Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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mercoledì 8 gennaio 2014

ECCO CHI ERA IL COMMISSARIO CALABRESI

Da http://ilsanguepolitico.blogspot.it/, blog di Nicoletta Orlandi Posti:


Pasquale Valitutti è l'unico testimone vivente della tragica notte tra il 15 ed il 16 dicembre quando, dopo ore estenuanti di attesa, seduto dietro la porta dell'ufficio del commissario Calabresi, aspettava che Pinelli uscisse dalla stanza per essere interrogato.  "Saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate", racconta commosso ancora oggi. Il racconto che fa Pasquale Valitutti di quella sera è sempre lo stesso da 40 anni, non è mai cambiato di una virgola: Calabresi era in quella stanza quando Pinelli si gettò dalla finestra. "Il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo", ripete Lello. Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo". Quanto alla figura di Calabresi, santificata dalla fiction di RaiUno, Lello ricorda, nella sua intervista rilasciata a Umanità Nova "che Calabresi ce l’aveva con gli anarchici da molto prima di Piazza Fontana, dalle bombe della fiera campionaria di Milano dell’aprile precedente, a quelle sui treni in estate. Lui era lo sbirro che lavorava sugli anarchici, ed era convinto che fossero dei bombaroli. A causa sua molti compagni sono stati in prigione parecchio tempo anche se poi assolti; a causa sua Pietro Valpreda se n’era andato da Milano, perché non ne poteva più di aver rotte le scatole da lui, e a causa sua Pino Pinelli veniva continuamente perseguitato". Quanto alle doti investigative del commissario Lello sostiene che "era un emerito incapace, perché di fronte a bombe di chiara matrice fascista, ha continuato a prendersela con gli anarchici solo perché noi costituivamo il suo “ambito di lavoro”. In secondo luogo, lui ha trattenuto Pinelli in questura oltre i limiti consentiti per legge senza avvisare il giudice, ed era il responsabile oggettivo della sua custodia. In terzo luogo, ha calunniato pubblicamente Pinelli durante la prima conferenza stampa, dicendo che era in qualche modo colpevole. In quarto luogo, durante il processo Calabresi-Lotta Continua, quando il giudice volendo vederci più chiaro chiese di riesumare il corpo di Pino, lui fece ricusare lo stesso dal suo avvocato. Si offendeva perché lo chiamavano assassino o “commissario finestra”, ma è lui che ha impedito che si andasse avanti verso la verità. Tutto questo è oggettivo. Questo era Calabresi".
Infine Lello racconta cosa pensava Pinelli di Calabresi: "Pino diceva che era un poliziotto falso e pericoloso, perché contrariamente ai suoi colleghi, che erano 'animaleschi', lui era capace di alternare momenti di finta confidenza e fiducia a momenti di durezza. Come tale tutti lo abbiamo conosciuto".



Fonte:




Qui il video di  una testimonianza sul caso Pinelli da parte di Pasquale Valitutti al corteo anarchico per Serantini del 12 maggio 2012 a Pisa:





mercoledì 2 gennaio 2013

Il negozio griffato di Zorzi a due passi da piazza Fontana

Dopo il fallimento l'ex latitante risulta proprietario. Il neofascista è stato coinvolto nelle stragi e poi assolto

La vetrina del negozio «Oxus» in via Ugo Foscolo 3 (Fotogramma) 
 
 
 
 
 
 
  La vetrina del negozio «Oxus» in via Ugo Foscolo 3 (Fotogramma)
 
MILANO - Da piazza Fontana alla Galleria Vittorio Emanuele sono pochi passi. Eppure tra la strage neofascista del 1969 nella Banca Nazionale dell'Agricoltura e un negozio alla moda di borse e accessori che sta in via Ugo Foscolo 3 in forza di una concessione del Comune di Milano, non si immaginerebbe alcun nesso. E invece ora gli interrogatori di un amministratore, rimasto invischiato in una causa civile al tribunale di Milano e in una inchiesta per bancarotta in Procura, svelano che questo negozio monomarca «Oxus», tuttora attivo nel «salotto» del centro città, nell'estate 2010 è passato di mano insieme all'avviamento del marchio e a tutta la merce in magazzino, ma depurato dei debiti lasciati a zavorrare la società venditrice già in insolvenza per perdite apparenti di 15 milioni di euro: 3 mesi prima del fallimento di questo «Grup.P. Gruppo Pelle Italiana spa», teoricamente appartenente alla società di diritto cipriota «Meadcraft Holdings Limited», il 30 giugno 2010 il negozio in Galleria è stato infatti sfilato e venduto per un prezzo stracciato (quasi quattro volte inferiore ai soldi offerti poco prima da una grande casa di moda) a una società amministrata da uno svedese «di cui azionista - scrive il tribunale civile - era la stessa persona azionista del gruppo fallito e menzionata dall'amministratore al pm negli interrogatori, e cioè Hagen Roi, in italiano Delfo Zorzi».
Delfo Zorzi, alias Hagen Roi (Ap)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Delfo Zorzi, alias Hagen Roi (Ap)
 
Ovvero il neofascista riparato da molti anni in Giappone (dove ha avuto la cittadinanza) quand'era latitante per i processi per la strage di piazza Fontana, dai quali è stato assolto in Cassazione dopo una condanna in primo grado all'ergastolo, e per la strage di piazza della Loggia a Brescia nel 1974, dai quali è stato assolto anche in primo e secondo grado. È nel 2005 che voci nel settore della moda, ma soprattutto un articolo dell' Espresso , cominciano a ipotizzare legami tra il marchio «Oxus» e la seconda vita di Zorzi in Giappone, quella da imprenditore della pelletteria. Poi alla fine del 2010 è la Guardia di Finanza di Venezia, in un'operazione antievasione partita da una verifica fiscale alla società veneta «Svalduz srl», a comunicare di aver «scoperto, nel server di posta elettronica, un raffinato sistema di comunicazione criptata, fatta di acronimi, sigle e codici identificativi, attraverso il quale Delfo Zorzi, dal Giappone, disponeva dettagliatamente alle varie società tutte le operazioni da svolgere».

Eppure il fruttuoso negozio in Galleria Vittorio Emanuele sembra, nonostante tutto, essere rimasto nel portafoglio dell'ex latitante, e con modalità ora finite nel mirino della magistratura. Il tribunale civile, infatti, ha autorizzato il sequestro almeno di 700.000 euro sui beni dell'ultimo amministratore subentrato nel febbraio 2010 a un'amica di gioventù di Zorzi d'improvviso destituita dalla proprietà. In Procura il pm Laura Pedio indaga in un fascicolo per l'ipotesi di bancarotta. E «B&A srl» e «Euroteam», due società che dal 2003 e dal 2007 pianificavano le campagne pubblicitarie da centinaia di migliaia di euro l'anno commissionate dal «Grup.P. Italia», hanno ottenuto sequestri conservativi.

Il nodo è la lettura dei fatti del 30 giugno 2010, quando il «Grup.P.», tenendosi i debiti, decide di cedere per teorici 700.000 euro (che nemmeno si sa se davvero pagati e finiti dove) il ramo d'azienda rappresentato dall'avviamento del marchio «Oxus» e del negozio (più merce in magazzino) in Galleria Vittorio Emanuele, per il quale una casa di moda sette giorni prima aveva offerto 1,8 milioni sentendosi rispondere che ne valeva almeno 2 e mezzo, a una società in provincia di Venezia (appunto la «Svalduz srl») rappresentata dallo svedese Etrik Patrik Vistebrandt, nipote di Zorzi. «In questo modo - ha scritto il giudice Enrico Consolandi - è stato sottratto al fallimento un bene di rilevante valore, e non è chiarissimo dove siano finiti i denari costituenti il prezzo. Il contratto è di una povertà sconsolante, senza alcuna descrizione o valutazione del magazzino che già da solo poteva valere quella somma». E per il giudice è lampante che, «tenuto conto della prossimità al fallimento» e «della coscienza dello stato di insolvenza in cui versava la società a dire delle dichiarazioni al pm dello stesso amministratore, si tratta di una operazione assolutamente avventata», che ha depauperato i creditori del gruppo venditore di lì a poco fallito in ottobre.
 

martedì 11 settembre 2012

Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, Annelise Borth



GIOVANNI ARICO', ANGELO CASILE, LUIGI LO CELSO, FRANCO SCORDO, ANNELISE BORTH

Maria Itri 

È la notte del 26 settembre 1970; quattro ragazzi anarchici di origine calabrese, e una giovanissima tedesca, muoiono in un incidente stradale alle porte di Roma. Erano partiti poche ore prima da Vibo Valentia ed erano diretti verso la capitale: scopo del viaggio, partecipare ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, ma non solo. Ad attenderli a Roma ci sono anche alcuni compagni anarchici e l'avvocato Edoardo Di Giovanni, al quale i cinque devono consegnare alcuni documenti.
Sono mesi cruciali per il Paese: i ragazzi muoiono in un'Italia che, appena nove mesi prima, ha conosciuto l'orrore di piazza Fontana, dopo un'intensa stagione di scontri sociali; muoiono in un paese confuso, mentre il "mostro" Valpreda è ancora in carcere e in altre stanze pare si stia preparando- di lì a poco- un colpo di stato. Due mesi prima, a Gioia Tauro, il deragliamento di un treno aveva provocato la morte di sei persone. Le prime indagini, frettolose e farraginose, avevano stabilito che si trattava solo di un incidente ma le cose in realtà erano molto diverse. Gli anarchici reggini avevano lavorato a lungo sulla vicenda, scoprendo un intreccio tra destra eversiva e 'ndrangheta, e il loro collegamento aveva portato dritto a Junio Valerio Borghese, il principe nero. La verità sulla strage di Gioia Tauro, per i tribunali, arriverà solo nel 2001, quando la Corte d'Assise di Palmi, dopo le rivelazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro, stabilirà che la tesi dei cinque anarchici era corretta, e che la tragedia non era da imputare ad una fatalità, ma all'esplosivo che era stato collocato sui binari prima del passaggio del treno. Mandanti ed esecutori, però, restano ignoti o sono morti, e la giustizia italiana deve fermarsi qui.
Si fermano invece a Ferentino [...] anche i documenti dei ragazzi, quando la loro Mini si incastra sotto al rimorchio di un autotreno. Incidente, come sostiene la procura di Frosinone, o omicidio, come ripetono i compagni e le famiglie? "In Italia va di moda l'incidente" scriveva Camilla Cederna raccontando come nei mesi successivi la strage di piazza Fontana numerosi testimoni o persone in qualche modo legate alla vicenda avevano perso la vita in misteriosi scontri d'auto. Nella storia dei cinque ragazzi le prime coincidenze riguardano la figura di Borghese, che appare in maniera inquietante sullo sfondo in più occasioni. I fratelli Aniello , alla guida del Tir contro il quale impatta l'auto,risultano essere suoi dipendenti; in secondo luogo l'incidente avviene in vista del castello di Artena, di proprietà del principe Borghese. Nello stesso punto, otto anni prima, era morta in un incidente d'auto la moglie del comandante della Decima Mas, la nobile russa Daria Osluscieff, e nella stessa occasione era rimasto ucciso Ferruccio Troiani, il giornalista che l'accompagnava: stesso incidente d'auto nello stesso punto. Ancora più inquietanti appaiono però le dichiarazioni del pentito Giuseppe Albanese: "L'avvocato Barbalace di Pizzo Calabro, durante la comune detenzione nel carcere di Lecce, ebbe a confidarmi che i giovani anarchici erano stati uccisi da una squadra che era alle dipendenze del principe Borghese. Aggiunse che quello stesso sistema era stato utilizzato per eliminare una parente scomoda dello stesso Borghese". E ancora, i rapporti dell'incidente della polizia stradale sono firmati da Crescenzio Mezzana, che pochi mesi più tardi si precipiterà a Roma per partecipare al fallito golpe. Dieci giorni prima dell'incidente di Ferentino, inoltre, viene ucciso a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, marò della X Mas; tra le molte ipotesi sulla sua scomparsa c'è chi ha sostenuto che fosse a conoscenza delle collusioni tra la mafia siciliana e i piani di realizzazione del colpo di stato diretto da Borghese. Dalla tessera ferroviaria di Casile risulta che il ragazzo aveva compiuto nell'estate 1970 numerosi viaggi proprio a Palermo: è possibile che anche l'anarchico stesse seguendo una traccia simile a quella di De Mauro? Cosa stava accadendo a Palermo in quei mesi tanto da richiamare tutta questa attenzione? Infine, esiste un'informativa del controspionaggio su quello che è successo a Ferentino: il documento però, contro ogni logica, è compilata dal controspionaggio di Palermo, diretto nel settembre 1970 dal colonnello Bonaventura, braccio destro del generale Miceli, accusato di aver partecipato ad alcune riunioni a Roma come referente dei servizi deviati siciliani. Nel novembre 2001 Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, consegna una relazione al tribunale di Brescia: sostiene di avere identificato una nuova struttura clandestina parallela ai servizi segreti, attiva dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, denominata come "Noto servizio". La struttura era stata fondata da un gruppo di ex repubblichini riuniti attorno alla figura di Junio Valerio Borghese, e può contare su un gruppetto di "specialisti" in grado di simulare incidenti stradali, eliminando così elementi scomodi. Oltre alla dinamica dell'incidente di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, risultano incomprensibili alcune questioni: perché alle famiglie non furono mai restituiti gli oggetti personali e le agende dei ragazzi? E perché agli amici fu impedito di visitare le salme e di vedere Annelise se non quando la ragazza entrò in uno stato di coma ormai irreversibile? E ancora, cosa c'era dentro il fascicolo intestato ai ragazzi scoperto in un deposito della via Appia dallo stesso Giannuli nell'estate del 1996, e trovato completamente vuoto? E poi ci sono le testimonianze, che raccontano di una misteriosa telefonata a casa Lo Celso la sera precedente l'incidente, nella quale un amico di famiglia che lavora nella polizia politica avverte il padre di Luigi di non far partire il figlio con gli altri ragazzi. E ancora, è esistito davvero questo dossier di controinformazione? Il 6 settembre, tre settimane prima dell'incidente, Aricò telefona a Roma e comunica agli anarchici della federazione che la controinchiesta procede bene, e che una parte del materiale è stata spedita al compagno Veraldo Rossi, che non riceverà mai il plico. Lo stesso Aricò prende poi un appuntamento con l'avvocato Edoardo De Gennaro per il 27 settembre a Roma: non arriverà mai. Fra la fine di agosto e il mese di settembre, raccontano i compagni dei cinque, succedono strani episodi: rullini fotografici che scompaiono, minacce telefoniche, aggressioni. Nel 1993 il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, nel corso dell'inchiesta Olimpia, torna a parlare di quella vecchia storia dimenticata. Racconta di come quella morte, in realtà, possa avere una spiegazione, parla di conversazioni a proposito dei presunti mandanti; voci, appunto, non sufficienti, però,a riaprire il caso. Ricorda Tonino Perna, il cugino di Aricò: "Ho sempre di fronte l'immagine di mio cugino che due giorni prima di partire l'ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura".

Fonte:

mercoledì 21 dicembre 2011

Giuseppe Pinelli

Scheda a cura di Francesco "baro"Barilli

In “Reti Invisibili” vedete affrontati fatti della storia recente italiana, contrassegnati da morti "strane", sulle quali non si è mai ottenuta completa chiarezza né (soprattutto) verità o giustizia.
Ma c’è un altro aspetto "mancante" che contraddistingue le vicende di cui ci siamo occupati: la memoria tradita. Nel senso che l’omicidio di Carlo Giuliani, quello di Piero Bruno, quello di Peppino Impastato ed altri ancora, ci parlano di vicende in cui oltre a non ottenere (in tutto o in parte) la verità sui nomi degli assassini e/o dei mandanti, si è cercato di modificare e accomodare la memoria stessa di quei fatti, al fine di renderli meno "scomodi". In questo modo quegli episodi vengono confinati nell’area indefinita dei misteri d’Italia, e alle vittime, nella migliore delle ipotesi, l’opinione pubblica regala solo una vaga pietà…
Ma per Giuseppe Pinelli (ferroviere anarchico morto in circostanze misteriose nella notte fra il 15 e il 16 dicembre del 1969, precipitando dal quarto piano della questura di Milano) l’operazione di stravolgimento della memoria è stata particolarmente odiosa e particolarmente riuscita, tanto da dover parlare più correttamente di "cancellazione" più che di "stravolgimento" della memoria. Ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in Piazza Fontana) ai giorni nostri ("caso Sofri"), passando per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un "incidente di percorso", un episodio da dimenticare, ininfluente per la comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di quei fatti.
Credo che questa frase di Licia Pinelli, estratta dal libro-intervista che Licia rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982, sintetizzi meglio di ogni altra la vicenda. "Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…"..
Ecco un breve sunto di quei fatti.
L’attentato in Piazza Fontana, alla Banca dell’Agricoltura, è del 12 dicembre 1969; il triste bilancio sarà di 16 morti e 88 feriti. Le indagini si orientano da subito verso gli ambienti della sinistra, in special modo verso gli anarchici. Numerose persone vengono fermate il giorno stesso. Fra queste c’è Giuseppe Pinelli, che nella notte fra il 15 e il 16 dicembre cade dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, e muore poco dopo il ricovero al Fatebenefratelli.
Nella stessa notte il Questore Marcello Guida ed il Commissario Calabresi danno la notizia durante una conferenza stampa. Secondo la loro versione Pinelli si è suicidato, in quanto sul suo conto gravavano pesanti indizi. Questa versione comincia presto a fare acqua da tutte le parti. Il 27 dicembre Licia Rognini (moglie di Giuseppe Pinelli) querela il Questore Guida per diffamazione. Ecco un estratto dall’intervista che Licia Pinelli rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982 "… io ero sicura al mille per cento che Pino non avesse fatto assolutamente niente di quello di cui lo incolpavano e quindi sono partita prima di tutto querelando il questore Guida per quello che aveva osato dire. Dopo avrei pensato alla morte… Probabilmente ero imbevuta della mia educazione, delle mie letture. Pensavo: prima l’onore, poi il resto…". Guida sarà assolto nel dicembre del 70.
Sempre nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli, "Lotta Continua" comincia ad accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico.
Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato "Calabresi/Lotta Continua" comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diviene ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli.
Nel giugno del 71 la vedova Pinelli denuncia Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre 69 per omicidio volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i denunciati.
Il 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la presentazione al Palazzo Reale di Milano de "I funerali dell’anarchico Pinelli", quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non fu più riproposta.
Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in bocca a molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero bizantinismo: "la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto") e ritiene "verosimile" l’ipotesi di un malore.
Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella dell’omicidio "volontario"; scartato pure il volo di fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente parlò di un "malore attivo", per districarsi fra le scomode ipotesi di suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che furono fatte restano le seguenti. Un interrogatorio "forzato" e svoltosi fuori dalle procedure legali, in cui a qualcuno saltarono i nervi giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli fino a temere di averlo ucciso; da qui la repentina decisione di sbarazzarsi del corpo inscenando un suicidio più o meno verosimile. A favore di questa ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza (uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la sentenza D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza sia stata chiamata pochi minuti PRIMA della caduta dal balcone) e la famosa "macchia ovalare" trovata sul collo del Pinelli (che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione finita tragicamente per pura fatalità, al termine dell’interrogatorio. O ancora: Pinelli aveva sentito o visto qualcosa che non doveva sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro Valpreda, un altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la strage, scomparso per malattia nel luglio 2002, confidò in un’intervista a Mauro Bottarelli).
Nel 1988 Leonardo Marino, ex componente di Lotta Continua, raccontò che pochi giorni prima dell’omicidio del commissario Calabresi incontrò Adriano Sofri a Pisa, il quale gli comunicò la decisione di uccidere il commissario. Secondo questa ricostruzione l’omicidio sarebbe stato materialmente compiuto da un commando composto da militanti di L.C.: Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e lo stesso Marino (con ruolo di autista). Non è questa la sede per affrontare il "caso Sofri", o per parlare delle tante contraddizioni che si possono trovare nel racconto di Marino. Basti dire che la vicenda processuale si è per ora chiusa, e che la Magistratura ha ritenuto credibile la versione del "pentito" Leonardo Marino, condannando per omicidio gli ex esponenti di Lotta Continua.
Nel maggio 2002 si è tornati a parlare (seppure indirettamente) del "caso Pinelli". Pochi giorni prima del trentesimo anniversario dell’omicidio Calabresi, il Corriere della Sera, sul proprio settimanale "Sette", pubblicò un’intervista con Gerardo D’Ambrosio. Il Magistrato in quell’occasione ribadì di essere assolutamente sicuro dell’estraneità di Calabresi (a qualsiasi livello) nella morte di Giuseppe Pinelli. Ma al di là dei giudizi che si possono esprimere sul convincimento di D’Ambrosio, è certo che il Magistrato commette un grave errore; ad un certo punto afferma: "Poi ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi. La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse".
Il punto è che Valitutti all’epoca dell’inchiesta disse ESATTAMENTE IL CONTRARIO (confermando sempre, successivamente, la stessa versione): NON SOLO Valitutti non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Dunque anche l’intervista a D’Ambrosio si rivelò un’occasione persa nell’ottica di ristabilire la verità sulla vicenda, diventando invece un altro elemento che va a confonderne la memoria.

Francesco “baro” Barilli

Vedi anche:
Giuseppe Pinelli: Intervista con LICIA PINELLI

Fonte:

http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/

martedì 20 dicembre 2011

La strage di Stato

Nota editoriale

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d'Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.
Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d'ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso '68-'69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell'inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.
Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?
Con l'inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.
Ma andiamo con ordine.
Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l'Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle alleanze o anche solo nell'immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C'è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del '47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel '69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell'immaginario popolare.
Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l'Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.
Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'"inchiesta" poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate "a colpo sicuro" sugli anarchici.
L'altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all'interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il '68-'69 – sotto l'infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell'intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l'ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all'interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).
Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all'impunità dei funzionari dello Stato, all'ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l'archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D'Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.
La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l'attenzione alla verità per come è.
Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c'è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un'eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l'apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell'apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell'azione generale dell'apparato.
Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel '69, ma con in più una fetta consistente dell'ex Pci) e un ministro dell'interno ex "comunista" non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l'inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull'irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.
Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i '70 e gli '80.
Dopo trent'anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un'espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l'approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?
Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L'evoluzione degli avvenimenti a partire dal '69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni '70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.
Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l'oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un’interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l'agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l'antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

Odradek