pochi chilometri dall'isola greca di Samos, è un punto di partenza comune per i migranti che cercano di entrare nell'Unione europea. "Il bilancio delle vittime è di 61, di cui 12 uomini, 18 donne, 28 bambini e tre bambini," l'ufficio del governatore di Smirne, ha detto in una dichiarazione. L'ufficio del governatore di Izmir ha aggiunto da parte sua che i sopravvissuti sono palestinesi e cittadini siriani, come molti dei morti. I media turchi hanno detto che c'erano anche gli iracheni sulla barca. Secondo l'Onu 1.500 immigrati, per lo più provenienti dall'Africa, sono morti nel tentativo di raggiungere le coste europee l'anno scorso con le rivolte in Tunisia e in Libia. Nena News 



Fonte:


mercoledì 20 marzo 2013

20 marzo 2003, dieci anni fa le bombe su Baghdad

Lo scoppio della seconda guerra del Golfo visto con i versi di un militante internazionalista scomparso anche lui: Dino Frisullo.

mercoledì 20 marzo 2013 03:18






di Dino Frisullo*


Livide d'improvviso le luci di montagna.

Ferma e dolente la luce delle stelle.

Ammutoliti i richiami degli uccelli.

Alle quattro del mattino

la luna piena chiede silenzio al mondo.

Poggia l'orecchio al suolo e ascolta.

Le prime bombe su Baghdad

vibrano dalla terra nelle viscere..

Dopo ogni scoppio la lunga eco

e un milione di cuori di madri all'unisono

è il loro respiro affannoso

che l'Eufrate porta al mare come un grido.

Dorme Khawla la principessina

sulla corona di plastica preme un cuscino sua madre

si chiede se dovrà premere più forte

quando giungerà l'onda d'urto della bomba.

Dopo gli scoppi il tuono immenso

non è il mar rosso che s'innalza a spezzare la portaerei una ad una,

non è il deserto che si leva

a spazzare i blindati con fiato rovente di sabbia:

è il fragore di milioni di ruote

carri carretti motocicli in fuga

kurdi arabi povera gente stracci

danni correlati.

Nelle basi sibillano i video.

Sono limitati i computer dei signori della guerra.

Non registreranno il respiro il palpito il pianto.

Non avvertono il terrore e l'ira del mondo.

Non sentiranno aprirsi le acque del Mar Rosso. 


*Le prime bombe della Seconda guerra del Golfo caddero su Baghdad nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003. Cinque anni dopo venne calcolato che costò più di 500 miliardi di dollari per una strage di civili iracheni, soprattutto, almeno 650mila civili, dieci volte più dei 63mila militari iracheni uccisi e cento volte più dei 5-6mila tra soldati e contractors occidentali. Gli italiani caduti furono 36. Ricordiamo l'orrore di quella notte con i versi di Dino Frisullo.

Nato il 5/6/1952 e morto nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno, Frisullo era nato in Puglia, vissuto tra Roma e Perugia. Militante della nuova sinistra prima in Avanguardia operaia, poi in Democrazia proletaria fino al suo epilogo.

Nel 1980-81 è in Irpinia durante il terremoto nell'attività di solidarietà e nelle lotte. Alla fine degli anni Ottanta a Roma, l'impatto con le lotte degli immigrati, l'esperienza della Pantanella, l'incontro con don Luigi Di Liegro, l'impegno con l'ancora esistente associazione Senzaconfine e il particolare legame con la comunità del Bangladesh, infine portavoce della disciolta Rete anti-razzista.

Ha lavorato a sostegno della prima intifada in Palestina attraverso strutture di cooperazione internazionale, in particolare attraverso l'associazione Al Ard. L'arrivo dei rappresentanti della lotta di liberazione kurda in Italia lo porta prima tra le fila dei sostenitori della causa kurda e delle rivendicazioni dei diritti del popolo negato in Turchia, poi in Turchia dove viene arrestato e processato. Inizialmente imputato per istigazione al separatismo, l'accusa viene poi "derubricata" in apologia di terrorismo per poterlo scarcerare ed espellere, con una sentenza ad un anno e mezzo di reclusione. Questa esperienza dopo 40 giorni di carcere e un processo, radicalizza il suo sostegno alla lotta kurda e lo spinge ad approfondire conoscenza e vicinanza. Tra i fondatori dell'Associazione nazionale "Azad per la libertà del popolo kurdo" ne è il portavoce fino all'ultimo.

Contemporaneamente, è fautore e sostenitore della presenza degli esuli kurdi a Roma, contribuendo al loro stanziamento nel Campo Boario e all'istituzione del Centro socio-culturale Ararat. Attivo e partecipe nei giorni della presenza di Abdullah Ocalan in Italia.

E' stato anche un giornalista militante, ha collaborato con il Manifesto e Liberazione e il settimanale Avvenimenti. Nell'estate del 2000 fu premiato per il racconto "Il giuramento", ispirato all'incendio del Serraino Vulpitta, centro di detenzione per immigrati in Sicilia.

Una raccolta dei suoi scritti è stata pubblicata dalle edizioni Alegre: "Con lo sguardo delle vittime. Guerre, migrazioni, solidarietà".



Fonte:

sabato 12 gennaio 2013

Tom Hurndall

Di Paola Merciai, traduzione da  Fondazione Thomas Hurndall/Associazione PeaceLink:

Il 13 gennaio, dopo un coma durato otto mesi, e' morto Tom Hurndall, il pacifista britannico colpito alla testa dall'esercito israeliano l'11 aprile scorso, mentre tentava di proteggere alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza. L'unica arma di Tom era la sua macchina fotografica. Per ricordare questo ragazzo e le ragioni che lo hanno portato a mettere in gioco la sua stessa vita, PeaceLink ha tradotto in italiano un discorso pubblico di Jocelyn Hurndall, la madre di Tom.

16 gennaio 2004
Tom Hurndall, il pacifista britannico colpito alla testa dall'esercito israeliano l'11 aprile 2004, mentre tentava di proteggere alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza.

Sono la madre di Tom Hurndall, il giornalista fotografo di 21 anni che e' stato colpito alla testa e ferito gravemente dalle Forze di Difesa israeliane nella striscia di Gaza l'11 Aprile. Tom e' stato colpito mentre stava cercando di mettere in salvo dei bambini che giocavano su un cumulo di macerie mentre venivano sparati dei colpi contro di loro.
Tutto questo e' accaduto in piena luce e Tom indossava una giacca arancione fosforescente da attivista, riconosciuta a livello internazionale. Tom ha subito danni cerebrali gravissimi e non c'e' speranza che possa recuperare.
Era un giovane di ferma convinzione, che desiderava affrontare le situazioni e, come lui stesso ha scritto, "procedere al passo successivo". Questo era lo spirito con cui Tom prese parte alla protesta "Stop the War" (Fermate la Guerra) in febbraio, poi si uni' agli Scudi Umani a Bagdad, lavoro' nel campo profughi Al Rweished in Giordania trasportando attrezzature mediche, e infine ando' nei territori occupati nella striscia di Gaza.
Siamo fortunati ad avere i suoi diari-resoconti e centinaia di fotografie scattate in quel periodo.
I suoi diari-resoconti sono un ritratto commovente del viaggio di un giovane coraggioso in cerca della verita'.
Egli era profondamente consapevole dei pericoli, ma ancora piu' forte in lui era il desiderio di vedere di persona il rovescio della medaglia di ogni situazione, e questo era quello che piu' lo caratterizzava. Voleva essere perspicace e allo stesso tempo mantenersi critico su tutto quello che sentiva.
Attraverso le sue fotografie e i suoi scritti, voleva, come lui stesso ha scritto, "fare la differenza".
La bellezza dei suoi scritti sta nel fatto che esprimono apertamente il pensiero e i sentimenti di un giovane informato sulla situazione in Medio Oriente, pur rimanendo scevri dalle limitazioni tipiche di qualsivoglia fede politica.
Tom stava consapevolmente percorrendo la sua strada, che lo portava a separare nettamente la propaganda e le reazioni emotive dai fatti, allo scopo di arrivare a conclusioni ponderate e personali.
Questo coerente percorso mostra perfettamente dove Tom stava tentando di andare, e come, e dove sarebbe effettivamente arrivato.
Il senso piu' profondo del suo credo lo si coglie nell'importanza che lui dava all'essere strettamente in contatto con qualcosa di piu' che non i semplici fatti, per quanto accuratamente riportati. Lui infatti, quando pensava a quale poteva essere l'efficacia del giornalismo di guerra, dava un grande valore a cio' che provano gli altri. Era proprio questo, quel bisogno di essere in contatto con cio' che prova la gente, che lo porto' a credere che un altro modo di trattare la guerra in Iraq era possibile.
Quando la guerra stava per cominciare, Tom scrisse: "Abbiamo guardato avidamente Bush che alle 3 di mattina della notte scorsa dava il suo ultimatum a Bagdad. Era uno di quei momenti che tracciano una linea di demarcazione, che io non dimentichero' mai..e mi domandavo.immaginando se fossi nella parte del mondo che stava per subire quella feroce potenza, che questi diceva sarebbe giunta sulla regione.Mi sembrava di poter sentire tutte insieme le grida dei feriti e dei morenti: risultato di quelle pacate e serene parole che questi aveva pronunciato con tale ponderata determinazione. Sebbene sapessi che era tutto nella mia mente, sembrava cosi ' vero, e per un attimo ogni argomentazione e giustificazione ha abbandonato i miei pensieri. Nella mia mente c'era quiete, e tutto cio' che potevo sentire era il pianto di migliaia di persone. Ho dovuto trattenere le lacrime".
Tom dunque viaggio' fino a Rafah, nella punta meridionale della striscia di Gaza, dove le sue e-mail assunsero un tono diverso, e, nel complesso, di maggiore urgenza.
Scriveva: "Nessuno potrebbe dire che io non sto vedendo cio' che adesso era necessario vedere", tale era il livello di disumanita' e oppressione di cui era testimone.
Ma anche allora lui continuo' a porsi domande, determinato a non giudicare. Anche fino al giorno prima di essere colpito, nella penultima giornata del suo diario-resoconto, Tom fa riferimento alla necessita' di distinguere la propaganda dai fatti. Comunque trovava sempre piu' difficile non essere di parte.
Nelle 7 settimane che abbiamo passato in Israele, quando Tom era all' ospedale, ho incontrato molte altre madri, israeliane e palestinesi, che avevano perso i loro figli e le loro figlie. Ho ascoltato molte storie toccanti e personali.
Parlo semplicemente come una di quelle madri: come spieghi a due giovani fratelli affezionatissimi e ad una sorella piu' grande che ci sono persone nel mondo, come Tom, che danno un valore cosi' alto alla vita, che la amano cosi' tanto, che la loro vocazione piu' profonda li porta ad avventurarsi alla ricerca della verita'?
Tom ci chiedeva questo: "di comprendere, per favore, che non farlo avrebbe significato semplicemente non essere me stesso".
Trovo una grande ispirazione ad immaginare progetti di cooperazione tra palestinesi e israeliani che sviluppino una cultura di tolleranza in cui le persone si ascoltano, lavorano insieme, si considerano come individui con abilita' e qualita', piuttosto che considerarsi solo come membri di opposte fazioni secondo una visione ristretta.
Recentemente sono andata ad un concerto alla Albert Hall: l'orchestra, piena di talenti, e' stata fondata da Edward Said, che e' morto ieri ed e' la perdita maggiore per la causa dei territori occupati, e Daniel Baremboim, ed e' composta da giovani musicisti israeliani e palestinesi.
Fanno concerti nei paesi arabi allo scopo di diffondere un messaggio rivolto a tutti. Un altro progetto attualmente porta avanti una spedizione tra i ghiacci che coinvolge palestinesi e israeliani, una vera sfida, ed e' stata chiamata giustamente "Rompere il Ghiaccio".
Iniziative comuni che si basano sull'uso della musica, della letteratura, del lavoro di gruppo mi sembrano modi efficaci ed umani per aiutare a ricomporre fazioni opposte. Io sono impegnata a trovare un progetto che possa nascere sotto il nome di Tom e dare un contributo a questo tipo di approccio illuminato, creativo e partecipativo.
Tom ha scritto: "Che conseguenze avra' sulla mente di un bambino, crescere in queste condizioni? Non posso immaginare le lacrime che hanno versato e cosa hanno pensato di dover diventare anche solo per sopravvivere".
I nostri stessi bambini sono sensibilizzati e si sentono responsabili di dover fare il possibile- sia che siamo inglesi, americani, iracheni, palestinesi o israeliani.
Tom, come altri prima di lui, ha lasciato le sicurezze del suo paese per documentare le ingiustizie e la disumanita' che hanno luogo nei territori occupati.
Lui voleva comprendere appieno le responsabilita' del suo paese e fare uso della scrittura e della fotografia per tornare a casa con una gran quantita' di storie di persone.
Questo e' il suo contributo, che ci aiuta a percepire e partecipare della realta' della vita nella striscia di Gaza, cosicche' possiamo, a nostra volta, sentire e poi agire.

Note: 

 Traduzione a cura di Paola Merciai. L'utilizzo di questa versione tradotta e' liberamente consentito citando le fonti (Fondazione Thomas Hurndall/Associazione PeaceLink) e l'autore (Paola Merciai).

Testo originale: http://www.tomhurndall.co.uk/jocelyn-speech.asp
 
Tutte le informazioni sulla vicenda di Tom sono raccolte nel sito della "Fondazione Thomas Hurndall": http://www.tomhurndall.co.uk




Fonte:

http://www.peacelink.it/editoriale/a/2781.html 

giovedì 10 gennaio 2013

La “democrazia” del XXI secolo

Di Salvatore Ricciardi:


Posted on

In questo inizio di 2013 finalmente siamo venuti a conoscenza di importanti innovazioni nel campo della democrazia degli stati moderni: oggi prima ti massacrano poi ti risarciscono!

Così avviene per le carceri disastrate in Italia, così per le torture di Abu Ghraib.
[agenzie] “5.280.000 dollari per risarcire 71 ex prigionieri iracheni torturati Abu-0 

nel carcere di Abu Ghraib e in altri centri di detenzione a conduzione americana in Iraq”.
Ma c’è una differenza: la Corte europea ha condannato lo Stato italiano per il sovraffollamento carcerario! Lo Stato Usa non è stato condannato, hanno condannato le aziende private di contractor. Anche la tortura è privatizzata!
[agenzie] è il primo caso in cui un’azienda privata americana, la cui sussidiaria è stata accusata di aver collaborato alla tortura dei detenuti ad Abu Ghraib, ha accettato di patteggiare per chiudere la causa. La Engility Holdings Inc., che ha sede a Chantilly in Virginia, ha così tacitato le richieste delle 71 vittime, rinchiuse tra il famigerato carcere a Baghdad e altri centri in Iraq. Un’altra azienda di contractor civili, la Caci, andrà a processo per un caso analogo in estate.

  Abu-1 

 

La causa è stata intentata nel 2008 alla corte federale di Greenbelt, in Maryland, e accusa l’azienda di non aver preso provvedimenti nei confronti degli abusi e torture compiuti dal proprio personale sui prigionieri, né di aver informato gli Stati Uniti o le autorità irachene.
Finora le aziende di sicurezza private hanno sostenuto di non poter essere ritenute responsabili per casi simili, lavorando fianco a fianco con le forze armate americane che godono di immunità per cause legali scaturite dalla loro attività in zone di guerra. A maggio, però, la corte d’appello di Richmond, in Virginia, ha segnato un cambio di rotta, sostenendo di non poter accettare la richiesta di archiviazione avanzata dalle aziende di contractor privati finite sotto accusa, richiedendo più informazioni.
Ora gli occhi sono puntati sulla Caci di Arlington, in Virginia, che andrà a processo in estate: Abu-3sono quattro gli iracheni che hanno chiesto un risarcimento all’azienda che forniva personale per gli interrogatori dei prigionieri.
Il commento del portavoce di Amnesty Italia: ”Bene risarcimento da un’azienda di contractor, ma il silenzio dell’amministrazione Usa è molto grave’‘. Obama deve rimediare al fallimento del primo mandato: ”Aveva promesso di chiudere Guantanamo entro il 2010 ed ha mancato all’impegno. L’11 gennaio ricorrono undici anni dall’apertura di questo luogo di torture: Guantanamo è ancora aperto con 166 persone rinchiuse illegalmente”.



Fonte:

 

 http://contromaelstrom.com/2013/01/10/la-democrazia-del-xxi-secolo/










martedì 8 gennaio 2013

G4S, COMPAGNIA PRIVATA MILITARE E DI SICUREZZA, E' COMPLICE DELL'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DELLA PALESTINA



La votazione si chiude il 23 di gennaio.
Vota qui: http://www.publiceye.ch/en/vote/
G4S è in lizza per il Public Eye People's Award del 2013, il premio 'fai i nomi e fai vergognare' che nessuna società vorrebbe vincere. G4S, la più grande compagnia privata militare e di sicurezza del mondo, è complice dell'occupazione israeliana della Palestina e trae profitti dal conflitto e dall'insicurezza in tutto il mondo. War on Want e altre organizzazioni europee hanno nominato G4S per i premi che aiutano a "puntare i riflettori internazionali sugli scandali delle corporation". L'azienda è stata selezionata ed è ora in lizza per il voto del pubblico.
Prendete un minuto per votare per G4S e poi dite ai vostri amici di fare lo stesso.

votaPerché votare per G4S?

G4S è complice dell'occupazione israeliana della Palestina attraverso la fornitura di attrezzature di sicurezza e di servizi per l'impiego ai posti di blocco e agli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Essa contribuisce anche a mantenere e trarre profitto dal sistema carcerario israeliano. Nel 2007, la filiale israeliana di G4S ha firmato un contratto con l'Autorità carceraria israeliana per la fornitura di sistemi di sicurezza per grandi prigioni israeliane.
L'Amministratore Delegato di G4S, Nick Fibbie, ha detto che gli ambienti ad alto rischio offrono "grandi opportunità" e ha confermato che G4S ha recentemente condotto un lavoro preparatorio con le compagnie petrolifere e del gas per i contratti in Iraq. G4S solo il mese scorso ha anche esteso il suo contratto in Afghanistan in un accordo del valore di circa £ 72 milioni.
Nonostante il suo curriculum di complicità nelle violazioni dei diritti umani nel Regno Unito e all'estero, G4S continua a ricevere appalti per servizi pubblici, tra cui quelli di pubblica sicurezza, alloggi per richiedenti asilo e gestione delle deportazioni. G4S svolge un ruolo diretto nella gestione dei centri di detenzione per immigrati nel Regno Unito e nelle deportazioni del Ministero degli Interni. Nel mese di ottobre del 2010, Jimmy Mubenga morì durante la sua deportazione forzata effettuata da G4S in Angola. Ma nel luglio del 2012 il Crown Prosecution Service ha deciso di non perseguire G4S o le sue guardie di sicurezza per la sua morte. In risposta a tale decisione, la moglie di Jimmy Mubenga ha dichiarato: "Non riusciamo a capire perché gli ufficiali e G4S non sono responsabili verso la legge come lo saremmo noi o qualsiasi altro membro del pubblico.".
E 'tempo di aumentare la pressione internazionale sulla G4S e accertarsi che entri a far parte dell'Albo della Vergogna delle aziende che sono state ritenute le peggiori aziende dell'anno.
Vota G4S per il Public Eye People's Award del 2013   http://www.publiceye.ch/en/vote/
La votazione si chiude il 23 di gennaio ed il vincitore sarà annunciato durante il World Economic Forum di Davos.

Fonte: War On Want

giovedì 15 marzo 2012

Rachel Corrie

In Memoriam
~ Rachel Corrie ~
1979 - 2003
 


Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l'abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza.
Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto partecipando alle azioni dell'
International Solidarity Movement.

7 febbraio 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì - o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri.
I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi "Kaif Sharon?" "Kaif Bush?" e ridono quando dico, "Bush Majnoon", "Sharon Majnoon" nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l'inglese mi correggono: "Bush mish Majnoon" ... Bush è un uomo d'affari. Oggi ho tentato di imparare a dire "Bush è uno strumento" (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?". C'è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.
Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.

Rachel

20 febbraio 2003
Mamma,
adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C'è chi parla della "rioccupazione di Gaza", ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell'opinione pubblica internazionale, e forse il paventato "trasferimento di popolazione". Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell'eventualità di un'incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l'arresto. Un'azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull'arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autodeterminazione palestinese.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma - vuole essere sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.

Rachel