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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 10 gennaio 2013

SAMER AL- ISSAWI CONTINUA SCIOPERO FAME IN CARCERE

Prosegue la protesta del palestinese, detenuto in carcere a Gerusalemme e condannato da una Corte militare israeliana a scontare 20 anni di prigione.

giovedì 10 gennaio 2013 10:33


 


di Giorgia Grifoni

Roma, 10 gennaio 2013, Nena News - E' cominciato oggi il suo 167esimo giorno di sciopero della fame. E lo ha promesso: non smetterà finché non sarà liberato. Anche a costo di morire. Continua la battaglia di Samer al-Issawi, detenuto in carcere a Gerusalemme e condannato da una Corte militare israeliana a scontare 20 anni di prigione. La battaglia è anche quella dei suoi familiari, che da qualche settimana denunciano vessazioni e violenze da parte dell'esercito israeliano nei loro confronti. Una vendetta, dicono, perché Samer, dopo più di cinque mesi, ancora non cede.

I familiari insistono che l'arresto di al-Issawi, nel luglio scorso, è avvenuto in piena violazione degli accordi relativi allo scambio di prigionieri tra esercito israeliano e Hamas del 2011. Catturato nel 2001 durante la seconda Intifada e condannato a 30 anni di carcere per aver sparato contro i soldati di Tel Aviv davanti al suo villaggio di origine, al-Issawiya - incluso dalle autorità israeliane nella municipalità di Gerusalemme - Samer al-Issawi era stato liberato assieme a oltre un migliaio di palestinesi in cambio di Gilad Shalit.

Poco più di sei mesi dopo è stato arrestato nuovamente in una zona, a detta dell'esercito israeliano, "non appartenente al governatorato di Gerusalemme", ovvero in Cisgiordania. Per aver violato i confini entro i quali avrebbe dovuto restare, è stato condannato a scontare i restanti 20 anni della pena condonatagli con lo scambio. Confini "labili, che cambiano continuamente a seconda dei decreti delle autorità israeliane" a detta del padre di Samer. Il tutto nella tristemente famosa "detenzione amministrativa", pratica quasi standard per i prigionieri palestinesi: nessun capo d'accusa, nessuna difesa, nessun processo. Solo una sentenza della corte militare.

Il prigioniero, in condizioni critiche, non accenna a mollare lo sciopero della fame. Ha accettato da poco la somministrazione di vitamine e liquidi per via endovenosa dietro minaccia israeliana di iniettargli a forza del glucosio che, visto il suo stato di salute, probabilmente l'avrebbe ucciso. Una determinazione che, secondo sua sorella Shireen, spaventa Israele, memori dello sciopero della fame di massa avvenuto lo scorso anno, quando l'esempio di Khader Adnan e Hana Shalabi portò più di duemila detenuti palestinesi a rifiutare il cibo per 66 giorni, costringendo le autorità carcerarie israeliane a concedere un miglioramento delle condizioni dei prigionieri e trascinando le carceri dell'"unica democrazia del Medio Oriente" sotto i riflettori della comunità internazionale.

La famiglia al-Issawi denuncia una serie di violenze subite nelle ultime settimane. Più precisamente dal giorno in è stato diffuso in rete un video che mostra sette soldati israeliani picchiare selvaggiamente Samer - in sciopero della fame da oltre 150 giorni e su una sedia a rotelle - nell'aula della Corte dei Magistrati di Gerusalemme sotto gli occhi impassibili di un giudice. Per aver tentato di salutare sua madre prendendole le mani. Da allora, sua sorella Shireen è stata arrestata nella sua casa e tenuta 24 ore in carcere per "attività sovversiva", ossia l'organizzazione di manifestazioni, in Palestina e fuori, per sostenere il fratello e la sua battaglia. E la sua licenza di avvocato è stata sospesa per sei mesi.

La tenda piantata all'ingresso del villaggio, un luogo di discussione e un simbolo del sostegno a Samer da parte degli abitanti del suo villaggio, è stata smantellata dall'esercito più volte. Il primo gennaio la casa del fratello Ra'fat è stata demolita. E qualche giorno fa i soldati israeliani hanno tolto l'acqua alla casa della famiglia al-Issawi, presentando un fantomatico conto di 50.000 dollari - decine di anni di uso quotidiano, dollaro più dollaro meno - per gli arretrati. Nonostante le bollette regolarmente pagate. "Questa - ha dichiarato Shireen - è la loro vendetta contro la nostra famiglia".

Secondo l'organizzazione Addameer, che si occupa del supporto e dei diritti umani dei prigionieri, circa il 40% della popolazione palestinese maschile è passata per le carceri israeliane a un certo punto della propria vita. Spesso senza capi d'accusa né processo. Nena News



Fonte:

martedì 20 dicembre 2011

SINDACO TEL AVIV: CACCIAMO VIA I MIGRANTI

Sono circa 1200 i migranti africani che arrivano dal Sinai ogni mese. Una presenza sempre meno accettata dalle autorità israeliane, che per arginare l' "invasione" hanno accelerato i lavori di costruzione della barriera lungo il confine con l'Egitto.

GIORGIA GRIFONI

Roma, 7 dicembre 2011, Nena News. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, li chiama “infiltrati”. Per il premier Benjamin Netanyahu sono invece “una minaccia per il tessuto economico, sociale e demografico su cui si basa lo stato di Israele”. Il primo cittadino della capitale dichiara allarmato che “stanno cambiando il volto di interi quartieri”, mentre il presidente del Consiglio assicura la determinazione nel “difendere i nostri confini e l’esistenza dei nostri cittadini”. Si punta il dito di nuovo contro gli immigrati, in Israele. Non quelli ebrei che compiono l’aliya per tornare “a casa”, ai quali viene fornito un “Klita” (cestino) contenente tutti i benefici –dal lavoro, alla casa, ai corsi di ebraico- che un ebreo che immigra in Israele si merita. Ma quelli che vengono dall’Africa – principalmente Eritrea, Sudan e Congo- e varcano la frontiera con il Sinai da “rifugiati”. E che presto saranno tenuti fuori dai confini da una recinzione lunga 240 km.
E’ di sabato la lettera che il sindaco di Tel Aviv ha inviato al suo primo ministro, chiedendo un meeting urgente sui migranti stranieri in Israele.  Netanyahu ha risposto repentinamente dedicando la riunione di gabinetto di domenica 4 dicembre alla questione.  “Alcuni giorni fa ho visitato Eilat – ha esordito il premier davanti agli altri ministri- e ho ascoltato il pianto dei residenti per una città inondata dagli infiltrati illegali. Bisogna stare lì ad ascoltare la disperazione delle madri, dei padri, dei titolari di aziende, i cui lavori sono stati portati via e che sentono che stanno perdendo la loro città”. Ha promesso due cose: il completamento della barriera di separazione tra il Sinai egiziano e il deserto del Negev entro un anno, e multe salate per quei datori di lavoro che impiegano manodopera immigrata illegalmente.
Secondo fonti governative, ogni mese in Israele entrerebbero illegalmente circa 1200 migranti. Spesso superstiti dei “campi della morte” del Sinai, vengono condotti in centri di detenzione come la prigione di Saharonim. Le autorità non si preoccupano di verificare lo status del profugo, sia esso richiedente asilo o meno. Il risultato è che, una volta rilasciata, la fiumana di migranti si riversa nelle grandi città israeliane senza diritti né identità. Sostituti – a partire dallo scoppio della seconda Intifada- dei Palestinesi nei lavori agricoli ed edili, i “clandestini” sono stati tollerati dalle autorità fino a quando il loro numero non ha cominciato a minacciare la preponderanza demografica ebraica.
Le stime indicano infatti che, dal 2007 a oggi, il numero degli emigrati israeliani continua a crescere rispetto ai nuovi immigrati ebrei, principalmente provenienti dalle ex-repubbliche sovietiche. Netanyahu ha specificato più volte che vuole “preservare una maggioranza ebraica, tale da assicurare a Israele il suo carattere ebraico”. E il suo ministro degli esteri, il leader del partito ultra-ortodosso Shas Eli Yishai ha più volte tentato di espellere intere famiglie di immigrati africani, non riuscendoci solo per interposizione delle associazioni per i diritti umani. Durante l’era Mubarak, Israele era solito rimandare al mittente molti dei rifugiati, che dall’Egitto venivano rispediti nei loro paesi d’origine. Ma ora che il fidato vicino non c’è più, la situazione si complica. Ed è qui che interviene la barriera di separazione dall’Egitto, che viene costruita al ritmo di 800 metri al giorno.
Secondo il comune di Tel Aviv, sarebbero circa 40mila i lavoratori migranti e 20mila i richiedenti asilo presenti in città. Vivono quasi tutti nel sud di Tel Aviv, tra il quartiere di Neva Sha’anan e il sobborgo di Hatikva. Zone che, secondo Huldai, stanno cambiando aspetto e vanno salvate. “L’anno scorso –spiega Shula Keshet, attivista israeliana residente a Neve Sha’anan- durante le celebrazioni per il centenario della fondazione di Tel Aviv, Huldai è venuto qui ed è rimasto scioccato. Ha detto che questo quartiere necessita di molti fondi. Ci ha dato un milione di shekel, con cui puoi riparare qualche marciapiede, mettere delle panchine e un paio di lampioni. Per i festeggiamenti, invece, ha stanziato 64 milioni. Poi quest’estate, quando ha smantellato tutte le tendopoli delle proteste, ha deciso di lasciare in piedi solo quelle di Hatikva e di Jaffa, perché c’erano dei barboni. Gli ho fatto notare come qui fosse la stessa cosa. Lui ha risposto: tra di voi ci sono anche rifugiati. E non ci sono ebrei”.
Con cadenza annuale gli immigrati vengono utilizzati dalle autorità israeliane come spauracchio quando, spiega Oscar Olivier, attivista congolese immigrato in Israele, “un politico non adempie alle proprie promesse”. Come Huldai -odiato dal movimento di protesta degli “indignados” per le sue controverse politiche urbanistiche- che cerca mobilitare gli israeliani che vivono nei quartieri poveri contro i migranti, attribuendo loro la colpa di un degrado che è dovuto, in realtà, all’indifferenza del Comune. Una municipalità che verrà rinnovata nel 2013, della quale Huldai ha già perso la maggioranza in consiglio comunale e dove rischia di non essere eletto per la quarta volta consecutiva.  Oppure un diversivo, come specifica l’attivista Nadav Franckovich, “perchè si devono coprire un po’ gli occhi all’opinione pubblica sulla legislazione anti-democratica proposta dal Governo. Una legislazione che delegittima le organizzazioni -tra le altre- che aiutano i rifugiati”. Nena News

Fonte:

http://nena-news.globalist.it/?p=15306