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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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domenica 5 maggio 2013

Bobby Sands: una storia di disciplina, dignità ed unità


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 "Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato." da Il diario di Bobby Sands
“Discipline, dignity and unity”. Disciplina, dignità ed unità. Così titolava il numero di An Phoblacht (mensile pubblicato dal partito Sinn Féin in Irlanda ed il cui titolo significa “La Repubblica”) di domenica 3 maggio 1981. La disciplina, la dignità e l'unità a cui ci si riferiva erano quelle dei militanti dell'IRA rinchiusi da anni nel carcere di alta sicurezza di Long Kesh, vicino a Belfast, dove a lungo sono stati vittime di violenze ed atroci torture. Il gruppo di detenuti nel marzo dello stesso anno aveva preso la decisione, guidati da Bobby Sands, di iniziare uno sciopero della fame che li avrebbe condotti alla morte nel caso il Primo Ministro della Gran Bretagna, una Margaret Thatcher eletta da poco al suo primo mandato, non avesse riconosciuto loro lo status di prigionieri politici.
Bobby Sands, Ufficiale Comandante dei prigionieri dell'IRA detenuti a Long Kesh, ed i suoi compagni dal momento in cui furono rinchiusi nel blocco H (riservato ai militanti dell'IRA) avevano richiesto di essere riconosciuti come prigionieri politici: la lotta che stavano combattendo, assieme ad altri migliaia e migliaia di persone, era una lotta di liberazione e di riscatto dai soprusi che la popolazione irlandese era costretta a subire da parte degli unionisti fedeli alla Corona di Sua Maestà nell'Ulster. Ad una netta disuguaglianza sociale ed economica che divideva cattolici da protestanti, si aggiunsero discriminazioni civili (ad esempio sul diritto di voto) e violenze. Il tutto, ricordiamocelo, con ancora aperta la ferita della separazione dell'Ulster dal resto dell'Irlanda.
La loro richiesta, quindi, era semplicemente quella di veder riconosciuta la propria incarcerazione come fatto politico e non come semplice punizione. Questo status che venne fortemente negato dal Governo britannico: avrebbe significato dare legittimità alla battaglia dell'IRA e riconoscere l'esistenza di disuguaglianze e discriminazioni. I prigionieri si organizzarono quindi portando avanti una serie di proteste: si rifiutarono inizialmente di indossare le divise del carcere non essendo, appunto, carcerati come gli altri, ed in seguito di lavarsi. Queste forme di protesta non riuscirono a smuovere minimamente la posizione di Margaret Thatcher. I prigionieri decisero quindi di passare allo sciopero della fame. Dobbiamo precisare, per comprendere a pieno la loro lotta, che lo sciopero della fame è considerato da coloro che si battono per un'Irlanda unita e repubblicana un gesto pieno di significato: rimanda alla Great Famine, durata dal 1845 al 1852 circa e durante la quale migliaia e migliaia di irlandesi morirono di stenti ed emigrarono. Non fu una carestia vera e propria: un fungo particolare distrusse quasi totalmente le piantagioni di patate, alimento principale per la popolazione povera (in quasi totalità cattolica), mentre navi mercantili britanniche continuavano a depredare l'isola per i portare avanti i proprio affari.
La scelta di lasciarsi morire dignitosamente di stenti presa dal gruppo di detenuti si ricollegava quindi alla storia dell'indipendenza irlandese e serviva a ribadire il motivo per il quale si trovavano incarcerati.
Così, il primo giorno di marzo del 1981 iniziò la staffetta: il primo ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands e alla sua morte seguirono gli altri, con disciplina, dignità ed unità.
La lotta dei prigionieri del Blocco H ricevette attenzione non solo dagli abitanti di Irlanda e Regno Unito ma da tutto il mondo. Bobby Sands fu addirittura eletto deputato nel Parlamento nella circoscrizione di Fermanagh – South Tyrone, senza riuscire ovviamente a prendere il proprio posto.

Bobby Sands morì il 5 maggio del 1981, dopo sessantasei giorni senza cibo. La sua condotta fu di esempio e diede la forza a tutti e nove i prigionieri che intrapresero lo sciopero dopo di lui.
La sua è una storia di una coerenza e di un coraggio che lasciano senza parole. L'amore per il proprio Paese, per la propria storia e per la propria libertà, mai conosciuta veramente, che animavano Bobby e gli altri ragazzi sono gli stessi che oggi spingono i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane ad intraprendere la stessa forma di protesta. Dopo gli altri prigionieri che avevano cominciato a rifiutare il cibo lo scorso inverno, l'ultimo è stato Samer al Issawi, che ha interrotto il suo sciopero, avendo raggiunto, un accordo col governo, lo scorso 23 aprile.
Se è vero che quello di indipendenza irlandese è un movimento molto peculiare, per i successi ottenuti dalle sue organizzazioni (IRA e Sinn Féin), per la sua matrice apertamente socialista e per il livello di radicamento che ha sempre avuto, da una parte è facile tracciare una linea rossa che unisce i guerriglieri dell'IRA ai militanti indipendentisti palestinesi a quelli del PKK curdo. E questo significa che qualcosa da imparare da Bobby Sands e gli altri che lo hanno preceduto ce lo abbiamo anche noi: disciplina, dignità ed unità.


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venerdì 1 febbraio 2013

Ankara: attacco all'ambasciata USA, Erdogan accusa estrema sinistra

Venerdì 01 Febbraio 2013 19:44 

 



Questa mattina un attentatore kamikaze si sarebbe fatto esplodere all'ingresso secondario dell'ambasciata USA in Turchia, uccidendo una guardia. Il governo turco ha subito puntato il dito contro l'organizzazione marxista Dhkp-C.

Nella tarda mattinata di oggi, un kamikaze si é fatto esplodere davanti all'ambasciata degli Stati Uniti ad Ankara, capitale della Turchia, uccidendo oltre a se stesso una guardia turca e ferendo gravemente una giovane donna.

Il kamikaze è stato rapidamente identificato da alcuni media turchi come Ecevit Sanli, 30 anni. Si sarebbe fatto esplodere alle 13.10 ora locale davanti ad un ingresso secondario dell'ambasciata Usa. La deflagrazione, molto forte, é stata chiaramente udita a chilometri di distanza ed ha fatto tremare i vetri dell'ambasciata italiana, situata a meno di 400 metri sull' Ataturk Boulevard. La porta blindata dell'ingresso secondario, da dove passano fra l'altro le persone che chiedono un visto per gli Stati Uniti, é stata completamente divelta a dimostrazione del fatto che l’esplosivo era ad alto potenziale. L'esplosione ha ucciso sul colpo l'attentatore e una guardia turca, e ha ferito gravemente una giornalista turca, Didem Tuncay. La sede diplomatica statunitense invece, situata come quella italiana al centro di una grande proprietà, non ha subito danni.
Secondo le autorità turche, responsabile dell'attentato sarebbe il gruppo di estrema sinistra Dhkp-C, il Partito-Fronte Rivoluzionario Popolare di Liberazione, già accusato di altri attentati e duramente perseguitato sia in patria che all'estero. Il Dhkp-C è una formazione marxista rivoluzionaria e anti-imperialista, da decenni in guerra con il regime filo-USA e filo-Nato da alcuni anni controllato dagli islamici dell'Akp di Erdogan. Con la scusa di reprimere le attività del Dhkp-C i servizi di sicurezza turchi negli ultimi anni hanno arrestati centinaia di attivisti, studenti, insegnanti, giornalisti e artisti, accusati di reati gravissimi in nome del fatto che agirebbero per conto dell’organizzazione clandestina, alla quale Ankara ha in questi anni addossato attentati mai rivendicati o addirittura respinti dal Fronte.

Il premier Erdogan non ha esitato un attimo prima di accusare l’estrema sinistra dell’attentato, chiedendo la collaborazione di tutti nella “lotta al terrorismo”. Ma la Turchia è sede e generatrice in questi tempi di numerosi conflitti. Con il Pkk, dopo aver scatenato una nuova guerra con il popolo curdo all’interno e all’esterno dei propri confini, e in particolare dopo l’omicidio a freddo di tre dirigenti kurde a Parigi poche settimane fa. Con Damasco, dopo aver iniziato una attiva opera di destabilizzazione della Siria, armando e addestrando i ribelli sunniti e a volte contigui ad Al Qaeda e installando sul proprio territorio i missili Patriot prontamente ottenuti dai partner europei della Nato.

Dopo anni di scontro violento tra la versione liberista e moderata dell’Islam turco e i gruppi jihadisti, innegabilmente Ankara ha legato i suoi interessi a quelli di questi ultimi accettandone la preminenza sul fronte della destabilizzazione della Siria. Ma l'analista del quotidiano turco Hurriyet Nihal Ali Ozcan ha messo in guardia negli ultimi giorni contro il rischio crescente di attacchi jihadisti contro interessi occidentali in Turchia. L'arresto nei giorni scorsi ad Ankara del genero di Osama Bin Laden, Suleiman T. - di cui ha riferito oggi Milliyet - ha fatto scattare altri campanelli d'allarme. Dovrebbe essere consegnato, secondo Milliyet, alle autorità iraniane. 

Ultima modifica Venerdì 01 Febbraio 2013 21:21 
 
 
 
Fonte:
 
 
 
 

sabato 12 gennaio 2013

PARIGI: UCCISE TRE DONNE DIRIGENTI DEL PKK CURDO

Giovedì 10 Gennaio 2013 09:24 


Le tre donne curde uccise a Parigi facevano parte del PKK (Partito dei lavoratori curdi). Una di loro, Sakine Cansiz, era tra le fondatrici del movimento.

Le tre donne sono state ritrovate morte, la scorsa notte. Due sono state uccise da un proiettile alla nuca, la terza presentava ferite all'addome e alla fronte. "Secondo fonti curde, sono stati utilizzate armi munite di silenziatore", spiega la Federazione delle Associazioni curdi in Francia, la Feyca.

Al centro informazioni, situato al primo piano, si può accedere soltanto digitando un codice e poi chiamando al citofono. Davanti al portone nessuna targa segnala la presenza del centro di informazione del Kurdistan. Le donne, dall’interno, avrebbero quindi aperto la porta a chi le ha poi assassinate.
Secondo quanto riferiscono fonti curde, le tre donne uccise sono: Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, Fidan Dogan, rappresentante del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), con base a Bruxelles, e Leyla Soylemez, giovane attivista. I corpi, dicono le fonti, sono stati ritrovati verso l'una del mattino da alcuni amici, preoccupati dopo molte telefonate rimaste senza risposta.  Davanti all'edificio, dove si trovano ancora i corpi delle vittime, sono riuniti circa 300 membri della comunità curda. Uno dei movimenti più vicini al PKK in Francia, quello dei ''giovani curdi'', esorta in comunicato diffuso on line ''tutti i curdi e gli amici del popolo curdo'' a raggiungere subito Parigi.

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I sospetti si sono immediatamente indirizzati verso i servizi segreti turchi. Fonti curde in Francia in queste ore dicono esplicitamente che l'esecuzione delle tre dirigenti del Pkk è avvenuta ''mentre il governo turco tratta direttamente con il leader curdo Abdullah Ocalan'', in carcere sull'isola di Imrali dal 1999 in condizioni di totale isolamento''.
Secondo questa lettura, dunque, il triplice omicidio potrebbe essere stata deciso da una frazione dei servizi turchi contraria alle trattative, oppure dal governo stesso come forma di "pressione" sul merito della trattativa stessa, per indebolire la posizione curda.
Il governo di Erdogan, naturalmente,  fa invece circolare la voce di "regolamenti di conti interni al Pkk", per "dissensi" sulla trattativa.


sakine Cansiz
Sakine Cansiz, quando era in montagna, nel Kurdistan turco

Il profilo sintetico delle tre donne uccise:
Sakine Cansiz: Fondatrice con altri del PKK, la prima donna membro anziano dell'organizzazione, mentre era in carcere ha guidato il movimento di protesta curdo nella prigione di Diyarbakir in Turchia. Nel 1980, dopo essere stata liberata, ha lavorato con il leader del PKK Abdullah Ocalan in Siria; è stata un comandante del movimento di guerriglia delle donne nelle aree curde del nord dell'Iraq, poi ha assunto un profilo meno centrale ed è diventata responsabile del movimento delle donne PKK in Europa
Fidan Dogan: rappresentante a Parigi del Kurdistan National Congress (KNC) gruppo politico; con sede a Bruxelles, responsabile dell'attività di lobbying per conto del PKK via KNC presso l'UE e i diplomatici europei
Leyla Söylemez: giovane attivista, stava lavorando alle relazioni diplomatiche e come rappresentante delle donne, a nome del PKK.



Fonte:

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/13754