Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


Visualizzazione post con etichetta strage di gioia tauro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta strage di gioia tauro. Mostra tutti i post

martedì 22 ottobre 2013

22 ottobre 1972: i treni per Reggio Calabria

Martedì 22 Ottobre 2013 10:10 


Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta diversi movimenti di rivendicazione sociali esplosero nel sud Italia e i22 ottobremmediato fu il tentativo di annegarli nel sangue.
A Reggio Calabria, tra il luglio ed il settembre del 1970 si susseguirono numerose proteste contro il trasferimento del capoluogo regionale a Catanzaro. Vennero occupati la stazione, l'areoporto, le Poste e vi fu un grande sciopero generale.
Le organizzazioni di estrema destra risposero a questa ondata di protesta sociale da un lato con una serie di attentati dinamitardi, come quello del 22 luglio 1970 che fece deragliare il treno "Freccia del Sud" a Gioia Tauro (6 perosne morirono nell'attentato) e quello del 4 febbraio 1970, quando venne lanciato una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro; dall'altro tentando di scatenare disordini in città.
Alla strategia del terrore si affiancava il tentativo, sempre da parte delle forze neo-fasciste, di cavalcare l'ondata di rivolta e di accreditarsi come rappresentanti degli interessi della popolazione in lotta.
Per rispondere a questi attacchi i sindacati metalmeccanici decisero di organizzare una grande manifestazione di solidarietà a fianco dei lavoratori calabresi. Fu tra le prime volte che gli operai del nord e del centro scesero a manifestare al Sud.
La manifestazione fu indetta per il 22 ottobre. I neofascisti tentarono di impedire l'arrivo dei manifestanti con una serie di attentati, 8 in totale, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972.
Il tentativo però fallì, infatti più di 50'000 manifestanti riuscirono a raggiungere Reggio Calabria con i treni e i treni speciali, cui si aggiunse anche una nave con 1000 operai noleggiata dagli operai dell'Ansaldo di Genova.
Il viaggio e la giornata sono descriti da una canzone di Giovanna Marini.

I treni per Reggio Calabria
Andavano col treno giù nel meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d'ottobre del settantadue
in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano
da Roma Ostiense mille e duecento operai
vecchi, giovani e donne
con i bastoni e le bandiere arrotolati
portati tutti a mazzo sulle spalle
Il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano bandiera rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire
si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano "andiamo via Cassino
compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato,
chi vuole si rimetta in cammino"
dopo un'ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione
anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma ostiense Cisterna Roma termini Cassino
adesso siamo a Roma tiburtino
Il treno di Bologna è saltato a Priverno
è una notte una notte d'inferno
i feriti tutti sono ripartiti
caricati sopra un altro treno
funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l'importante adesso è di essere partiti
ma i giovani hanno gli occhi spalancati
vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno
la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore
aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare
per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo
con la notte le stelle e con la luna
i binari stanno luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine
mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare
piano piano a passo d'uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone
a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pareva un balcone
qualcuno vuol salire attenzione
non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino
e gridano gridano quello che hanno in mente
solo comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata
contadini e pastori che l'hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa
fa le corna e alza una mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano
Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco "a sbarre"
e alla mattina c'era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente
è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l'avevano tutto fasciato
volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s'è neppure voltato
gli operai dell'Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti
i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
e nelle pause si sentiva il mare
il silenzio di qulli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laerali
si vedevano sassi volare
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
il nord è arrivato nel meridione
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione

domenica 22 settembre 2013

Cinque anarchici uccisi. Le autorità parlano di incidente stradale. Per i loro compagni la verità è però un'altra.

 



 Da Il Manifesto, 9 agosto 2013

di Giuseppe Galzerano

Sono ancora tante le vicende della storia sociale e politica avvolte nel mistero, sulle quali si vorrebbe far calare per sempre l'oblio e il disinteresse. Una di queste viene riportata alla nostra attenzione e memoria dal libro di Nicoletta Orlandi Posti Il sangue politico (Editori Internazionali Riuniti, Roma, 2013, pag. 256, €. 16,90), che indaga sulla morte di cinque anarchici di Reggio Calabria e sulla scomparsa di un dossier con i risultati di una coraggiosa controinchiesta sull'attività dei fascisti in Calabria.
In un incidente stradale, che appare subito strano, la notte del 26 settembre 1970 sull'autostrada del sole, all'altezza di Ferentino, la mini morris gialla partita da Reggio Calabria viene schiacciata da un autotreno partito da Salerno. Tre degli occupanti della macchina, Gianni Aricò e la sua compagna tedesca Annelise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Franco Scordo, morirono sul colpo e due qualche giorno dopo. Il più «vecchio» ha 26 anni e la Borth sfiora i 18 anni ed è in attesa di un bambino. Aricò ha girato l'Europa in autostop e in Belgio ha realizzato un documentario sugli emigrati calabresi che lavorano nelle miniere. A Reggio hanno fondato il circolo anarchico «La Baracca» e per la loro
attività (volantinaggi, contestazione al film «Berretti verdi», manifestazione al porto per incitare i marinai all'obiezione di coscienza) vengono processati. Difesi gratuitamente dall'avvocato anarchico Placido la Torre di Messina sono assolti e al processo assiste Pietro Valpreda e altri anarchici venuti da Roma e dalla Calabria. In occasione degli attentati del dicembre 1969, Aricò, Borth e Casile vengono arrestati a Roma: interrogati dichiarano la loro totale estraneità e accusano i fascisti. Sua madre parte per Roma e chiede al Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, di interessarsi del figlio, che sarà scarcerato dopo pochi giorni.
Il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro la Freccia del Sud proveniente da Torino deraglia provocando sei morti e numerosi feriti. Gli anarchici reggini accorrono subito a soccorrere i feriti e nei giorni successivi vollero capire cos'era successo. Il questore esclude l'attentato parlando di uno sbullonamento tra due carrozze. In quei giorni Reggio è interessata da una rivolta capeggiata e promossa dai fascisti di Ciccio Franco (che aveva coniato il motto Boia chi molla) e dalla 'ndrangheta per la questione del capoluogo regionale, scelto dai politici a Catanzaro. Gli anarchici denunciano la strumentalizzazione fascista della rivolta e iniziano un lavoro di controinformazione sulla strage ferroviaria. Nei giorni dei «moti di Reggio capoluogo» fotografano i «forestieri» che
girano per la città. Tra loro, affermano, ci sono Junio Valerio Borghese ed altri personaggi della destra. Vengono minacciati con telefonate minatorie, pedinamenti, agguati e con l'assalto e la devastazione della sede.
A «inchiesta» conclusa spediscono il materiale all'anarchico romano Veraldo Rossi tramite il servizio postale, ma non verrà mai consegnato. Ne hanno però conservato copia, nascondendolo nella cuccia del cane. Decidono portare
direttamente alla sede romana del settimanale anarchico Umanità Nova la borsa con i documenti e fissano un appuntamento con l'avvocato Edoardo Di Giovanni, che sta preparando la seconda edizione del libro-denunzia La strage di Stato. Aricò dice alla madre: «Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia». Al padre di Scordo arriva la sera prima della partenza la telefonata di un amico, che lavora alla questura di Cosenza ed è in contatto con la polizia politica di Roma: «Se ci tiene a suo figlio, non lo faccia partire con gli anarchici. Li fermeremo».
Tra gli anarchici si rafforza la convinzione che sono stati uccisi in una strage camuffata da incidente stradale. Sul luogo dell'incidente non è rinvenuta nessuna borsa, nessuna cartella, nessuna foto, nessuna delle agende, dove gli anarchici hanno annotato nomi, fatti, date, luoghi e numeri di telefono. Sui verbali della Croce Rossa c'è scritto che i soccorsi giungono a mezzanotte. Sembra tutto normale. Invece no. Quella notte scatta il ritorno all'ora solare. Non erano trascorsi 30 minuti, ma un'ora e mezza, un tempo più che sufficiente per sottrarre il dossier e mascherare il pluriomicidio politico.
Per scoprire i lati oscuri di questo incidente - avvenuto proprio di fronte alla villa del comandante della X Mas e combattente della Repubblica di Salò e nello stesso luogo e con un incidente simile anni prima aveva perso la vita la moglie del principe nero - furono in tanti a mobilitarsi. A Salerno l'anarchico Giovanni Marini scopre che l'autista Aniello Alfonso e il proprietario Ruggero Aniello dell'autotreno, oltre che dipendenti di Valerio Borghese, sono iscritti al Msi. Proprio per questo Marini, dopo varie minacce, verrà aggredito dai fascisti di Salerno la sera del 7 luglio 1972: Franco Mastrogiovanni è accoltellato ma Marini, impossessatosi del coltello, uccide Carlo Falvella, per i cui funerali Giorgio Alimirante scende a Salerno.

Una lunga controinchiesta

Anche i fascisti parlano dell'incidente: l'avanguardista Carmine Dominici due anni dopo parla di omicidio e dieci anni dopo tre detenuti, Giuseppe Albanese, Giuseppe Sanzone e Walter Alborghetti, in un memoriale affermano che i 5 anarchici calabresi sono stati uccisi per ordine di Avanguardia Nazionale. Nel 1993 Albanese ribadì al giudice Guido Salvini che erano stati uccisi da una squadra di Valerio Borghese. Tonino Perna, cugino di Aricò, si batte per la riapertura delle indagini e chiede notizie sul dossier. La risposta del ministero dell'interno fu negativa e finora non è venuto fuori neanche un brandello di quei documenti e di quelle foto che avrebbero potuto far tremare l'Italia e per i quali morirono innocenti i cinque anarchici calabresi, ai quali il libro di Nicoletta Orlandi Posti rende omaggio riportando all'attenzione dell'opinione pubblica la vicenda degli anarchici calabresi. «Il loro sangue politico qui affiora di nuovo e continua a testimoniare», scrive Erri De Luca nella prefazione a questo libro, per il quale l'autrice ha esaminato un'immensa mole di carte giudiziarie, di cronache, di atti, di testimonianze sparpagliate e disunite e le ha messe insieme per chiedere verità e giustizia sulla morte degli anarchici calabresi.
                                                                                                          
Pubblicato in http://ilsanguepolitico.blogspot.it/2013/05/il-manifesto-9-agosto.html

 

martedì 11 settembre 2012

Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, Annelise Borth



GIOVANNI ARICO', ANGELO CASILE, LUIGI LO CELSO, FRANCO SCORDO, ANNELISE BORTH

Maria Itri 

È la notte del 26 settembre 1970; quattro ragazzi anarchici di origine calabrese, e una giovanissima tedesca, muoiono in un incidente stradale alle porte di Roma. Erano partiti poche ore prima da Vibo Valentia ed erano diretti verso la capitale: scopo del viaggio, partecipare ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, ma non solo. Ad attenderli a Roma ci sono anche alcuni compagni anarchici e l'avvocato Edoardo Di Giovanni, al quale i cinque devono consegnare alcuni documenti.
Sono mesi cruciali per il Paese: i ragazzi muoiono in un'Italia che, appena nove mesi prima, ha conosciuto l'orrore di piazza Fontana, dopo un'intensa stagione di scontri sociali; muoiono in un paese confuso, mentre il "mostro" Valpreda è ancora in carcere e in altre stanze pare si stia preparando- di lì a poco- un colpo di stato. Due mesi prima, a Gioia Tauro, il deragliamento di un treno aveva provocato la morte di sei persone. Le prime indagini, frettolose e farraginose, avevano stabilito che si trattava solo di un incidente ma le cose in realtà erano molto diverse. Gli anarchici reggini avevano lavorato a lungo sulla vicenda, scoprendo un intreccio tra destra eversiva e 'ndrangheta, e il loro collegamento aveva portato dritto a Junio Valerio Borghese, il principe nero. La verità sulla strage di Gioia Tauro, per i tribunali, arriverà solo nel 2001, quando la Corte d'Assise di Palmi, dopo le rivelazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro, stabilirà che la tesi dei cinque anarchici era corretta, e che la tragedia non era da imputare ad una fatalità, ma all'esplosivo che era stato collocato sui binari prima del passaggio del treno. Mandanti ed esecutori, però, restano ignoti o sono morti, e la giustizia italiana deve fermarsi qui.
Si fermano invece a Ferentino [...] anche i documenti dei ragazzi, quando la loro Mini si incastra sotto al rimorchio di un autotreno. Incidente, come sostiene la procura di Frosinone, o omicidio, come ripetono i compagni e le famiglie? "In Italia va di moda l'incidente" scriveva Camilla Cederna raccontando come nei mesi successivi la strage di piazza Fontana numerosi testimoni o persone in qualche modo legate alla vicenda avevano perso la vita in misteriosi scontri d'auto. Nella storia dei cinque ragazzi le prime coincidenze riguardano la figura di Borghese, che appare in maniera inquietante sullo sfondo in più occasioni. I fratelli Aniello , alla guida del Tir contro il quale impatta l'auto,risultano essere suoi dipendenti; in secondo luogo l'incidente avviene in vista del castello di Artena, di proprietà del principe Borghese. Nello stesso punto, otto anni prima, era morta in un incidente d'auto la moglie del comandante della Decima Mas, la nobile russa Daria Osluscieff, e nella stessa occasione era rimasto ucciso Ferruccio Troiani, il giornalista che l'accompagnava: stesso incidente d'auto nello stesso punto. Ancora più inquietanti appaiono però le dichiarazioni del pentito Giuseppe Albanese: "L'avvocato Barbalace di Pizzo Calabro, durante la comune detenzione nel carcere di Lecce, ebbe a confidarmi che i giovani anarchici erano stati uccisi da una squadra che era alle dipendenze del principe Borghese. Aggiunse che quello stesso sistema era stato utilizzato per eliminare una parente scomoda dello stesso Borghese". E ancora, i rapporti dell'incidente della polizia stradale sono firmati da Crescenzio Mezzana, che pochi mesi più tardi si precipiterà a Roma per partecipare al fallito golpe. Dieci giorni prima dell'incidente di Ferentino, inoltre, viene ucciso a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, marò della X Mas; tra le molte ipotesi sulla sua scomparsa c'è chi ha sostenuto che fosse a conoscenza delle collusioni tra la mafia siciliana e i piani di realizzazione del colpo di stato diretto da Borghese. Dalla tessera ferroviaria di Casile risulta che il ragazzo aveva compiuto nell'estate 1970 numerosi viaggi proprio a Palermo: è possibile che anche l'anarchico stesse seguendo una traccia simile a quella di De Mauro? Cosa stava accadendo a Palermo in quei mesi tanto da richiamare tutta questa attenzione? Infine, esiste un'informativa del controspionaggio su quello che è successo a Ferentino: il documento però, contro ogni logica, è compilata dal controspionaggio di Palermo, diretto nel settembre 1970 dal colonnello Bonaventura, braccio destro del generale Miceli, accusato di aver partecipato ad alcune riunioni a Roma come referente dei servizi deviati siciliani. Nel novembre 2001 Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, consegna una relazione al tribunale di Brescia: sostiene di avere identificato una nuova struttura clandestina parallela ai servizi segreti, attiva dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, denominata come "Noto servizio". La struttura era stata fondata da un gruppo di ex repubblichini riuniti attorno alla figura di Junio Valerio Borghese, e può contare su un gruppetto di "specialisti" in grado di simulare incidenti stradali, eliminando così elementi scomodi. Oltre alla dinamica dell'incidente di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, risultano incomprensibili alcune questioni: perché alle famiglie non furono mai restituiti gli oggetti personali e le agende dei ragazzi? E perché agli amici fu impedito di visitare le salme e di vedere Annelise se non quando la ragazza entrò in uno stato di coma ormai irreversibile? E ancora, cosa c'era dentro il fascicolo intestato ai ragazzi scoperto in un deposito della via Appia dallo stesso Giannuli nell'estate del 1996, e trovato completamente vuoto? E poi ci sono le testimonianze, che raccontano di una misteriosa telefonata a casa Lo Celso la sera precedente l'incidente, nella quale un amico di famiglia che lavora nella polizia politica avverte il padre di Luigi di non far partire il figlio con gli altri ragazzi. E ancora, è esistito davvero questo dossier di controinformazione? Il 6 settembre, tre settimane prima dell'incidente, Aricò telefona a Roma e comunica agli anarchici della federazione che la controinchiesta procede bene, e che una parte del materiale è stata spedita al compagno Veraldo Rossi, che non riceverà mai il plico. Lo stesso Aricò prende poi un appuntamento con l'avvocato Edoardo De Gennaro per il 27 settembre a Roma: non arriverà mai. Fra la fine di agosto e il mese di settembre, raccontano i compagni dei cinque, succedono strani episodi: rullini fotografici che scompaiono, minacce telefoniche, aggressioni. Nel 1993 il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, nel corso dell'inchiesta Olimpia, torna a parlare di quella vecchia storia dimenticata. Racconta di come quella morte, in realtà, possa avere una spiegazione, parla di conversazioni a proposito dei presunti mandanti; voci, appunto, non sufficienti, però,a riaprire il caso. Ricorda Tonino Perna, il cugino di Aricò: "Ho sempre di fronte l'immagine di mio cugino che due giorni prima di partire l'ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura".

Fonte:

domenica 8 luglio 2012

La rivolta di Reggio Calabria


Di Fabio Cuzzola 


13 luglio 2008

Il tempo in provincia non ha peso. La storia, quella ufficiale, dei libri, delle celebrazioni, scorre altrove. L'orizzonte a Reggio sembra diventato un eterno presente, frutto di una vita ormai americanizzata nello stile e nei costumi; se non fosse per la "sacra pedata" ed il lungomare, la nostra città potrebbe essere uguale a quella di altre centinaia di piccole città di provincia, pronte a vedere la storia passargli davanti senza neanche accorgersene.
E stato così per il terremoto del 1908, che a pochi mesi dal suo centenario non ha ancora trovato un degno progetto memoria, e rischia di essere così per la storia della Rivolta, la cui vicinanza cronologica non deve ingannare sul rischio dell'oblio.
Mentre stavo svolgendo le mie ricerche, finalizzate alla pubblicazione di "Reggio 1970", ho condotto insieme a Lillo Pontari, un collega del Liceo Campanella che mi ha trasmesso l'amore per l'insegnamento, un laboratorio storico per capire cosa era rimasto nei giovani di quelle giornate reggine.
I risultati sono stati sconfortanti. Pochi giovani accostavano il 14 luglio alla nostra città, meno ancora avevano ancora sentito parlare di capoluogo o barricate, e le notizie erano confuse e frammentarie.
Tuttavia la colpa di questa memoria cancellata non è attribuibile ai giovani.
La nostra storia, intendo la storia locale, non ha mai trovato spazio nei programmi scolastici, se non nell'ardimento di qualche docente coraggioso nel rompere le assurdità di programmi datati regio decreto.
Gli studiosi della nostra Terra, ad esclusione dei grandi Cingari e Placanica, hanno trattato gli avvenimenti storici da ottiche localistiche, restringendole ad una cronologia evenemenziale, senza inquadrarle in un rapporto causa-effetto.
Anche il "nostro 14 luglio" non può pertanto essere solo una bega Reggio-Catanzaro, ma deve essere riletto con un triplice sguardo che vi propongo.
Uno sguardo meridionalista, ovvero capire che quella di Reggio, come sosteneva Fortunato Seminara, fu "la somma di collera antica", l'ultima occasione per risolvere una questione meridionale, che da quel momento in poi sparì dall'agenda politica nazionale.
Un secondo sguardo legato alla macrostoria. Reggio è stata un laboratorio per la destra eversiva nell'ambito della strategia della tensione, e questa non è un'invenzione romanzesca, ma testimonianza viva di migliaia di pagine di atti, processi, sentenze e deposizioni documentati dalla Commissione stragi e dalle operazioni Olimpia. Non fare i conti con questo approccio significa relegare la Rivolta ad esperienza da Via Pal e quindi consegnarla all'oblio richiudendola fra i confini dell'Annunziata e del Calopinace.
L'ultimo sguardo è quello delle vittime. Tutte! Da Labate fino a Malacaria, cittadino di Catanzaro ucciso durante una manifestazione contro la Rivolta nel febbraio del '71, come giustamente sottolineato dalla giunta Scopelliti in un ordine del giorno votato nel 2005 a difendere la memoria della Rivolta.
Tutte le vittime, comprese i cinque anarchici, i morti della strage di Gioia Tauro, tutte vittime senza giustizia.
Ripenso alla famiglia di Angelo Campanella, onesto lavoratore, ucciso mentre si riposa sulla veranda di casa, da un colpo di moschetto esploso da un carabiniere. [...]
A mio avviso, invece che litigare su nomi di vie o piazze, la giunta, il consiglio comunale dovrebbero sostenere questa lotta, dichiarandosi parte civile nel processo e patrocinare con i propri avvocati la causa di Angelo Campanella, perché la memoria non sia solo una corona posta in un angolo del rione Pescatori, ma storia viva di persone umili che in un caldo giorno di luglio decisero di fare la storia e non subirla. 

Note: