Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


martedì 18 settembre 2012

Walter Rossi





Dal libro “In Ordine Pubblico” di autori vari – 2003 – curato da Paola Staccioli - Editore Associazione Walter Ross:

“Il clima di quello scorcio di settembre del 1977 era a Roma molto teso. Le azioni fasciste contro i militanti della sinistra si susseguono a ritmo serrato. Il 27 due studenti sono feriti a colpi di arma da fuoco all’EUR e la sera del 29 Elena Pacinelli, 19 anni, è colpita da tre proiettili in piazza Igea, luogo di ritrovo dei giovani del movimento. Per venerdì 30 viene organizzato un volantinaggio di protesta nel quartiere della Balduina. In viale medaglie d’oro i compagni di Elena, dopo aver subito un’aggressione con sassi e bottiglie partita dalla vicina sede del MSI, vedono un blindato della polizia avanzare lentamente verso di loro, seguito da un gruppo di fascisti che lo utilizza come scudo. Tra costoro c’è anche Andrea Insabato, autore nel 2000 di un attentato contro “Il Manifesto”. Dopo aver fatto fuoco contro i giovani di sinistra i missini arretrano, mentre gli agenti si scagliano su chi tenta di soccorrere Walter Rossi, 20 anni, militante di Lotta Continua colpito alla nuca. Proseguendo la corsa, il proiettile ferirà lievemente un benzinaio. Walter arriverà privo di vita in ospedale. Cortei e manifestazioni percorrono l’Italia nei giorni successivi, mentre sedi e ritrovi dei fascisti vengono devastati e dati alle fiamme. Durante i funerali 100 mila persone salutano Walter con le note dell’Internazionale.
Nessun provvedimento sarà preso nei confronti dei poliziotti presenti: 10 nel furgone blindato, 3 in una volante vicina e due o tre in borghese che si muovevano a piedi, secondo quanto dichiarato dal dirigente, dott. Falvella. Il fermo dei missini avverrà solo 1 ora e un quarto dopo gli spari. I 15 arrestati, tra i quali Riccardo Bragaglia, risultato positivo al guanto di paraffina, saranno ben presto scarcerati e prosciolti dall’accusa di omicidio volontario e tentato omicidio, e in seguito da quella di rissa aggravata, contestata anche a quattro compagni di Walter. Il missino Enrico Lenaz, arrestato il 4 ottobre, tornerà libero dopo pochi giorni. Nel 1981 alcuni pentiti indicarono nei fratelli Fioravanti e in Alibrandi i possibili assassini. Cristiano Fioravanti, arrestato per appartenenza ai Nar, ammise di essere stato presente ai fatti armato di una pistola, a suo dire difettosa, fornitagli da Massimo Sparti. Attribuì ad Alessandro Alibrandi il colpo mortale e a Fernando Bardi la detenzione dell’arma omicida. In seguito alla morte di Alibrandi in uno scontro a fuoco con la polizia il procedimento penale fu archiviato. Fioravanti venne condannato a nove mesi e 200 mila lire di multa solo per i reati concernenti le armi.
La vicenda giudiziaria si è definitivamente chiusa nel 2001 con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza e il non luogo a procedere, per non aver commesso il fatto, nei confronti di Cristiano Fioravanti, che ora vive libero, sotto altro nome, protetto dallo stato.”

L’ASSOCIAZIONE
L’Associazione si è costituita nel 1997, a vent'anni di distanza dall’assassinio di Walter.
Il suo obiettivo è quello di individuare i responsabili dell’omicidio, ma anche di raggiungere la verità sulle uccisioni di altri militanti della sinistra e sulle stragi e gli attentati che hanno insanguinato il nostro paese nell’ambito di quel processo di stabilizzazione violenta del potere che si è espresso attraverso la strategia della tensione.
Una verità che deve essere innanzi tutto giudiziaria – per questo abbiamo chiesto e ottenuto la riapertura dell’inchiesta, archiviata pure se un noto pentito fascista aveva confessato di essere stato presente, armato, al momento dell’omicidio – ma anche e soprattutto storica, per rendere giustizia alla memoria di quegli anni, sconfiggere la criminalizzazione delle lotte, opporre un rifiuto al revisionismo storico che intende relegare l'antifascismo e il comunismo fra i fatti ormai superati, che ci vorrebbe uniformati e integrati in una società basata sull’ingiustizia e l’oppressione.
Per questo l’Associazione è attualmente impegnata nella proposta di un collegamento fra le varie realtà che si occupano di giustizia, verità e antifascismo, con l’obiettivo di costruire una rete di informazione e discutere la possibilità di realizzare annualmente una Giornata della verità e della memoria.

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mercoledì 12 settembre 2012

Il massacro del Circeo













Il massacro del Circeo è uno dei fatti di cronaca più violenti mai avvenuto in Italia, consumato sul litorale pontino, nella zona del Circeo e concluso a Roma tra il 29 e il 30 settembre 1975. Una ragazza morì dopo innumerevoli torture subìte da parte di un gruppo di neofascisti romani, l'altra restò viva solo per una distrazione dei criminali, ma la sua vita fu comunque distrutta per sempre.
Donatella Colasanti (1958-2005) di 17 anni e Rosaria Lopez (1956-1975) di 19 anni, due amiche provenienti da famiglie di modesta condizione sociale, residenti in una zona popolare della capitale, furono invitate ad una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira nella villa di quest'ultimo ubicata sul promontorio del Circeo, in zona "Punta Rossa", nel comune di San Felice Circeo.
Le due ragazze avevano conosciuto Guido ed Izzo pochi giorni prima frequentando entrambi il bar del famoso Fungo all'EUR, accogliendoli con simpatia dato il loro habitus garbato ed il comportamento irreprensibile.
Andrea Ghira, 22 anni, figlio di un noto e stimato imprenditore edile, grande ammiratore del capo del Clan dei marsigliesi, Jacques Berenguer, nel 1973 fu condannato per una rapina a mano armata compiuta insieme a Angelo Izzo e per questo scontò venti mesi nel carcere di Rebibbia. Izzo, studente di medicina, insieme a un paio di amici, nel 1974 aveva violentato due ragazzine ed era stato condannato a soli due anni e mezzo di reclusione, che comunque non scontò nemmeno in parte, essendogli stata concessa la sospensione condizionale della pena. Giovanni "Gianni" Guido, diciannovenne studente di architettura, anch'egli proveniente da un ambiente agiato, era l'unico incensurato dei tre.
Una volta giunte a destinazione intorno alle sei e venti di sera tutto si trasformò in un incubo, come dalle parole della Colasanti: «Verso le sei e venti, ci trovavamo tutti e quattro nel giardino della villa quando, improvvisamente, uno di loro tirò fuori la pistola. Cominciarono a dirci che appartenevano alla banda dei Marsigliesi e che Jacques, il loro capo, aveva dato l'ordine di prenderci in quanto voleva due ragazze».
Per più di un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due malcapitate mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Entrambe vennero drogate. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata ed annegata nella vasca da bagno. Dopo tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto ma fu scoperta e colpita con una spranga di ferro. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante. Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze in via Pola, nel quartiere "Trieste". Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo e in preda a choc, approfittò dell'assenza dei ragazzi per richiamare l'attenzione venendo udita da un metronotte, in servizio, alle h. 22:50. Subito dopo la volante Cigno dei Carabinieri fece partire un messaggio-radio cifrato: "Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...". A intercettarlo fu anche un fotoreporter, che pertanto riuscì a essere presente all'apertura del bagagliaio, alle h. 23:00, dando con le sue foto un volto alla morte.
Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore (è nota una foto d'archivio in cui Izzo esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), Ghira, grazie a una soffiata, non sarà mai catturato. La Colasanti fu ricoverata in ospedale con ferite gravi e frattura del naso, guaribili in più di trenta giorni, e gravissimi danni psicologici.
Grande apporto alle indagini fu dato dai Carabinieri, comandati dal Maresciallo Simonetti Gesualdo, che seppero ben ricostruire, anche grazie alle deposizioni della Colasanti, la dinamica del massacro. La giovane Donatella, costituitasi poi parte civile contro i suoi carnefici, venne rappresentata dall'avvocato Tina Lagostena Bassi nel processo.
Diverse associazioni femministe si costituirono parte civile e presenziarono al processo. Il 29 luglio 1976 arrivò la sentenza in primo grado, ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. I giudici non concessero alcuna attenuante.
Ghira fuggì in Spagna e si arruolò nel Tercio (Legione spagnola) (da cui venne espulso per abuso di stupefacenti nel 1994) con il falso nome di Massimo Testa de Andres. Ghira sarebbe morto di overdose nel 1994 e sarebbe stato sepolto nel cimitero di Melilla, enclave spagnola in Africa, sotto falso nome. Nel dicembre 2005 il suo cadavere fu ufficialmente identificato mediante esame del DNA. I familiari delle vittime hanno tuttavia contestato le conclusioni della perizia, sostenendo che le ossa sarebbero quelle di un parente di Ghira. Esiste d'altra parte una foto del 1995, scattata dai Carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città: l'analisi dell'immagine al computer ha confermato che si trattava di Andrea Ghira.
Nel corso degli anni suoi avvistamenti sono stati segnalati in Brasile, Kenya, Sudafrica.
Guido e Izzo nel gennaio 1977 presero in ostaggio una guardia carceraria e tentarono di evadere dal carcere di Latina, senza successo.
La sentenza viene modificata in appello il 28 ottobre 1980 per Gianni Guido. La condanna gli viene ridotta a trenta anni, dopo la dichiarazione di pentimento e la accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un risarcimento.
Gianni Guido riuscì in seguito ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio del 1981. Fuggì a Buenos Aires dove però venne riconosciuto ed arrestato, poco più di due anni dopo. In attesa dell'estradizione, nell'aprile del 1985 riuscì ancora a fuggire, ma nel giugno del 1994, fu di nuovo catturato a Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed estradato in Italia.
Nel novembre del 2004, nonostante la condanna pendente, i giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo decidono di concedere a Izzo la semilibertà. ll criminale comincia a beneficiarne a partire dal 27 dicembre e ne approfitta presto per fare nuove vittime, Maria Carmela Linciano (49 anni) e Valentina Maiorano (14 anni), rispettivamente moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita che Izzo conobbe in carcere a Campobasso. Il 28 aprile del 2005 le due donne sono state legate e soffocate (è stato accertato, dopo vari esami autoptici, che la ragazza non ha subito violenza sessuale) e infine sepolte nel cortile di una villetta a Mirabello Sannitico in provincia di Campobasso, di proprietà di un ex detenuto amico di Izzo. Questo nuovo fatto di sangue ha scatenato in Italia roventi polemiche sulla giustizia. Il 12 gennaio 2007 Izzo è stato condannato all'ergastolo per questo crimine, condanna confermata anche in Appello.
Donatella Colasanti è morta all'età di 47 anni, il 30 dicembre 2005 a Roma per un tumore al seno, ancora duramente sconvolta per la violenza subita 30 anni prima. Avrebbe voluto assistere al nuovo processo contro Izzo. Le sue ultime parole sono state "Battiamoci per la verità".

Fonte:

martedì 11 settembre 2012

Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, Annelise Borth



GIOVANNI ARICO', ANGELO CASILE, LUIGI LO CELSO, FRANCO SCORDO, ANNELISE BORTH

Maria Itri 

È la notte del 26 settembre 1970; quattro ragazzi anarchici di origine calabrese, e una giovanissima tedesca, muoiono in un incidente stradale alle porte di Roma. Erano partiti poche ore prima da Vibo Valentia ed erano diretti verso la capitale: scopo del viaggio, partecipare ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, ma non solo. Ad attenderli a Roma ci sono anche alcuni compagni anarchici e l'avvocato Edoardo Di Giovanni, al quale i cinque devono consegnare alcuni documenti.
Sono mesi cruciali per il Paese: i ragazzi muoiono in un'Italia che, appena nove mesi prima, ha conosciuto l'orrore di piazza Fontana, dopo un'intensa stagione di scontri sociali; muoiono in un paese confuso, mentre il "mostro" Valpreda è ancora in carcere e in altre stanze pare si stia preparando- di lì a poco- un colpo di stato. Due mesi prima, a Gioia Tauro, il deragliamento di un treno aveva provocato la morte di sei persone. Le prime indagini, frettolose e farraginose, avevano stabilito che si trattava solo di un incidente ma le cose in realtà erano molto diverse. Gli anarchici reggini avevano lavorato a lungo sulla vicenda, scoprendo un intreccio tra destra eversiva e 'ndrangheta, e il loro collegamento aveva portato dritto a Junio Valerio Borghese, il principe nero. La verità sulla strage di Gioia Tauro, per i tribunali, arriverà solo nel 2001, quando la Corte d'Assise di Palmi, dopo le rivelazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro, stabilirà che la tesi dei cinque anarchici era corretta, e che la tragedia non era da imputare ad una fatalità, ma all'esplosivo che era stato collocato sui binari prima del passaggio del treno. Mandanti ed esecutori, però, restano ignoti o sono morti, e la giustizia italiana deve fermarsi qui.
Si fermano invece a Ferentino [...] anche i documenti dei ragazzi, quando la loro Mini si incastra sotto al rimorchio di un autotreno. Incidente, come sostiene la procura di Frosinone, o omicidio, come ripetono i compagni e le famiglie? "In Italia va di moda l'incidente" scriveva Camilla Cederna raccontando come nei mesi successivi la strage di piazza Fontana numerosi testimoni o persone in qualche modo legate alla vicenda avevano perso la vita in misteriosi scontri d'auto. Nella storia dei cinque ragazzi le prime coincidenze riguardano la figura di Borghese, che appare in maniera inquietante sullo sfondo in più occasioni. I fratelli Aniello , alla guida del Tir contro il quale impatta l'auto,risultano essere suoi dipendenti; in secondo luogo l'incidente avviene in vista del castello di Artena, di proprietà del principe Borghese. Nello stesso punto, otto anni prima, era morta in un incidente d'auto la moglie del comandante della Decima Mas, la nobile russa Daria Osluscieff, e nella stessa occasione era rimasto ucciso Ferruccio Troiani, il giornalista che l'accompagnava: stesso incidente d'auto nello stesso punto. Ancora più inquietanti appaiono però le dichiarazioni del pentito Giuseppe Albanese: "L'avvocato Barbalace di Pizzo Calabro, durante la comune detenzione nel carcere di Lecce, ebbe a confidarmi che i giovani anarchici erano stati uccisi da una squadra che era alle dipendenze del principe Borghese. Aggiunse che quello stesso sistema era stato utilizzato per eliminare una parente scomoda dello stesso Borghese". E ancora, i rapporti dell'incidente della polizia stradale sono firmati da Crescenzio Mezzana, che pochi mesi più tardi si precipiterà a Roma per partecipare al fallito golpe. Dieci giorni prima dell'incidente di Ferentino, inoltre, viene ucciso a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, marò della X Mas; tra le molte ipotesi sulla sua scomparsa c'è chi ha sostenuto che fosse a conoscenza delle collusioni tra la mafia siciliana e i piani di realizzazione del colpo di stato diretto da Borghese. Dalla tessera ferroviaria di Casile risulta che il ragazzo aveva compiuto nell'estate 1970 numerosi viaggi proprio a Palermo: è possibile che anche l'anarchico stesse seguendo una traccia simile a quella di De Mauro? Cosa stava accadendo a Palermo in quei mesi tanto da richiamare tutta questa attenzione? Infine, esiste un'informativa del controspionaggio su quello che è successo a Ferentino: il documento però, contro ogni logica, è compilata dal controspionaggio di Palermo, diretto nel settembre 1970 dal colonnello Bonaventura, braccio destro del generale Miceli, accusato di aver partecipato ad alcune riunioni a Roma come referente dei servizi deviati siciliani. Nel novembre 2001 Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, consegna una relazione al tribunale di Brescia: sostiene di avere identificato una nuova struttura clandestina parallela ai servizi segreti, attiva dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, denominata come "Noto servizio". La struttura era stata fondata da un gruppo di ex repubblichini riuniti attorno alla figura di Junio Valerio Borghese, e può contare su un gruppetto di "specialisti" in grado di simulare incidenti stradali, eliminando così elementi scomodi. Oltre alla dinamica dell'incidente di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, risultano incomprensibili alcune questioni: perché alle famiglie non furono mai restituiti gli oggetti personali e le agende dei ragazzi? E perché agli amici fu impedito di visitare le salme e di vedere Annelise se non quando la ragazza entrò in uno stato di coma ormai irreversibile? E ancora, cosa c'era dentro il fascicolo intestato ai ragazzi scoperto in un deposito della via Appia dallo stesso Giannuli nell'estate del 1996, e trovato completamente vuoto? E poi ci sono le testimonianze, che raccontano di una misteriosa telefonata a casa Lo Celso la sera precedente l'incidente, nella quale un amico di famiglia che lavora nella polizia politica avverte il padre di Luigi di non far partire il figlio con gli altri ragazzi. E ancora, è esistito davvero questo dossier di controinformazione? Il 6 settembre, tre settimane prima dell'incidente, Aricò telefona a Roma e comunica agli anarchici della federazione che la controinchiesta procede bene, e che una parte del materiale è stata spedita al compagno Veraldo Rossi, che non riceverà mai il plico. Lo stesso Aricò prende poi un appuntamento con l'avvocato Edoardo De Gennaro per il 27 settembre a Roma: non arriverà mai. Fra la fine di agosto e il mese di settembre, raccontano i compagni dei cinque, succedono strani episodi: rullini fotografici che scompaiono, minacce telefoniche, aggressioni. Nel 1993 il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, nel corso dell'inchiesta Olimpia, torna a parlare di quella vecchia storia dimenticata. Racconta di come quella morte, in realtà, possa avere una spiegazione, parla di conversazioni a proposito dei presunti mandanti; voci, appunto, non sufficienti, però,a riaprire il caso. Ricorda Tonino Perna, il cugino di Aricò: "Ho sempre di fronte l'immagine di mio cugino che due giorni prima di partire l'ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura".

Fonte:

lunedì 10 settembre 2012

Mauro Rostagno






Mauro Rostagno, una voce scomoda
Marco Rizzo
Fonte: Pubblicato su L'Isola Possibile n.52 del maggio 2008

Era più buio del solito, in quella stradina di campagna in contrada Lenzi, ai piedi del Monte Erice. Era il 22 settembre del 1988, Trapani era molto diversa: non accoglieva ancora i visitatori con il cartello "La città della vela", aveva appena cominciato a espandersi a suon di palazzoni nella periferia e c'erano ben tre reti locali. Una di queste era la combattiva Rtc. Da quei microfoni, un carismatico giornalista milanese lanciava accuse contro la mafia e gli imprenditori e i politici conniventi. Si chiamava Mauro Rostagno, e stava attraversando quella "trazzera" accompagnato dalla collaboratrice Monica Serra, proprio quella notte. Monica era una delle ragazze della comunità per tossicodipendenti Saman, co-fondata dal poliedrico Rostagno. Ed è proprio lì che stavano per arrivare: avevano lasciato poco prima la sede di Rtc, e si erano addentrati in quell'insolito buio. La Fiat Duna bianca di Mauro passa affianco ad una golf parcheggiata su un lato. Una Fiat Uno supera l'auto di Rostagno e gli taglia la strada. Alcuni uomini, forse addirittura sette, circondano l'auto. È un agguato: Rostagno spinge istintivamente Monica sotto il cruscotto, e muore ucciso da due colpi di una calibro 38. Tra le armi, anche due fucili, che esplodono dei colpi che (quasi miracolosamente!) non colpiscono la Serra, circostanza che porterà in futuro a dubitare della testimonianza della giovane. Prima di scappare, i killer hanno il tempo di sfondare con il calcio del fucile il finestrino posteriore lato guidatore, rovistare nella borsa che Mauro teneva sempre con sé, e prendere qualcosa. E nelle stesse ore, qualcuno rovistava nel suo ufficio a Rtc, sempre alla ricerca di qualcosa. Che cosa? È un mistero. È uno dei tanti misteri che porta a dubitare della tesi dell'agguato mafioso. Nonostante a sparare (è stato confermato di recente) siano state delle armi già coinvolte in almeno un'altra aggressione firmata Cosa Nostra, quella del giovane poliziotto Giuseppe Montalto, per la quale è condannato all'ergastolo il killer Vito Mazzara. A rivelarlo, è una nuova perizia balistica, disponibile dopo il prolungamento di sei mesi delle indagini dopo il rischio archiviazione di qualche mese fa. E in effetti, di mano mafiosa, si parlò subito. Era inevitabile, quasi scontato: fino a quella sera stessa, Rostagno si era scagliato contro Cosa Nostra, condannando gli omicidi del giudice Saetta e del figlio Stefano, ad Agrigento. E in effetti la mafia trapanese, in quegli anni sotto il comando del boss Vincenzo Virga, 12 giorni prima non aveva esitato a eliminare un magistrato in pensione, Alberto Giacomelli. Chicca Roveri, la compagna di Rostagno, dichiarò poche settimane dopo l'omicidio che la pista da battere era quella mafiosa, e che ogni altro tentativo, da parte di alcuni, di trovare altri moventi faceva "parte di un disegno colluso, interessato, fiancheggiatore della piovra". Di mafia parla l'allora capo della mobile Rino Germanà. Lo sostiene la Procura di Palermo, che ha virato le indagini su quelle tracce piuttosto che sulle altre ipotesi allora battute a Trapani. Anche i pentiti parlano di mafia, da Angelo Siino a Giovanni Brusca: ma non sono ritenuti affidabili. Lo dice lo stesso pm Antonio Ingoia, che oggi segue il caso: "C'è un collaboratore di giustizia, ad esempio, che dice che Virga non ne sapeva nulla. Anzi, a suo dire il boss era rimasto contrariato dalla vicenda perché avrebbe attirato le attenzioni su Trapani". Però proprio intorno a Virga e ai suoi uomini poggia la tesi mafiosa. In particolare su Vincenzo Mastrantonio, tecnico dell'Enel nella contrada Lenzi, e soprattutto, autista del boss. Potrebbe essere stato lui a staccare la luce nella zona la notte dell'agguato. Anche se, stando agli atti ufficiali, erano state delle infiltrazioni d'acqua dovute alla pioggia ad avere mandato in corto circuito la centralina. Peccato che a Trapani non piovesse da parecchi giorni, e peccato che Mastrantonio fu trovato morto otto mesi dopo quel 26 settembre. E la Uno, venne trovata abbandonata e bruciata pochi giorni dopo. Tutto secondo il copione.
Ma qualcosa non quadra. Troppe persone, presenti e a sparare: non coincide con il modus operandi di Cosa Nostra. Così come è strano che la Serra sia stata lasciata viva "perché non interessavo a nessuno", come disse lei stessa. E secondo l'allora comandante dei carabinieri a Trapani Nazzareno Montanti, a gestire l'agguato non erano stati dei professionisti: un fucile scoppia in mano a uno dei killer, si crea confusione, viene scelta una strada più trafficata rispetto a quelle percorse fino a pochi minuti prima dalla Duna bianca.
Negli anni, si faranno tante altre ipotesi, legate a filo doppio con il complesso passato di Mauro Rostagno. Nato a Torino nel '42, gira il mondo, fa mille professioni, conquista donne. Studia sociologia, a Trento, ed è uno dei fondatori dell'Università della contestazione con Renato Curcio. In seguito diventa uno dei leader e degli ideologi di Lotta Continua con Adriano Sofri prima, e uno degli animatori dello storico centro sociale "Macondo" di Milano, dopo. A fine anni '70, un viaggio spirituale alla corte del santone Bhagwan Shree Rajneesh Osho lo fa entrare nel movimento dei pacifisti "arancioni": un'esperienza che lo porterà a fondare una delle prime comunità per tossicodipendenti in Italia, insieme alla compagna Chicca Roveri e al "guru" Francesco Cardella.
Una vita, quella di Rostagno, che offre tanti spunti, anche per le teorie intorno ai mandanti del suo omicidio. Per anni, ha tenuto banco l'ipotesi di una resa dei conti interna agli ex-militanti di Lotta Continua. Leonardo Marino, uno che secondo Rostagno "a Lc non contava niente", si era autoaccusato dell'uccisione del commissario Luigi Calabresi, e aveva tirato in ballo alcuni membri, tra cui il giornalista di Rtc. Ma l'ipotesi di un omicidio voluto dai vecchi compagni è stata considerata sempre meno credibile col passare degli anni, nonostante si leghi all'idea che a sparare non siano stati dei killer professionisti della mafia. È la stessa considerazione alla base di un'altra ipotesi, che riteneva che il delitto fosse maturato all'interno della Saman, in particolare con la regia occulta del trapanese Cardella. Editore di porno capace di pubblicare anche Bulgakov e Marquez, confidente e sostenitore di Bettino Craxi, faccendiere, truffatore. Una persona facilmente descrivibile come inaffidabile, ma per anni "il miglior amico di Rostagno", come dice lui stesso. Si teorizzarono diverse motivazioni, tutte riconducibili a Francesco Cardella: un delitto passionale, la necessità di fare fuori l'amico per scappare con il malloppo delle donazioni alla comunità, segreti scoperti da Rostagno che dovevano restare tali. Cardella rimase per anni latitante in Nicaragua, e quando tornò, non aveva granché da raccontare se non la sua idea sulla pista mafiosa e gli aneddoti dei pomeriggi ad Hammamet con Craxi.
Ma c'è un altro retroscena, nel caso Rostagno, che prende sempre più piede. E che tutto sommato, potrebbe coincidere con le scoperte recenti che spingono verso la pista mafiosa. Si tratta di un intreccio che coinvolge, oltre al sociologo, la reporter del Tg3 Ilaria Alpi, i servizi segreti deviati, i massoni della potente loggia Iside2 di Trapani, la base della Gladio "Scorpio" nella città, e un traffico d'armi tra l'Italia e l'Africa. Un corridoio che passava dal piccolo aeroporto della Gladio a Kinisia, vicino Trapani, e che secondo il collega e amico di Rostagno Sergio Di Cori, sarebbe stato immortalato da Mauro pochi mesi prima della sua uccisione. Immagini di aerei militari, o elicotteri, che scaricano riso e farmaci e caricano kalashnikov e mine. Armi da regalare ai signori della guerra della polveriera africana, in cambio di terra; sotto la quale nascondere rifiuti tossici e scorie industriali provenienti da mezza Europa. Lo stesso scoop che nel 1994 avrebbe portato all'omicidio della Alpi e del cameraman Miran Hrovatin.
Mauro, dice Di Cori e dicono altri testimoni sentiti dall'allora procuratore , non si separava mai da quella videocassetta. Anzi, avrebbe anche detto di avere un grosso scoop per le mani. Voci dicono che ne abbia parlato anche con il magistrato Giovanni Falcone. Una verità scomoda tra le mani di un uomo scomodo. Una delle tante verità custodite da un giornalista che avrebbe potuto "far tremare l'Italia" (come pare abbia detto) e che è stato zittito: di quella cassetta, sempre che esista, non ci sono tracce. Che sia stata presa dai killer? Che sia quello l'oggetto rubato dal sedile posteriore della Duna e cercato nel suo ufficio? Che gli interessi della mafia e dei fantomatici "poteri occulti", come troppo spesso pare, abbiano coinciso con la morte di Rostagno?
Non ci è dato saperlo. I familiari, gli amici, i conoscenti, e chi porta ancora avanti il ricordo e le lotte di Rostagno (come Libera e l'associazione Ciao Mauro), di volta in volta propongono iniziative per ricordarlo o per stimolare la magistratura. Sullo sfondo, una città complessa e sfaccettata come Trapani, che troppo spesso, però, avverte la mancanza delle strigliate di quel giornalista del nord che tanto aveva capito dei siciliani.
Marco Rizzo
NOTA: Pubblicato su L'Isola Possibile n.52 del maggio 2008

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