Perchè questo nome:
Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.
Donatella Quattrone
giovedì 1 agosto 2013
Inchiesta sulla strage di Bologna: la vera storia di Mauro di Vittorio
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L'ARCA CHE PORTERA' GAZA NEL MONDO
Per gli organizzatori del viaggio è anche una sfida. La Marina da guerra
israeliana farà di tutto per non lasciarli passare e per rafforzare il
blocco navale di Gaza.
giovedì 1 agosto 2013 13:14

di Michele Giorgio - Il Manifesto
Gerusalemme, 1 agosto 2013, Nena News - La partenza dell'Arca di Gaza è prevista nel giro di qualche settimana. O forse salperà ad ottobre, a un anno dall'ultimo tentativo effettuato da un'imbarcazione (la Estelle) della Freedom Flotilla di rompere il blocco navale che Israele attua davanti alle coste di Gaza. Per questo, incuranti del caldo e del digiuno che osservano durante il mese di Ramadan, i manovali palestinesi, con aiuto volontario di attivisti stranieri, stanno ultimando la riparazione e sistemazione dell'Arca, un ex pescherecchio lungo 24 metri, che dovrà trasportare verso l'Europa decine di passeggeri oltre a frutta, mobili, ricami e vari prodotti artigianali palestinesi. Video
Si potrebbe definire una missione della Freedom Flotilla al contrario. Dal 2008 a oggi sono stati effettuati diversi tentativi di raggiungere Gaza via mare, quasi tutti bloccati dalla Marina militare israeliana. In un'occasione, tre anni fa, la nave turca Mavi Marmara fu arrembata in acque internazionali da commando israeliani che aprirono il fuoco e uccisero nove passeggeri. Ora si pensa a un viaggio nell'altra direzione. L'Arca di Gaza dovrebbe prendere il largo con a bordo palestinesi esponenti della società civile, imprenditori locali e alcuni attivisti internazionali per denunciare il blocco navale e portare assieme alle merci il messaggio di tutta la popolazione della Striscia al resto del mondo.
Gli organizzatori sanno che difficilmente la Marina da guerra israeliana lascerà passare la barca. Il limite imposto a chi esce in mare da Gaza è di appena tre miglia nautiche. «Eppure l'Arca è una iniziativa pacifica, una nave civile che intende aprire il mare alla navigazione e al commercio palestinese. Questo è l'unico porto del Mediterraneo ad essere chiuso per un blocco», spiega Mahfouz Kabariti, a capo del progetto, ricordando l'embargo imposto da Israele che da ormai sette anni impedisce lo scambio di beni con la Striscia se non da un unico e controllato varco terrestre.
Kabariti sottolinea che la missione non ha un carattere umanitario. «Ha finalità commerciali oltre che politiche, vuole dimostrare al mondo che Gaza è una terra viva, operosa, che produce, che ha voglia di aprirsi al resto del mondo ma che viene tenuta sotto assedio dagli israeliani».
Lo svedese Charlie Andreasonn l'anno scorso era a bordo della Estelle, ora fa parte del progetto dell'Arca di Gaza. «Abbiamo mandato navi (a Gaza) per provare a rompere l'embargo - dice - questa volta facciamo al contrario e inviamo una barca da Gaza verso l'Europa, ai consumatori europei, con a bordo merci per far terminare questo assedio e mostrarne l'assurdità».
Il progetto ha ottenuto il sostegno di personalità mondiali, premi Nobel e anche di diversi israeliani. Tariq Ali, Desmod Tutu, Noam Chomsky, Shirin Ebadi, Mairead Maguire, la sopravvissuta all'Olocausto Hedy Epstein, Tawakkol Karman, Rigoberta Menchú, Miko Peled, John Pilger, il premio Pulitzer Alice Walker. Solo per citarne alcuni. A questi nomi si è aggiunto di recente quello della pediatra cubana Aleida Guevara, la figlia del «Che», che ha chiesto sostegno per l'Arca, per la Freedom Flotilla, e i palestinesi di Gaza.
Gerusalemme, 1 agosto 2013, Nena News - La partenza dell'Arca di Gaza è prevista nel giro di qualche settimana. O forse salperà ad ottobre, a un anno dall'ultimo tentativo effettuato da un'imbarcazione (la Estelle) della Freedom Flotilla di rompere il blocco navale che Israele attua davanti alle coste di Gaza. Per questo, incuranti del caldo e del digiuno che osservano durante il mese di Ramadan, i manovali palestinesi, con aiuto volontario di attivisti stranieri, stanno ultimando la riparazione e sistemazione dell'Arca, un ex pescherecchio lungo 24 metri, che dovrà trasportare verso l'Europa decine di passeggeri oltre a frutta, mobili, ricami e vari prodotti artigianali palestinesi. Video
Si potrebbe definire una missione della Freedom Flotilla al contrario. Dal 2008 a oggi sono stati effettuati diversi tentativi di raggiungere Gaza via mare, quasi tutti bloccati dalla Marina militare israeliana. In un'occasione, tre anni fa, la nave turca Mavi Marmara fu arrembata in acque internazionali da commando israeliani che aprirono il fuoco e uccisero nove passeggeri. Ora si pensa a un viaggio nell'altra direzione. L'Arca di Gaza dovrebbe prendere il largo con a bordo palestinesi esponenti della società civile, imprenditori locali e alcuni attivisti internazionali per denunciare il blocco navale e portare assieme alle merci il messaggio di tutta la popolazione della Striscia al resto del mondo.
Gli organizzatori sanno che difficilmente la Marina da guerra israeliana lascerà passare la barca. Il limite imposto a chi esce in mare da Gaza è di appena tre miglia nautiche. «Eppure l'Arca è una iniziativa pacifica, una nave civile che intende aprire il mare alla navigazione e al commercio palestinese. Questo è l'unico porto del Mediterraneo ad essere chiuso per un blocco», spiega Mahfouz Kabariti, a capo del progetto, ricordando l'embargo imposto da Israele che da ormai sette anni impedisce lo scambio di beni con la Striscia se non da un unico e controllato varco terrestre.
Kabariti sottolinea che la missione non ha un carattere umanitario. «Ha finalità commerciali oltre che politiche, vuole dimostrare al mondo che Gaza è una terra viva, operosa, che produce, che ha voglia di aprirsi al resto del mondo ma che viene tenuta sotto assedio dagli israeliani».
Lo svedese Charlie Andreasonn l'anno scorso era a bordo della Estelle, ora fa parte del progetto dell'Arca di Gaza. «Abbiamo mandato navi (a Gaza) per provare a rompere l'embargo - dice - questa volta facciamo al contrario e inviamo una barca da Gaza verso l'Europa, ai consumatori europei, con a bordo merci per far terminare questo assedio e mostrarne l'assurdità».
Il progetto ha ottenuto il sostegno di personalità mondiali, premi Nobel e anche di diversi israeliani. Tariq Ali, Desmod Tutu, Noam Chomsky, Shirin Ebadi, Mairead Maguire, la sopravvissuta all'Olocausto Hedy Epstein, Tawakkol Karman, Rigoberta Menchú, Miko Peled, John Pilger, il premio Pulitzer Alice Walker. Solo per citarne alcuni. A questi nomi si è aggiunto di recente quello della pediatra cubana Aleida Guevara, la figlia del «Che», che ha chiesto sostegno per l'Arca, per la Freedom Flotilla, e i palestinesi di Gaza.
Sino a oggi l'Arca ha raccolto 110 mila dei 150 mila dollari necessari per completare i lavori. Fondi necessari anche per pagare i manovali palestinesi, quasi tutti pescatori rimasti senza reddito a causa delle restrizioni israeliane alla pesca nelle acque di Gaza. Come Abu Ammar Bakr, che per 40 anni ha gettato le reti nelle acque del Mediterraneo orientale e che ora non è più in grado di sostenere la sua famiglia. «Lavorare all'Arca sta dando una mano a tante famiglie di pescatori - spiega - speriamo che la missione vada in porto così anche i contadini potranno cominciare a esportare i loro prodotti che Israele non fa uscire da Gaza».
Sogna di esportare i suoi oggetti artigianali anche Mohammed Abu Salmi, che lavora il legno. «I nostri manufatti - ricorda - ci venivano richiesti anche dall'Europa, poi nel 2007 (quando Hamas ha preso il potere a Gaza, ndr) gli israeliani hanno interrotto qualsiasi esportazione». Mona al Farra, vice presidente della Mezzaluna Rossa locale e membro del comitato organizzatore dell'Arca, riferisce che sono stati scelti i primi 13 passeggeri: alcuni attivisti francesi e canadesi e rappresentanti della Camera di Commercio di Gaza. Presto saliranno a bordo. Resta l'incognita della risposta di Israele. Nena News
Fonte:
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=82945&typeb=0&L-Arca-che-portera-Gaza-nel-mondo
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OGGI NUOVA MOBILITAZIONE CONTRO IL PIANO PRAWER
Sono previste manifestazioni nei Territori Occupati e in Israele contro
il progetto di "trasferimento" di 40mila beduini palestinesi e la loro
urbanizzazione forzata.
giovedì 1 agosto 2013 08:27

di Emma Mancini
Roma, 1 agosto 2013, Nena News - La Palestina oggi torna in piazza contro il Piano Prawer. Dopo lo sciopero generale del 15 luglio e le manifestazioni a favore dei beduini del Negev, minacciati di trasferimento forzato dal governo israeliano, la rete palestinese ha chiamato di nuovo alla protesta.
Anche oggi sono previste manifestazioni sia nei Territori Occupati che in Israele contro il progetto di confisca di oltre 80mila ettari di terre, l'espulsione di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata, e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele.
Due settimane fa la protesta, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Gaza e Negev, si era conclusa con la repressione da parte delle forze israeliane, con decine di arrestati e feriti. Secondo gli organizzatori, quello di oggi sarà un evento ancora più imponente: "Decine di palestinesi sono stati feriti o arrestati durante le manifestazioni pacifiche del 15 luglio - si legge nel comunicato redatto dagli attivisti - Ma lo sciopero della rabbia è lontano dal fermarsi. Siamo determinati a proseguire con proteste quotidiane e ad attirare l'attenzione internazionale verso i nostri fratelli e sorelle beduini. Il Piano Prawer è la più grande campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese dal 1948 e le nuove generazioni non permetteranno che accada di nuovo".
Nei giorni scorsi peraltro si sono tenute manifestazioni contro il piano a Kafr Kanna, a Nord di Nazareth, e nei villaggi di Rayna e Tarshina, vicino Akka. Manifestazioni che giungono a pochi giorni dalla dura condanna espressa dall'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay: "In quanto cittadini israeliani, i beduini palestinesi hanno gli stessi diritti alla proprietà e ai servizi pubblici di tutti gli altri. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti delle comunità beduine, compreso il riconoscimento della proprietà delle terre. Israele è colpevole dell'implementazione di una politica discriminatoria di trasferimento forzato".
"Se il disegno di legge sarà approvato - ha proseguito la Pillay - porterà alla demolizione di intere comunità beduine, forzandole a lasciare le loro case e a distruggere il loro tradizionale stile di vita. Il rispetto dei diritti delle minoranze è un elemento fondamentale di una democrazia".
A luglio la Knesset, il Parlamento israeliano ha dato il primo via libera al Piano Prawer che ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruire ad hoc dal governo. Il progetto prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.
Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News
Fonte:
mercoledì 31 luglio 2013
ARGENTINA: LA CHIESA APRIRA' GLI ARCHIVI SUI DESAPARECIDOS?
Succederà davvero quanto promesso dal Papa e riportato nel seguente articolo? Mi auguro di sì. Me lo auguro, certo, sia pure a malincuore, perchè in un mondo che voglia essere giusto la verità dovrebbe venire a galla. Se lo meritano le "Nonne di Plaza de Mayo" che - con la calma che è la virtù dei forti - hanno accettato, dopo decenni di silenzi, un incontro col pontefice per chiedere ancora una volta la verità. Se lo meritano le "Madri di Plaza de Mayo" dopo decenni di dura lotta e repressione. E soprattutto se lo meritano i desaparecidos, i figli dell'Argentina che, chi più chi meno, portiamo sulla coscienza anche solo per il periodo in cui non abbiamo voluto neppure ascoltare questa storia.
Ma - tornando alla domanda che apre questa mia breve riflessione - succederà davvero questo? Verranno aperti quegli archivi? E se sì servirà a far venire a galla tutta la verità? O almeno parte di essa resterà nascosta chissà dove chissà da chi perchè una verità del genere è troppo grande per essere raccontata? Con quest'interrogativo vi lascio all'articolo di Contropiano.
Donatella Quattrone
Ma - tornando alla domanda che apre questa mia breve riflessione - succederà davvero questo? Verranno aperti quegli archivi? E se sì servirà a far venire a galla tutta la verità? O almeno parte di essa resterà nascosta chissà dove chissà da chi perchè una verità del genere è troppo grande per essere raccontata? Con quest'interrogativo vi lascio all'articolo di Contropiano.
Donatella Quattrone
Martedì 30 Luglio 2013 18:25
Scritto da Redazione Contropiano

Dopo decenni di colpevole silenzio, la Chiesa argentina si è
impegnata ad aprire i propri archivi per facilitare la ricerca dei
"desaparecidos" e dei loro bambini sequestrati e affidati ad altre
famiglie dalla dittatura militare di estrema destra che ha governato con
il pugno di ferro dal 1976 al 1983. Dopo una riunione con le "Nonne
della Plaza de Mayo", che da trent'anni chiedono un'iniziativa in tal
senso, il presidente della Conferenza episcopale argentina José Maria
Arancedo si è detto ora finalmente disposto ad accedere alle richieste
assicurando che "la Chiesa sta già lavorando alla questione". La
presidente dell'associazione, Estela de Carlotto, aveva chiesto il 24
aprile scorso un intervento di papa Francesco, durante un'udienza in
Vaticano, ricevendo per la prima volta una risposta positiva. Fino ad
oggi infatti la chiesa argentina - compreso il periodo in cui Jorge
Mario Bergoglio ha ricoperto la carica di primate - aveva sempre
risposto col silenzio alle richieste delle famiglie dei desaparecidos.
Creata nel 1977, l'associazione è riuscita fino ad ora a identificare
108 bambini sequestrati e affidati a famiglie di militari o vicine al
regime su un totale stimato di circa 500 casi. L'apertura degli archivi
dovrebbe poter fornire l'accesso ai registri battesimali e ai documenti
del Movimento Familiare Cristiano, associazione che sarebbe coinvolta
nelle adozioni illegali.
Fonte:
http://www.contropiano.org/in-breve/esteri/item/18270-argentina-chiesa-apre-archivi-su-desaparecidos
lunedì 29 luglio 2013
IL NO TAV PAURA NON NE HA!
Lunedì 29 Luglio 2013 07:33

ORA TIRANO FUORI "TERRORISMO E EVERSIONE"!

Aggiornamento ore 11.30:
Le camionette e i blindati che si erano posizionati nel pressi del
campeggio di Venaus sono andati via. Intanto è stata annunciata una conferenza stampa alle ore 16
di oggi, presso la Comunità Montana a Bussoleno. Una conferenza alla
quale prenderanno parte, tra gli altri, il presidente della comunità
montana Sandro Plano e il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano. Nel
frattempo, giungono notizie più dettagliate rispetto alle perquisizioni
di questa mattina. Per il momento risultano essere state perquisite e
indagate un totale di 12 persone, tutte del comitato di Lotta popolare
di Bussoleno: Luca di Bruzolo, Giulia, Martina, Lorenzo e William di
Bussoleno, Andrea di Mompantero, mentre Rubina, Davide, Mattia B, Ruben,
Dana, Mattia M. sono residenti a Torino.
Corrispondenze da Radio Onda d'Urto:
Se il buongiorno si vede dal mattino...
ORA TIRANO FUORI "TERRORISMO E EVERSIONE"!
Decine di perquisizioni sono in corso da questa mattina in Val Susa e a Torino ai danni di divers* compagn* del Comitato di Lotta Popolare.
Perquisiti anche i locali dell'Osteria La Credenza di Bussoleno. Un
luogo di ritrovo e aggregazione conosciuto e frequentato da centinaia di
persone (notav e non solo) viene di fatto additato come luogo di oscure
trame... Perché l'articolo indicato nei mandati che accompagnano
l'ennesima "operazione" targata Padalino & co. sono il 280 comma 1
n.3 cp e 10 e 121. 497/74, quello che indica "l'attentato con finalità
terroristica e di eversione"
I reati contestati farebbero
riferimento alla sera del 10 luglio, quando, tra molte altre iniziative,
si verificò anche un'iniziativa al cantiere di Chiomonte, con taglio di
reti.
Nei mandati si legge la volontà di ritrovare nelle case
degli indagati [citiamo a braccio] "materiale esplosivo, contundente,
atto al taglio di recinzioni e supporti audio-visivi e digitali che
permettano il riconoscimento di eventuali complici". Come al solito sono
stati sequestrati computer e altri dispositivi tecnologici di
comunicazione. Così commenta ironico uno dei compagni perquisiti:
“cercavano armi, si son presi computer e I-Phone”...
Ma aldilà
delle battute, si profila un salto di qualità nell'operato dei Pm con
l'elmetto. Non fanno arresti o misure disciplinari ma, quatti quatti,
iniziano a far trapelare la possibilità di nuove maxi-inchieste con
imputazioni gravissime che, anche in assenza di prove, possono
permettere lunghe detenzioni cautelari. Evidentemente, non gli basta la
figura di merda fatta con gli arresti della scorsa settimana (già
tradotti ai domiciliari) e continuano a puntare in alto, verso la madre
di tutte le imputazioni che Magistrati di questo calibro sognano
proprinare alle lotte sociali e ai movimenti, specie quando questi non
abbassano la testa!
Questo ennesimo atto intimidatorio - vera e
propria provocazione - non deve lasciarci indifferenti e necessita una
risposta determinata e corale del movimento, in difesa di quest*
compagn* e di un luogo di aggregazione che è di tutti i Notav...
Fonte:
Gaetano Bresci
Lunedì 29 Luglio 2013 05:04
Il 21 luglio 1900 il re d'Italia Umberto I
raggiunge, come quasi tutte le estati, la sua residenza di Monza, città
nella quale vive e si incontra con la sua amante, Eugenia.
Il
29 luglio è una calda domenica in Brianza e il re, dopo aver cenato,
esce dalla propria dimora per presenziare ad un evento mondano, la
premiazione degli atleti della società di ginnastica Forti e Liberi.
Dopo la premiazione Umberto I monta in carrozza per tornare alla residenza ma, riconoscendo tra la folla che fa ala un ufficiale, si alza in piedi per salutarlo: è in questo momento che viene colpito da tre proiettili di revolver.
Il re era già stato oggetto di due tentativi di attentati negli anni precedenti: il primo a Napoli nel 1878 quando era stato colpito da un colpo di pugnale inferto da Giovanni Passante, disoccupato, ed il secondo nel 1897, quando Pietro Acciarito da Artena, anch'egli disoccupato, aveva cercato di accoltellarlo.
Mentre il re ha già perso conoscenza e la carrozza si avvia velocemente verso a villa reale, un uomo viene immediatamente arrestato in mezzo alla folla, senza opporre alcuna resistenza, e senza fare dichiarazioni: è Gaetano Bresci.
Gaetano Bresci ha 31 anni, è un tessitore di seta nato nel pratese, attivo nel tentativo di rovesciare le miserrime condizioni in cui versano lui e la propria famiglia, nonché tutto il proletariato contadino ed urbano, sin dagli anni dell'adolescenza. Già arrestato e confinato per un anno a Lampedusa in seguito alla partecipazione ad uno sciopero, nel 1897 aveva deciso di abbandonare l'Italia, per trasferirsi in America, dapprima a New York e in seguito a Paterson.
Durante il suo soggiorno in America Gaetano continua però a seguire le vicende politiche della sua terra natale, e in particolare rimane molto colpito dalla durissima repressione messa in atto dal regio esercito contro il popolo che, ormai stremato,aveva assaltato i forni nella Milano del 1898. A seguito di questa insurrezione (la "protesta dello stomaco"), infatti, vi furono più di cento persone uccise e centinaia di feriti, mentre il generale Fiorenzo Bava-Beccaris, al comando dell'operazione, venne insignito della Croce dell'ordine militare dei Savoia.
A tutt'oggi non si sa come e quando sia maturata in Bresci l'idea del regicidio, ma con buona probabilità sono da escludersi le teorie che lo vorrebbero sorteggiato in un gruppo di anarchici americani, così come quelle complottiste sostenute da Giolitti.
Bresci, difeso dall'avvocato Francesco Saverio Merlino, verrà processato per regicidio e condannato all'ergastolo. Il 23 gennaio 1901 verrà trasferito nel carcere di Santo Stefano presso Ventotene, dove gli verrà dato il numero di matricola 515.
Egli indosserà la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicano i colpevoli dei delitti più gravi, i piedi saranno legati da spesse catene.
Il 22 maggio 1901 un dottore verrà chiamato nella sua cella per constatarne la morte: la versione ufficiale sarà suicidio, ma le circostanze della sua morte desteranno non poche perplessità. Le voci interne al penitenziario sosterranno che tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, lo avrebbero immobilizzato con una coperta, e lo avrebbero massacrato di botte (nel gergo carcerario questo si chiama "fare il santantonio").
Un delitto di Stato sarebbe quindi la pena per un delitto contro lo Stato, nonostante la pena di morte fosse stata abolita dal Codice Zanardelli nel 1889.
Fonte:
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2203-29-luglio-1900-gaetano-bresci-uccide-il-re
Il
29 luglio è una calda domenica in Brianza e il re, dopo aver cenato,
esce dalla propria dimora per presenziare ad un evento mondano, la
premiazione degli atleti della società di ginnastica Forti e Liberi.Dopo la premiazione Umberto I monta in carrozza per tornare alla residenza ma, riconoscendo tra la folla che fa ala un ufficiale, si alza in piedi per salutarlo: è in questo momento che viene colpito da tre proiettili di revolver.
Il re era già stato oggetto di due tentativi di attentati negli anni precedenti: il primo a Napoli nel 1878 quando era stato colpito da un colpo di pugnale inferto da Giovanni Passante, disoccupato, ed il secondo nel 1897, quando Pietro Acciarito da Artena, anch'egli disoccupato, aveva cercato di accoltellarlo.
Mentre il re ha già perso conoscenza e la carrozza si avvia velocemente verso a villa reale, un uomo viene immediatamente arrestato in mezzo alla folla, senza opporre alcuna resistenza, e senza fare dichiarazioni: è Gaetano Bresci.
Gaetano Bresci ha 31 anni, è un tessitore di seta nato nel pratese, attivo nel tentativo di rovesciare le miserrime condizioni in cui versano lui e la propria famiglia, nonché tutto il proletariato contadino ed urbano, sin dagli anni dell'adolescenza. Già arrestato e confinato per un anno a Lampedusa in seguito alla partecipazione ad uno sciopero, nel 1897 aveva deciso di abbandonare l'Italia, per trasferirsi in America, dapprima a New York e in seguito a Paterson.
Durante il suo soggiorno in America Gaetano continua però a seguire le vicende politiche della sua terra natale, e in particolare rimane molto colpito dalla durissima repressione messa in atto dal regio esercito contro il popolo che, ormai stremato,aveva assaltato i forni nella Milano del 1898. A seguito di questa insurrezione (la "protesta dello stomaco"), infatti, vi furono più di cento persone uccise e centinaia di feriti, mentre il generale Fiorenzo Bava-Beccaris, al comando dell'operazione, venne insignito della Croce dell'ordine militare dei Savoia.
A tutt'oggi non si sa come e quando sia maturata in Bresci l'idea del regicidio, ma con buona probabilità sono da escludersi le teorie che lo vorrebbero sorteggiato in un gruppo di anarchici americani, così come quelle complottiste sostenute da Giolitti.
Bresci, difeso dall'avvocato Francesco Saverio Merlino, verrà processato per regicidio e condannato all'ergastolo. Il 23 gennaio 1901 verrà trasferito nel carcere di Santo Stefano presso Ventotene, dove gli verrà dato il numero di matricola 515.
Egli indosserà la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicano i colpevoli dei delitti più gravi, i piedi saranno legati da spesse catene.
Il 22 maggio 1901 un dottore verrà chiamato nella sua cella per constatarne la morte: la versione ufficiale sarà suicidio, ma le circostanze della sua morte desteranno non poche perplessità. Le voci interne al penitenziario sosterranno che tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, lo avrebbero immobilizzato con una coperta, e lo avrebbero massacrato di botte (nel gergo carcerario questo si chiama "fare il santantonio").
Un delitto di Stato sarebbe quindi la pena per un delitto contro lo Stato, nonostante la pena di morte fosse stata abolita dal Codice Zanardelli nel 1889.
Fonte:
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2203-29-luglio-1900-gaetano-bresci-uccide-il-re
Sul blog di Valentina Perniciaro http://baruda.net/ ci sono articoli che raccontano viaggi compiuti da lei ed altre persone al cimitero degli ergastolani a Ventotene. In questo link si parla anche della tomba di Gaetano Bresci:
http://baruda.net/2012/06/27/anche-gli-ergastolani-ora-hanno-un-nome-piccoli-splendidi-passi-nel-carcere-dellisola-di-santo-stefano/
http://baruda.net/2012/06/27/anche-gli-ergastolani-ora-hanno-un-nome-piccoli-splendidi-passi-nel-carcere-dellisola-di-santo-stefano/
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domenica 28 luglio 2013
BARCONE NAUFRAGATO DAVANTI ALLE COSTE LIBICHE: 31 MORTI
Un barcone con migranti a Lampedusa (archivio)
Racconto dei 22 profughi giunti a Lampedusa: a bordo gommone rovesciato in tutto 53 migranti
28 luglio, 13:16
LAMPEDUSA (AGRIGENTO) - Sarebbero 31, tra cui nove donne, le vittime
del naufragio avvenuto venerdì sera davanti alle coste libiche. Lo
hanno riferito i 22 superstiti, una volta giunti a Lampedusa. I
profughi, provenienti dalla Nigeria, hanno raccontato che sul gommone
che si è rovesciato si trovavano complessivamente 53 migranti.
I superstiti, provenienti oltre che dalla Nigeria anche Gambia, Benin
e Senegal, hanno raccontato che il gommone si e' capovolto dopo tre
giorni dalla partenza dalle coste libiche. Sono apparsi profondamente
prostrati dalla lunga permanenza in mare e ancora sotto shock. L'allarme
era scattato venerdì pomeriggio quando la Guardia Costiera di Palermo
ha ricevuto una telefonata proveniente da un'imbarcazione carica di
migranti. La centrale operativa delle Capitanerie a Roma, dopo aver
localizzato il satellitare a 29 miglia dalle coste della Libia e aver
contattato le autorità di Tripoli, ha dirottato nella zona due navi
mercantili, entrambe battenti bandiera panamense. Una di queste, la Gaz
United, durante le fasi di ricerca, ha avvistato in mare un gruppo di 20
superstiti, riuscendo a recuperarli. Poco dopo la stessa nave ha
rintracciato un relitto di un gommone semiaffondato.
Altri due migranti sono stati invece tratti in salvo dalla seconda
nave, la Gaz Sinergy. I profughi sono stati successivamente trasbordati
sulla nave Kornati, battente bandiera maltese, e trasferiti a Lampedusa.
Le ricerche dei dispersi nella zona del disastro, condotte dalle
motovedette della Guardia Costiera e da alcuni mercantili, non hanno
dato alcun esito. Oltre ai 22 scampati al naufragio ieri sono approdati a
Lampedusa circa 450 migranti soccorsi nel giro di 24 ore. Il centro di
prima accoglienza dell'isola è nuovamente al collasso, con circa 1100
presenze a fronte di una capienza massima di 350 posti.
Un altro barcone in difficoltà con 92 migranti a bordo, tra cui 16
donne, è stato soccorso questa mattina nel Canale di Sicilia, a circa
150 miglia da Lampedusa, in acque di competenza maltese. Gli immigrati
sono stati raccolti dalla nave panamense Gaz Energy, la stessa che
venerdì sera aveva tratto in salvo, insieme con la gemella Gaz United,
22 profughi che avevano fatto naufragio davanti alle coste libiche. I
migranti saranno adesso trasbordati su una motovedetta della Guardia
Costiera che li trasferira' in mattinata nel porto di Pozzallo (Ragusa),
visto che il Centro di prima accoglienza di Lampedusa, che ospita in
questo momento oltre un migliaio di persone, è ormai in overbooking.
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