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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 18 gennaio 2014

Thomas Sankara, la coscienza ribelle dell'Africa



 Dal blog di Bob Fabiani http://bob-fabiani.blogspot.it/

 

giovedì 16 gennaio 2014




Thomas Sankara il 15 ottobre 1987 viene assassinato da un commando golpista - organizzato e diretto da Blaide Compaoré - a soli 37 anni. Era nato il 21 dicembre 1949 a Yako, nell'ex Alto Volta, una colonia francese piuttosto turbolenta e,  che soli molti anni dopo durante la rivoluzione del 1983 prenderà il nome di Burkina Faso.
La data ufficiale in cui l'Alto Volta diventa "Burkina Faso" è il 4 agosto 1984; nell'incrocio di due lingue locali (dioula e mooré) significa "La patria degli integri".
A Thomas Sankara sono state date molte definizioni: "Il presidente dei contadini", per la decisione di metterli al centro e dar potere ai produttori di sopravvivenza, quel 90% di contadini condannati alla miseria più marcata e disperante; dimenticati e da sempre rovinati da tradizioni feudali e, in euguale misura dalla distruzione della natura complice l'avanzamento del deserto.
"Il ribelle" a causa delle proposte in favore del disarmo e dell'indipendenza economica terzomondista, contro l'imperialismo e il capitalismo divoratore di risorse.
"Il presidente più povero del mondo" per la sua visione personale della figura del presidente: ossia la messa in pratica di un principio di non-privilegio. A tal proposito spiegava:"Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero".
"L'incorruttibile" per la lotta senza quartiere che lanciò durante gli anni della Rivoluzione Burkinabé contro gli abusi.
"Il Femminista". Sankara si guadagnò questa definizione per l'attenzione speciale che riservò alle donne vittime del patriarcato capitalista.
Se dovessimo sintetizzare cosa ha rappresentato Sankara per l'Africa (e non solo) potremmo prendere in prestito la nota scritta dal sociologo svizzero, Jean Zigler:" L'esperienza di Sankara è stata unica in Africa e in tutto il Terzo Mondo. La morte di questo uomo eccezionale è una tragedia per l'intera Africa".
Vent'anni prima della dipartita del presidente del Burkina Faso, autentica coscienza ribelle per l'Africa intera, alla stessa età, Che Guevara trovò la morte e, prima di morire fece in tempo a scrivere una delle sue proverbiali frasi:"Quando lo straordinario diventa quotidiano, ecco la Rivoluzione". Parole perfette per la storia e per l'esperienza di Sankara alla guida della Rivoluzione Burkinabé.
-IL BURKINA FASO
Il Burkina Faso è situato nell'Africa sub-sahariana è un paese chiuso (senza sbocchi sul mare); un paese agricolo. Ha una superficie di 274.000 Km2, la popolazione è di circa 12.000.000 abitanti, con il 75% dei cittadini tra i 15 e i 40 anni.
Il Burkina Faso è limitato a nord-ovest dal mali, ad est dal Niger, a sud-ovest dalla Costa D'Avorio, a sud dal Ghana e dal Togo, a sud-est dal Benin. La capitale è Ouagadougou è situata proprio al centro del paese e, Bobo Dioulasso, il centro delle attività si trova ad ovest.
-IL PRESIDENTE RIBELLE"
Thomas Sankara è stato il paladino assoluto del rifiuto di apporre la sua firma - a nome del Burkina Faso - al programma di aggiustamento strutturale con il Fondo Monetario Internazionale. Questa sua posizione rivoluzionaria lo rende assolutamente moderno e attuale oggi che, in quell'Europa che per oltre 100 anni produsse ( e ancora produce, sotto altre mentite spoglie un moderno colonialismo fatto di schiavismo, guerre civili, dittature e coflitti che stanno riesplodendo in modo drammatico e proccupante, con la Francia in prima fila...) un colonialismo che condannò l'Africa alla miseria più diffusa e drammatica, l'esempio di Sankara sarebbe la migliore risposta alla "dittatura della Troika" che sta imponendo sistemi autoritari anche nei cosiddetti paesi del "Primo Mondo".
In un memorabile discorso ad Addis Abeba, in Etiopia, nel 1986 Sankara spiegò perché l'Africa non doveva pagare il debito estero: "Abbiamo detto all'Fmi: quel che chiedete noi l'abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l'economia, non avete niente da insegnarci. ci è sembrato di capire che quel che il Fondo cerca sia un controllo politico".
-LA FORMA ISTITUZIONALE DELLA RIVOLUZIONE BURKINABE'
La Rivoluzione che Sankara portò a compimento aveva come forma istituzionale rivluzionaria, la democrazia diretta. nacque da un'alleanza fra la rivolta popolare contro governi corrotti e un gruppo di militari giovani capitanati da Sankara, Compaoré ( che poi partecipò al commando golpista che lo rovesciò...e ancora oggi siede sulla poltrona presidenziale...), Lingani e Zongo (il giornalista assassinato nel 1988).
Il potere a partire dal 1983 fu amministrato dal governo formato da militari e civili e dal Consiglio Nazionale della "rivoluzione" (Cnr, che aveva all'interno membri del governo e membri dei partiti di sinistra); tuttavia il nerbo della "democrazia diretta", la cassa di risonanza del popolo, dovevano essere i comitati di difesa  della Rivoluzione (Cdr), presenti in tutti i villaggi, quartieri, luoghi di lavoro.
Sensibilizzare le masse, impegnarsi nel lavoro collettivo di sviluppo socioeconomico e difendere la Rivoluzione anche con le armi erano questi i compiti che il "Comandante Sankara" assegnò a tutti coloro che, nel popolo si impegnarono a favore dello sviluppo del Burkina Faso. Sankara attribuiva una grande importanza alle organizzazioni di massa: credeva che, l'Unione dei contadini, delle donne, dei giovani, degli anziani, sarebbero state la vera espressione  della democrazia diretta mentre, invece, non aveva alcuna fiducia  nei partitini che si richiamavano a modelli rivoluzionari di stampo urbano ed elitario.
-THOMAS SANKARA I DISCORSI E LE IDEE
Sankara è stato una figura fondamentale e importantissima per milioni di giovani africani ieri come oggi, il suo grande insegnamento in tema di diritti umani, sociali e su quelli economici e contro il disarmo dell'Africa rendo no la sua figura assolutamente centrale per la rivendicazione della "coscienza indipendente dell'Africa". Qui di seguito abbiamo selezionato alcuni brani di celebri discorsi e alcune idee che possono meglio inquadrare la figura rivoluzionaria del presidente del Burkina Faso, sopratutto per quanti, tra coloro nche non ne conoscono nè la storia nè l'operato.
                                      (Bob Fabiani)


Il filmato eccezionale di questo discorso tenuto dal "Comandante Sankara" fu definito importantissimo tra quanti quel giorno si trovavano a Harlem, il "cuore del ghetto nero" di Nyc. Un discorso a favore dei paesi non-allineati e a sostegno di Cuba e dell'indipendenza dell'Africa e contro il colonialismo soffocante dei capitalisti oppressori.
 -SANKARA PARLA DEL PROBLEMA DELLA DONNA E DELLA PIAGA DELLA PROSTITUZIONE IN BURKINA FASO.
"La prostituzione non è che la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è divenuto regola ed è il simbolo del disprezzo che l'uomo prova per la donna. Di questa donna che non è altro che il viso doloroso della madre, della sorella o della sposa di altri uomini, dunque di ciascuno di noi. E' in definitiva, il disprezzo incoscente che proviamo per noi stessi. Là dove ci sono prostitute ci sono "prostitutori".
 (8 marzo 1987, in occasione della giornata internazionale della donna a Ouagadougou)*
*Sankara nel suo programma poneva un'enorme attenzione alla donna: il nuovo governo comprendeva 5 donne; alla radio molte erano le trasmissioni di educazione sessuale, sulla contraccezione e sulla pericolosità dell'infibulazione; era stata concessa alle donne non sposate o conviventi il diritto  di ottenere unità catastali per costruire; il 22 settembre 1985 fu indetta la giornata dei "mariti al mercato".Sankara tentò invano di dare alle donne automaticamente una parte del salario dei propri mariti perché riteneva che fossero più abili nello gestire il denaro di molti uomini. La scorta in motocicletta di Sankara era costituita da donne. Nel 1987 vietò la prostituzione ma per questo ottenne forti critiche, venendo accusato di non aver preso in debita  considerazione la situazione economica del paese!


-L'AFRICA NON PAGHI IL DEBITO ESTERO E NON COMPRI PIU' ARMI*
ADDIS ABEBA,1986, VERTICE DELL'ORGANIZZAZIONE PER L'UNITA'
AFRICANA (OUA)
 Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle sue origini. Quel che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l'Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non possiamo pagarlo.**
Il debito, inoltre, è anche legato a meccanismi neocoloniali; i colonizzatori si sono trasformati in assistenti tecnici...o dovremmo dire assassini tecnici, e ci hanno proposto dei meccanismi  di finananziamento con i finanziatori, i bailleurs de fonds, un termine continuamente usato: come se ci fossero "uomini il cui sbadiglio (baillement in francese...) bastasse a creare lo sviluppo nei nostri paesi! (Risate)
I finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei vantaggi finanziari. Così ci siamo indebitati per decenni e per decenni abbiamo rinunciato a soddisfare i bisogni delle nostre popolazioni. Il debito nella sua forma attuale, controllato e dominato dall'imperialismo, è una riconquista coloniale organizzata con perizia, affinché l'Africa, la sua crescita, il suo sviluppo, obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, e che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, o peggio, schiavo tout court di quelli che hanno avuto l'opportunità, l'astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi con l'obbligo di rimborsarli. Ci si dice di rimborsare il debito. Ma non si tratta di una questione morale: qui non è in gioco il cosiddetto "onore".
Signor presidente, abbiamo ascoltato e applaudito il primo ministro di Norvegia che ha parlato qui ieri, anche lei, che è europea, ha detto che il debito non può essere interamente rimborsato.
Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi.
Quelli che ci hanno portato all'indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo(...)
Quando si parla oggi di crisi economica, si dimentica di dire che la crisi non è venuta dal nulla, esiste da sempre, e andrà avanti sempre più man mano che le masse popolari diventeranno più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori.
C'è crisi oggi perché le masse rifiutano la concertazione delle richezze nelle mani di qualche individuo. c'è crisi perché qualche individuo deposita in banche all'estero somme che basterebbero a sviluppare l'Africa. C'è crisi perché di fronte  a quelleenormi richezze individuali le masse popolari non ci stanno più a vivere in ghetti e aeree fatiscienti. C'è crisi perché i popoli dappertutto rifiutano di essere dentro Soweto a guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte, che inducono all'inquietudine i detentori del potere finanziario. Ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di meccanismi di equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario, equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No, non possiamo essere complici!
No, non possiamo accompagnare il passo assassino di chi succhia il sangue dei nostri popoli (...)
Si sente parlare di gruppo dei 5, gruppo dei 7, magari gruppo dei 100 e chissà altro ancora - è davvero tempo di creare il nostrro club, il nostro gruppo: facciamo sì che da oggi da Addisa Abeba diventi la sede di un nuovo club, il Fronte unito di Addis Abeba contro il debito - è nostro dovere proclamare di fronte a tutti che nel nostro rifiuto di pagare il debito non ci sono intenti bellicosi; al contrario, c'è un intento amichevole e fraterno, quello di dire come stanno le cose. Le masse popolari europee non sono opposte a quelle africane, anzi quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa.
I nemici sono comuni. Il nostro club di Addis Abeba dovrà dire a tutti: "Il debito non sarà pagato" (...)
(...) Impegnamoci molto saggiamente a ricercare delle soluzioni; facciamo sì che altre conferenze spieghino con chiarezza che non possiamo pagare il debito. Dobbiamo dirlo tutti insieme, perché individualmente andremmo a farci assassinare. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il suo debito, io non sarò qui alla prossima conferenza (Risate); ma con il sostegno di tutti - e ne ho bisogno (Applausi) - potremo evitare di pagare. Evitare di pagare è una condizione sine qua non perché possiamo provvedere al nostro sviluppo.
Ma non posso terminare senza sottilineare che ogni volta che un paese africano acquista armi, è contro gli africani. Quando nel lanciare la risoluzione di non pagare il debito dobbiamo contestualmente trovare una soluzione al problema degli armamenti (...)
Cari fratelli, con la collaborazione di tutti possiamo arrivare alla pace fra noi. E potremo utilizzare le nostre immense possibilità di sviluppare l'Africa. Il nostro suolo, il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia, abbiamo un mercato, abbiamo sufficenti capacità intellettuali per creare e utilizzare la tecnologia, e la scienza che non mancano (...)
(...) Facciamo sì che a partire dal Fronte unito di Addis Abeba contro il debito si decida di frenare la corsa agli armamenti fra paesi deboli e poveri (...)
(...) Facciamo sì inoltre che il mercato degli africani sia davvero il mercato degli africani: produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo ciò di cui abbiamo bisogno, e consumiamo quel che produciamo, invece di importare! (...)
La patrie ou la mort, nous vaincrons! (Applausi)
*In un discorso con punte di umorismo accompagnato da applausi e risate degli incravattati capi di stato africani, Thomas Sankara vestito con il Faso dan Fani, cotone del suo paese, espone e motiva la proposta del Burkina Faso di creare un Fronte unito di Addis Abeba contro il pagamento del debito estero. Non risparmia tuttavia stoccate ai governanti che accumulano ricchezze all'estero e condanna lo scandaloso acquisto di armi da parte di paesi africani. infine invita l'Africa a produrre quello di cui ha bisogno e a consumare quello che ha prodotto invece di importare, accettando di vivere degnamente all'africana.
** Il Burkina Faso in realtà era uno dei paesi meno indebitati d'Africa, anche grazie alle politiche di contenimento delle importazioni e all'austerità di bilancio autoimposta. Il servizio del debito costituiva solo il 2,5% del Pil.


 -L'ASSASSINIO    
 Nel pomeriggio del 15 ottobre 1987 un commando militare assassina Thomas Sankara e, con lui, 15 persone, guardie e consiglieri.
Vennero tutti sepolti la notte stessa nel cimitero di Dagnonen, un quartiere situato nella zona est di Ouagadougou.
Era la fine di tutto. Era finita la Rivoluzione Burkinabé.
La rivoluzione fu spezzata e stroncata nel momento "opportuno": Sankara aveva chiesto e preteso troppo al cuore dello stato, ai funzionari, ai militari, ai sindacati, ai partitini urbani, ai commercianti, ai capi tradizionali, per non parlare dei suoi colleghi di governo: del resto è dagli ambienti governativi che partì l'ordine per rovesciarlo, sotto la regia golpista  di Compaoré; è l'ordine concordato con il consenso delle potenze straniere - sopratutto la Francia che lo considerava una minaccia per i suoi interessi colonialisti in Africa... - disturbate dalla possibilità dell'estensione del modello "burkinabé" in altre colonie e nell'Africa intera.
Sankara si accorse troppo tardi che ai vertici del Burkina Faso era isolato e solo: mentre la base rurale non era ancora  "socializzata alla politica", l'Esercito, intanto, rivoleva prendere tutto il potere.
-LIBRI SU THOMAS SANKARA
I titoli che qui troverete sono solo una piccola guida per orientarsi nello studio di Sankara non ha alcuna pretesa di essere "assoluta" e tanto meno definitiva.
                                                             (Bob Fabiani)
-Bruno Jaffré  - Biographie de Thomas Sankara;
-Bruno  Jaffré -  Burkina Faso Les années Sankara;
-Sawadogo       -  Le président Sankara;
-Carlo   Batà    -  L'Africa di Thomas Sankara - Le
idee non si possono uccidere  - Achab Editrice, 2003;
-Thomas Sankara - I discorsi e le idee - Esizioni Sankara, 2003;
-Alessandro Aruffo - Sankara. Un rivoluzionario africano. - Edizioni Massari, 2007;
-Thomas Sankara - Il presidente ribelle - a cura di Marinella Correggia
-Discorsi tradotti da Marinella Correggia - Edizioni Manifesto Libri;
-Valentina Biletta   - Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara
-Edizioni Ediarco, 2003;
-Vittorio   Martinelli  (con Sofia Massai) - La voce nel
deserto  (prefazione Jean-Léonard Touadi) Edizioni Zona, 2009.
 
(Fonte.:jeuneafriquearchivie;sankara20ans)
 
Bob Fabiani
 
Link
-www.thomassankara.net;
-www.sankara20ans.net;
-www.jeuneafrique.com   




lunedì 6 gennaio 2014

LA CACCIA ALLE STREGHE

La CACCIA
alle STREGHE
ovvero:
UN MILIONE DI DONNE
TORTURATE E UCCISE
dalla CHIESA CATTOLICA
nell'arco di 5 secoli



Fra il 1227 ed il 1235 fu instaurata l'Inquisizione contro le "streghe" e contro gli "eretici" con una serie di decreti papali.
Nel 1252 Papa Innocenzo IV autorizzò l'uso della tortura per estorcere "confessioni" di stregoneria da parte delle donne sospettate. Questo papa criminale alla sua morte fu sepolto nel Duomo di Napoli con una iscrizione che inizia con queste parole: Hic superis dignus, requiescit Papa benignus...
Successivamente, Alessandro IV diede all'Inquisizione ogni potere di torturare ed uccidere, in caso di stregoneria coinvolgente l'eresia.
5 Dicembre 1484: Papa Innocenzo VIII emette la bolla “Summis desiderantes affectibus” sulle streghe, che ordinava di inquisire sistematicamente, per scoprire torturare e giustiziare le streghe in tutta Europa.

Nel "Malleus Maleficorum" (il maglio delle streghe) una sorta di "Manuale del perfetto inquisitore", gli "esperti"
 
Frontespizio della bolla Summis desiderantes affectibus
  
della Chiesa Cattolica (ovvero i frati domenicani Heinrich Kramer Institor e Jacob Sprenger) elencavano dettagliatamente quello che combinavano le streghe: «uccidono il bambino nel ventre della madre, così come i feti delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità ai campi, mandano a male l’uva delle vigne e la frutta degli alberi; stregano gli uomini, donne, animali da tiro, mandrie, greggi ed altri animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano e altri cereali; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraverso spaventose e terribili sofferenze e dolorose malattie interne ed esterne; e impediscono a quegli uomini di procreare, e alle donne di concepire…». 

 
Dal 1257 al 1816 l'Inquisizione torturò e bruciò sul rogo milioni di persone innocenti. Erano accusate di stregoneria e di eresia contro i dogmi religiosi e giudicate senza processo, in segreto, col terrore della tortura.
Se “confessavano" erano dichiarate colpevoli di stregoneria, se invece "non confessavano" erano considerate eretiche, e poi arse sul rogo. Non sfuggiva nessuno.
Alcune erano sottoposte alla prova della pietra al collo, la presunta colpevole veniva cioè gettata in acqua legata a una pietra. Se annegava era innocente, se invece restava a galla era una strega... in ogni caso moriva!
In tre secoli alcuni storici hanno stimato che furono sterminati nove milioni di streghe, all'80% donne e bambine. Le donne venivano violentate oltre che torturate; i loro beni erano confiscati fin dal momento dell’accusa, prima del giudizio, poiché nessuno era mai assolto.
La famiglia intera veniva spossessata di ogni bene; si dissotterravano persino i morti per bruciarne le ossa.
Il Malleus Maleficorum stabiliva che la strega accusata doveva essere "spesso e frequentemente esposta alle torture". Le cacce alle streghe erano campagne ben organizzate, intraprese, finanziate ed eseguite dalla Chiesa e dallo Stato.
Questo regime di terrore durò cinque secoli, sotto la benedizione di almeno 70 papi, tutti in qualche modo compromessi con questi orrendi crimini.
1676: Un frate, con il crocifisso in mano, annuncia ai condannati
il giudizio della Chiesa che li condanna ad essere bruciati vivi.

 
A cosa serviva il terrore? A dominare e sfruttare le popolazioni, sottomettere i ribelli, imporre una religione non voluta dal popolo e arricchire i dignitari (le autorità religiose) e i loro complici (gli inquisitori). Questi ultimi godevano di privilegi particolari ed erano al di sopra della legge.
Perché le donne costituivano il bersaglio preferito? Perché si voleva eliminare il principio femminile. Il ruolo naturale di guide da esse esercitato nella comunità minacciava il potere delle autorità (principio maschile). Le donne si occupavano della salute (gli uomini imparavano da loro) e trasmettevano le tradizioni; le più anziane arbitravano con saggezza le contese. Avevano un potere e una forza naturali, incarnavano la sovranità del principio femminile con i suoi valori di conservazione, protezione, aiuto reciproco, condivisione... trasmettevano forza alla popolazione.

1549: Le donne bruciano... i frati assistono con atteggiamento rilassato,
impugnando i crocifissi. Un soldato, addirittura, si scalda le mani.

Alcune personalità famose caddero vittime dell’Inquisizione. La più nota è senza dubbio Giovanna d'Arco, la pastorella che assunse il comando dell'esercito, salvò la Francia dall'invasione nemica e rimise in trono il legittimo sovrano. Fu però accusata di stregoneria ed eresia perché indossava i pantaloni e cavalcava come un uomo e fu quindi bruciata viva. Ora però è canonizzata.

Uomo o donna, chiunque usasse la testa costituiva una minaccia alla ricchezza e al potere di una minoranza di privilegiati e andava quindi eliminato.
Una donna simile veniva giudicata una strega e bruciata, dopo di che ci si impadroniva dei suoi beni. Qualunque donna non sposata dotata di un'abilità insolita o caratterizzata da un tratto particolare (per esempio i capelli rossi) rischiava l'accusa di stregoneria e quindi la morte. 




Fonte:


giovedì 2 gennaio 2014

G8 2001: DOMICILIARI PER MORTOLA, LUPERI E GRATTERI. INTANTO IN FRANCIA SI’ AI NUMERI IDENTIFICATIVI.

Notizia scritta il 02/01/14 alle 18:03. Ultimo aggiornamento: 02/01/14 alle: 19:31




don't clean up 

Spartaco Mortola, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri in manette – a cavallo della notte di San Silvestro 2013 – per i fatti del 21 luglio 2001, con il massacro della scuola Diaz durante il G8 a Genova: 93 manifestanti brutalmente picchiati, 63 dei quali finirono poi in ospedale, tre in prognosi riservata e uno addirittura in coma.
Con ben tredici anni di ritardo, proprio l’ultimo dell’anno, il 31 dicembre, i tre sono finiti in manette, in esecuzione della sentenza definitiva che ha confermato le condanne per 44 funzionari di polizia, solo 15 dei quali poi, concretamente, hanno ricevuto una qualche forma di reclusione.
I nomi di Mortola, Liperi e Gratteri sono ben noti a centinaia di migliaia di persone che 13 anni fa erano in piazza a Genova. Mortola, ex capo della Digos genovese e poi questore vicario a Torino, dovrà scontare otto mesi di  domiciliari, mentre per Giovanni Luperi, ex dirigente dell’Ucigos, poi capo-analista dei servizi segreti e ora in pensione, il conto è di un anno. Un anno di domiciliari pure per Francesco Gratteri, il «numero tre» della polizia italiana, superpoliziotto antimafia che ha coordinato le indagini su svariati attentati commessi dalla malavita organizzata. A tutti e tre, il tribunale di sorveglianza ha respinto l’istanza di servizi sociali.
Lo stesso tribunale di sorveglianza genovese aveva già deciso i domiciliari per sei funzionari e agenti di polizia condannati in via definitiva per il massacro alla scuola Diaz: si tratta di Filippo Ferri (all’epoca del G8 capo della squadra mobile di La Spezia, nei giorni scorsi reclutato dal Milan come “tutor” della sicurezza a Milanello), Fabio Ciccimarra (all’epoca dirigente della questura di Napoli), Nando Dominici (all’epoca capo della squadra mobile di Genova), Salvatore Gava (all’epoca funzionario della squadra mobile di Sassari), Massimo Nucera (agente del VII Nucleo del Reparto mobile di Roma, che denunciò falsamente di essere stato colpito da una coltellata) e il collega Maurizio Panzieri. A un settimo condannato, Carlo Di Sarro, all’epoca funzionario della Digos del capoluogo ligure, il tribunale di sorveglianza di Genova ha invece concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali. Ai nostri microfoni Vittorio Agnoletto, all’epoca dei fatti tra i portavoci del Genoa Social Forum. Ascolta. [Download

FRANCIA - Ancora polizia e dintorni e torniamo a parlare del numero identificativo. Mentre in Italia il ministro dell’Interno Alfano continua a dirsi “contrarissimo” a ogni modifica delle norme in tal senso, da ieri, 1 gennaio, in Francia tutti i poliziotti devono portare sulla loro uniforme un ”numero d’identificazione individuale”, che li renda riconoscibili durante qualsiasi intervento.
Una misura promessa in campagna elettorale dal presidente François Hollande ma che non piace ai sindacati di polizia, secondo cui “il governo" ha ceduto all’azione di lobbying di alcune associazioni”: un implicito riconoscimento, questo, al lavoro fatto da molte organizzazioni antirazziste e di movimento che fin dall’elezione di Hollande lottano perché la misura sia adottata.




Fonte:


REPUBBLICA CENTRAFRICANA: VIOLENZE E TENSIONI FRA GLI SFOLLATI - TUTTI I LINK DI EMERGENCY DALL'INIZIO DELLA CRISI

 


gennaio 2, 2014 - 16:50


Altre centinaia di civili hanno raggiunto il campo sfollati situato nei pressi dell’aeroporto di Bangui per mettersi al riparo da nuovi attacchi e rappresaglie tra esponenti dell’ex coalizione ribelle Seleka e miliziani Anti-Balaka. Le ultime violenze, che si sono verificate ieri nella quinta circoscrizione della capitale, hanno causato una vittima e una quindicina di feriti, di cui tre bambini. In base ad alcuni testimoni locali, uomini della Seleka (a maggioranza musulmana) in abiti civili avrebbero lanciato ordigni contro abitazioni di cristiani, suscitando l’ira di giovani che hanno replicato all’aggressione appiccando il fuoco a decine di case di musulmani. In un’ora 16 persone sono state ricoverate nella struttura allestita da Medici senza frontiere (Msf) dove sono stati curati i civili feriti da arma da fuoco e da schegge di munizioni. Martedì nello stesso presidio medico improvvisato un neonato di sei mesi è deceduto dopo essere stato raggiunto da un proiettile.
Al di là della paura e delle condizioni di vita quotidiana sempre più difficili, nel campo sfollati dell’aeroporto stanno anche aumentando tensioni e sospetti a causa della presunta infiltrazione di ex Seleka, costringendo Msf ad evacuare il proprio personale medico-sanitario. Martedì centinaia di centrafricani hanno invaso le piste dell’aeroporto di Bangui per protestare contro l’insicurezza e le cattive condizioni di vita, auspicando operazioni di disarmo degli ex ribelli “più celeri”.
Fonti di stampa locale hanno inoltre riferito che pur essendo collocato nei pressi della base dei soldati francesi dell’operazione Sangaris e della forza panafricana della Misca, nessun militare sta vigilando sull’immenso campo sfollati. Questo vuoto di sicurezza unito al perdurare degli scontri intercomunitari stanno alimentando crescente preoccupazione degli operatori umanitari che chiedono un intervento rapido dell’Onu. L’insicurezza diffusa sta rallentando, o addirittura impedendo in alcuni quartieri, la consegna di cibo, acqua e medicinali oltre che l’assistenza sanitaria nei 60 siti che in tutto ospitano più di 370.000 sfollati. A questi si aggiungono altre centinaia di migliaia di persone che da mesi si sono rifugiate nelle foreste alle porte della capitale.
Hanno invece scelto la strada dell’esodo almeno 10.000 ciadiani che da anni erano stabiliti in Centrafrica, tornati in patria nei giorni scorsi con ogni mezzo possibile. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello a favore di un sostegno umanitario alle autorità di N’Djamena per aiutarle a far fronte al ritorno in massa di civili che potrebbe costituire una nuova fonte di tensione nel confinante Ciad. Un altro fronte caldo è la frontiera col Camerun dove sono stati segnalati nuovi attacchi attribuiti ad assalitori centrafricani – presumibilmente della Seleka – contro alcuni villaggi dell’est camerunense saccheggiati in modo sistematico. Le truppe di Yaoundé sono intervenute, uccidendo un assalitore e arrestando una decina di uomini armati.
Intanto sul fronte diplomatico la crisi centrafricana è al centro dell’agenda dei paesi dell’Africa centrale e della Francia. Il presidente congolese Denis Sassou Nguesso – mediatore regionale – si è detto “preoccupato per la possibile implosione del Centrafrica, a causa della presenza di forze negative, con conseguenze molto gravi anche oltre l’Africa centrale”. Il Centrafrica è il tema centrale della visita avviata dal ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian, arrivato oggi a Bangui, dopo una tappa a N’Djamena e prima di incontrare i capi di Stato del Gabon e della Repubblica del Congo. Dal suo esilio l’ex presidente François Bozizé – destituito dalla Seleka con un colpo di stato lo scorso marzo – ha chiesto al suo successore Michel Djotodia, “il cui nome è sinonimo di caos”, di rassegnare le dimissioni.

[VV]

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Fonte:

http://www.misna.org/altro/bangui-nuove-violenze-tensioni-tra-gli-sfollati-02-01-2014-813.html 





***

Di seguito i link di Emergency dall'inizio della crisi nella Repubblica Centrafricana:







Crisi in Repubblica Centrafricana

 

29 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: il senso del nostro essere a Bangui
 28 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: oltre 30 bambini feriti da arma da fuoco, razzi, granate e machete operati nell'ultimo mese
22 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: sempre più difficile la situazione a Bangui
20 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: un nuovo intervento di Emergency vicino a Bangui
17 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: dal Centro pediatrico di Bangui
13 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana: i medici di Emergency continuano a garantire cure ai bambini
11 dicembre - Crisi in Repubblica Centrafricana - da Bangui
8 dicembre - Bangui: nella zona dell'aeroporto, tra tende e baracche di fortuna, sono moltissimi i bambini
7 dicembre - SEMPRE PIÙ DRAMMATICA LA SITUAZIONE A BANGUI
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mercoledì 20 novembre 2013

LANDER E' LIBERO. ADESSO LIBERI TUTTI!

  •               di Marco Santopadre
Lander è libero. Adesso liberi tutti!
“Lander assolto”. La notizia è arrivata ieri all’ora di pranzo, poco prima che nel Lucernario occupato da pochi giorni all’interno dell’Università La Sapienza di Roma iniziasse un incontro con due giovani baschi, uno dei quali sotto processo a Madrid, insieme ad un’altra quarantina di compagni e compagne, esclusivamente per aver militato in una organizzazione giovanile di massa – Segi – che la Spagna ha prima messo fuori legge e poi dichiarato ‘terroristica’. 
Dopo 2 giorni passati nel carcere di Regina Coeli, dieci mesi ai domiciliari in una casa occupata a Garbatella e poi quasi 7 mesi di carcere a centinaia di chilometri da casa, Lander Fernandez ha potuto recuperare ieri sera la libertà. Insieme ad Aingeru Cardano, il suo amico e compagno che torturato dalla polizia, firmò una dichiarazione in cui asseriva che nel 2002, durante una manifestazione a Bilbao contro la repressione spagnola del movimento basco di liberazione nazionale, Lander era presente quando un autobus, vuoto e in sosta, venne incendiato da alcuni dimostranti. Appena finito il periodo di isolamento totale al quale era stato sottoposto senza la possibilità di comunicare con la famiglia e neanche con un avvocato – una ‘incomunicaciòn’ di 5 giorni nelle mani della polizia che permette abusi e torture nei commissariati – Aingeru si affrettò a dichiarare davanti al giudice che la sua ‘confessione’ era falsa e che aveva dichiarato solo ciò che i carcerieri e i torturatori volevano sentirsi dire per cessare gli abusi. Ma per la legge spagnola le dichiarazioni estorte sotto tortura sono prove, ed è su questo elemento che spesso la Audiencia Nacional di Madrid intenta processi che portano a condanne di anni di carcere per reati che in un contesto non infinatamente emergenzialista come quello basco (o meglio, spagnolo) comporterebbero lievi pene se non addirittura solo una multa.
Questa volta, per fortuna, non è andata così: Lander è stato assolto. Contro di lui, hanno dovuto ammettere i giudici del tribunale speciale di Madrid, non c’è nessuna prova. Lo avevano sostenuto da subito coloro che quando il giovane basco fu arrestato a Roma nel giugno del 2012 dalla polizia italiana iniziarono a denunciare un’operazione di natura tutta politica, sottolineando che Lander era da anni sottoposto a una pesante persecuzione da parte dei tribunali spagnoli.
Ma nonostante documenti e testimonianze i giudici e i ministri italiani incaricati di decidere se concedere o no l’estradizione preferirono girare la testa dall’altra parte di fronte alle denunce di Amnesty International, dell’Onu e della stessa Unione Europea, che da anni mettono sotto accusa un sistema giudiziario e carcerario spagnolo che utilizza sistematicamente la tortura, che viola i diritti processuali degli imputati per motivi politici. Anche la stampa italiana ha preferito trattare la questione scopiazzando le veline del Ministero degli Interni di Madrid e riportando notizie false, completamente inventate e tese esclusivamente a dare in pasto alla già intossicata opinione pubblica dello Stato Spagnolo un mostro da sbattere in prima pagina.

Da giornalisti e giudici incompetenti e complici della repressione non avremo risposte, eppure di domande da fare ne avremmo molte: perché estradare Lander a Madrid quando era evidente che contro di lui non c’erano prove? Perché continuare a dare credito ad un paese come la Spagna che non tratta i baschi diversamente da come la Turchia tratta i curdi? Perché neanche appelli firmati da intellettuali e parlamentari italiani di diversa ispirazione politica hanno rotto un sistema ben oliato di complicità tra le istituzioni italiane e quelle spagnole? Chi risarcirà Lander e la sua famiglia per gli anni passati in carcere e per la continua e pesante diffamazione subita dai mezzi di informazione?
Mentre i familiari e gli amici – che a Roma non sono meno di quelli di Bilbao – si godono la liberazione di Lander e la fine – speriamo definitiva – di una lunga e pesante persecuzione nei suoi confronti, il pensiero va a tutti e a tutte coloro che sono rinchiusi nelle carceri francesi e spagnole, o in esilio, a causa della loro militanza politica e sociale nel movimento indipendentista basco. Nei giorni scorsi una ventina di militanti hanno recuperato la loro libertà, dopo decenni di prigione, grazie alla bocciatura da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani di una norma – la dottrina Parot – che Madrid si era inventata alcuni anni fa per prolungare artificiamente le già pesanti condanne inflitte ai militanti indipendentisti. Ma proprio in questi giorni centinaia di persone sono sotto processo perché accusate di aver militato in diverse organizzazioni – principalmente Segi e Batasuna – nonostante queste fossero state dichiarate fuorilegge perché ‘emanazione dell’Eta’. Nessun reato specifico viene loro contestato, se non quello di aver continuato ad esercitare il loro diritto di fare politica alla luce del sole, violando assurdi divieti. Assurdi quanto la pena che il tribunale franchista ereditato dalla ‘Spagna democratica’ vuole infliggere ad alcuni attivisti del movimento No Tav basco che osarono lanciare una torta in faccia alla governatrice della Navarra ed esponente dell’estrema destra liberista e cattolica da sempre sostenitrice dell’alta velocità. Se in Spagna anche lanciare torte è ‘terrorismo’ la solidarietà e la denuncia non possono riposare neanche un minuto.
Lander è libero, ora liberi/e tutti/e!

Di seguito il comunicato del comitato "Un caso basco a Roma":

http://uncasobascoaroma.noblogs.org/post/2013/11/19/lander-e-aingeru-sono-di-nuovo-liberi/

 
Ultima modifica il Martedì, 19 Novembre 2013 12:38 
 
 
 
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