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Donatella Quattrone


giovedì 14 marzo 2013

Costa ben poco in Italia bruciare Ion Cazacu


due articoli di Sabatino Annecchiarico (*)   

Il 14 marzo del 2000 veniva bruciato vivo Ion Cazacu (ingegnere rumeno che lavorava da operaio) nella località di Gallarate, in provincia di Varese (una delle più ricche dell’Italia): aveva preteso dal suo datore di lavoro Cosimo Iannece un trattamento dignitoso per il suo lavoro da piastrellista. Una richiesta che lo mettesse più vicino ai diritti già acquisiti dai lavoratori italiani.
Ion Cazacu, dopo un mese di atroci sofferenze dovute alle bruciature che coprivano quasi il 90 per cento del suo corpo, morì all’ospedale Gaslini di Genova.
A tre anni della sentenza, che aveva condannato Cosimo Iannece a 30 anni sia in primo che in secondo grado (con il rito abbreviato evitando così l’ergastolo) la Cassazione l’annulla per “carente motivazione”, da parte dei giudici, sulla effettiva volontà d’uccidere dell’imputato.
«Sono assolutamente sbalordita» afferma Florina Cazacu, figlia maggiore di Ion Cazacu: «non mi aspettavo una cosa simile. Non me lo aspettavo da loro: dalla giustizia. Affermano che non hanno avuto abbastanza prove per giudicare l’omicidio volontario. Non vorrei creare una polemica e intervenire nelle decisioni prese dai giudici: voglio credere che sappiano bene cosa hanno fatto. Ma mi sembra un po’ strano, e non vorrei essere fraintesa: se uno porta benzina a casa di mio padre, gliela versa addosso e con il proprio accendino gli dà fuoco, cos’altro serve per capire se c’è o non c’è un omicidio volontario? Ripeto, non vorrei che questa mia osservazione qualcuno la prendesse per il verso sbagliato. Per me, anche se non posso essere obiettiva in questa storia, mi sembra sufficiente la prova dei fatti. Comunque, i giudici hanno preso questa decisione e avranno le loro ragioni».
Cosa significa per voi familiari questa decisione della Cassazione?
«Che dovremmo cominciare tutto da capo, tornando a Milano. Vedo la mia mamma stanca e distrutta. Lei era convinta che tutto fosse finito. C’è un abbattimento anche psicologico e morale. Il fatto stesso di tornare a Milano, non le dà pace. Per noi è molto difficile questo nuovo passaggio. Vorrei che finisse subito tutto».
Florinda Cazacu, 21 anni, è ora studentessa al secondo anno del corso di laurea in Giurisprudenza in Romania. E’ poliglotta: parla inglese, francese, spagnolo, italiano e certamente rumeno. E’ nata a Ràmnich Vàlcea (Romania) in un paese di 120.000 abitanti ma oggi vive in Italia con un permesso di soggiorno “umanitario” e finanzia da sé i suoi studi. Non esclude la possibilità di restare a vivere in Italia, anche se afferma che ancora è troppo presto per decidere.
«Noi, gli extra-comunitari, così come veniamo chiamati, cerchiamo un futuro migliore, più brillante per poter vivere in modo sereno e finire la giornata senza l’incubo di cosa mettere sul tavolo il giorno successivo».
Lei ritiene che in Italia sia possibile trovare questa vita migliore?
«Almeno lo spero, non posso dire che sono sicura, ma lo desidero, lo sogno. Dobbiamo provare e poi vedremo che conclusioni tirare».
Suo padre migrò per l’Italia quando lei aveva appena 14 anni. Di lui cosa ricorda?
«Quando lo ho visto al mattino partire con le valigie sono rimasta molto triste. Ricordo ancora le parole che mi disse: “non essere triste, il tuo papà tornerà presto”. Il primo anno mi è mancato tanto e quando è tornato per la prima volta ero così felice che mi sono dimenticata della mia sofferenza quando era partito. Sentivo la gioia di quello che faceva, anche senza la sua vicinanza. Ero felice quando mi portava regali o semplicemente quando ci telefonava. Sapevo che lui non era venuto in Italia per il desiderio di conoscere un altro Paese. Lui l’aveva fatto per necessità. Aveva l’obbligo di portare avanti una famiglia. Per farci studiare, per vestirci, darci da mangiare».
Qual era l’immagine che lei aveva di quest’Italia?
«Quando mio padre ci telefonava dall’Italia mi credevo immersa in una favola per tutto quello che raccontava. E sognavo che un giorno anche noi lo avremmo raggiunto. Immaginavo l’Italia come un grande sole e credevo che il mondo fosse tutto rosa. Scoprii dopo che fra sogno e realtà, le cose erano e sono molto diverse. Che la vita non era così facile. Che si deve sempre lottare per andare avanti».
Qual è la difficoltà maggiore che ha trovato in Italia?
«Quando spiego a qualcuno che sono rumena, noto che certe persone fanno un passo indietro e mi sento guardata dai piedi alla testa. Sento una sensazione strana, come dei brividi. Questa è stata una delle difficoltà maggiori che ho vissuto. Personalmente potrei dire che sono americana o di un’altra nazione, per non sentirmi male. Ma io non provo vergogna di essere rumena. E lo dico anche se sento quella strana sensazione quando le persone fanno gesti come di distacco. Per fortuna non tutti sono così. Mi sono fatta amici e ho trovato persone con un cuore grande. Poi c’è una differenza tra quel mondo, il mio Paese e questo mondo. Noi siamo ancora tradizionalisti. In Romania ho vissuto cose che ancora qui non ho visto: una vita sociale più all’aperto, in piazza, per le strade. A fine anno si esce in strada per festeggiare, magari per bere un bicchiere di vino assieme a uno sconosciuto che come te festeggia. Questa stessa cosa abbiamo provato di riviverla con i miei qui: ma è stato impossibile. Qui quando ci hanno visti per strada sono scappati. Quasi come se avessero paura di noi. Non so perché: è una strana cosa. Forse noi siamo più comunicativi. Questo è uno dei motivi per i quali mi manca il mio Paese. E mi vien voglia di ritornare. Mi manca la Romania e mi manca il tempo di quando ero bambina assieme a mio padre».
Un’immensa tristezza, vero?
«Avevo 17 anni quando mi hanno tolto mio padre e io ho dovuto maturare in fretta. Ho dovuto fare la figlia e la mamma allo stesso tempo. Questa maturità mi ha portato ad avere una visione della vita che non possedevo. E questo è duro. Sento che ho una ferita che si chiuderà sì, ma lascerà per sempre la cicatrice. Se dovessi fare una fotografia di me, direi così: ho lasciato prematuramente quella bambina che credeva la vita fosse facile e ha dovuto imparare tutto in fretta e per forza. Mi hanno costretto a diventare adulta molto prima del tempo. Per questo c’è molta tristezza».
Ha un messaggio per gli italiani?
«Direi loro di lasciare tutto quell’odio che si trova in questo mondo e che cerchino di stare bene con sé stessi. Poi di non fare tanta differenza tra loro e gli extra-comunitari, come sempre ci chiamano. Di considerare che tutti noi siamo partiti non per piacere, per divertimento. Siamo stati costretti a partire.. Nessuno ama lasciare la propria gente, la propria cultura, la propria terra. Non è facile venire a vivere in un mondo che si vede strano, stranissimo».

Ma c’è qualcosa in particolare che chiederebbe agli italiani?
«Chiederei loro di offrirci almeno la possibilità dell’amicizia. Almeno questo. L’amicizia. E soprattutto di considerarci come persone. Persone come sono loro. Nient’altro».
E avrebbe invece un messaggio per i suoi connazionali che vorranno o dovranno venire in Italia?
«La prima cosa che direi è: la vita qui non è così facile come si pensa dalle nostre parti. Cercherei in questo senso di prepararli un po’ a quello che troveranno. Vorrei aiutarli a capire che da queste parti non è come la favola che ci fanno vedere. Li avvertirei che il faccia a faccia con questa realtà a volte può portare grandi delusioni».
Lei, che oltretutto studia giurisprudenza, cosa pensa della legislazione italiana con riferimento all’immigrazione?
«Non so cosa pensare, solo posso dire che quando ho dovuto fare il permesso di soggiorno ho sentito la legge molto pesante. Comunque, vorrei non affrontare questo argomento».
Lei ha fatto notare più volte che siete chiamati extra-comunitari. Perché questa sottolineatura?
«Non mi piace questa parola. Quando la usano ho l’impressione che ci dividano. Sento che quando ci dicono extra-comunitari mettono da una parte il bene e dall’altra il male, il brutto, il cattivo. E’ vero che ci sono persone che arrivano in Italia e fanno danni, ma non si può giudicare un’intera popolazione per quello che ha commesso un singolo».
Con quale parola la sostituirebbe?
«Non so. Per me basta dire che uno è rumeno, o meglio un immigrante. Non extra-comunitario. Credo che a nessuno possa piacere essere chiamato extra-comunitario. Non mi vergogno di essere rumena o del mio nome, perché allora chiamarmi extra-comunitaria? Non lo capisco».
Due parole su Cosimo Iannece le vuol dire?
«Mi spiace per le sue figlie che non hanno colpa. Mi dispiace per loro che sono ancora piccole: credo che cresceranno in una società che tenderà a emarginarle per il passato del padre. Però avranno la possibilità in un domani di “saldare i conti” con il padre. Magari quando uscirà dalla galera. Io questa possibilità non l’avrò mai. Quanto al padre, Cosimo Iannece, sarebbe stato sufficiente per me e per noi che lui riconoscesse i fatti. Non negandoli e macchiando la memoria di mio padre. Il ricordo di lui è l’unica cosa che ci hanno lasciato. E questa memoria non la cancelleremo né permetteremo che venga macchiata».
Tornando al recente annullamento della sentenza, può accadere secondo lei che Cosimo Iannece sia scarcerato? E in questo caso vi sentirete sconfitte?
«Non credo che accada. Ma se così fosse, né mia madre né mia sorella e neppure io ci sentiremo sconfitte. Continueremo ad andare avanti. L’unica sconfitta in quel caso sarà la giustizia italiana».


Varese – «In Italia non so dove si trovi la giustizia» sono le parole di Nicoleta Cazacu, vedova di Ion Cazacu, ingegnere rumeno che lavorava da operaio piastrellista nella ricca Gallarate e fu bruciato vivo dal suo datore di lavoro Cosimo Iannece il 14 marzo 2000 per aver chiesto di essere messo in regola con il suo lavoro. Ion morì un mese dopo, il 14 aprile, dopo atroci sofferenze per le ustioni che coprivano quasi il 90 per cento del corpo e Iannece fu condannato a 30 anni sia in primo che in secondo grado (con il rito abbreviato per evitare l’ergastolo).

Nel maggio 2003 la Cassazione ha annullato la sentenza per «carente motivazione» sull’effettiva volontà di uccidere dell’imputato, e il 13 novembre dello stesso anno, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, si è aperto il nuovo processo a Cosimo Iannece concluso poi con la pena dimezzata, da 30 a 16 anni. E’ stata infatti accolta la tesi della difesa dell’omicidio senza l’aggravante dei motivi abietti. «In quel processo hanno cambiato anche i capi d’accusa, io e le mie figlie siamo rimaste sconvolte e deluse dalla giustizia italiana» dice amareggiata Nicoleta.

Una giustizia sconvolgente e deludente che emette una sentenza «grave dal punto di vista politico per il messaggio che lancia» commenta l’avvocato Ugo Giannangeli, parte civile di una delle figlie di Cazacu. Grave anche per l’indifferenza della maggior parte della popolazione italiana che permette che questo omicidio, quasi dimenticato, entri nell’immaginario collettivo come un episodio di ordinaria e quasi quotidiana criminalità, invece che un crimine da Medioevo. «Una parte della gente lo sa e fa finta di non saperlo. Pensa: se non è capitato a me, va bene così» continua Nicoletta Cazacu, «altre persone non lo sanno, ma tutte hanno qualcosa in comune: l’indifferenza. Quell’indifferenza che uccide e uccide soprattutto noi stessi».

E ora siamo in un nuovo capitolo della storia processuale. Giovedì prossimo 7 ottobre a Roma si apre l’udienza per il ricorso in Cassazione chiesto dal Procuratore generale di Milano. Potrebbe essere l’occasione per rendere giustizia a Ion e alla sua famiglia, dopo che a ogni passaggio procedurale la posizione di Iannece migliorava. Nicoleta è diventata scettica «Non mi aspetto molto. Spero che qualcuno faccia rispettare i valori della parola giustizia in questo Paese. Non mi aspetto molto, soprattutto perché anche gli avvocati di Iannece hanno presentato ricorso: a quanto pare ancora non sono soddisfatti dalla sentenza dello scorso autunno. Da quando l’ho saputo mi chiedo giorno e notte se gli avvocati otterranno la scarcerazione di questo criminale. Iannece continua a sostenere che è condannato ingiustamente perché mio marito voleva toglierli il lavoro: una storia montata apposta per far passare quel delitto come una guerra fra poveri, distraendo dalla verità dei fatti, insomma facendo passare la tesi che l’imputato si è visto costretto a difendersi. A questo punto lui si ritiene una vittima della società e della politica. Dice che è stato tradito persino dai suoi precedenti avvocati. Per questo motivo non mi resta che sperare». Sperare in un filo di giustizia italiana che fa fatica trovare Nicoleta assieme alle sue figlie Alina e Florina. «Non abbiamo superato lo choc dello scorso novembre. Non vogliamo parlarne, non ci diciamo le nostre paure per non peggiorare la fragile situazione emotiva che viviamo. Aspettiamo l’udienza del 7 ottobre».

Così Nicoleta nell’instancabile ricerca di quel filo di giustizia smarrito prova tutte le strade possibile, rivolgendosi con una lettera al Presidente della Repubblica Ciampi, per ricordare che «la legge dovrebbe essere uguale per tutti e una società civile e democratica è fondata su quei valori dei quali Lei è garante».

(*) Questi due articoli furono pubblicati sull’agenzia Migranews. Il primo il 29 maggio 2003 con il titolo «Jon Cazacu, bruciato per la seconda volta», il secondo il 5 ottobre 2004 era intitolato «Jon Cazacu e l’attesa di quel filo di giustizia italiana». I grandi media italiani parlarono poco o nulla di questi sviluppi giudiziari. Da allora cosa è successo? Se in rete cercate Ion (o Jon) Cazacu scoprirete che nel marzo 2010 il congresso della Cgil di Varese è stato dedicato alla sua memoria o che nel 2012 la band italiana «Il teatro degli orrori» ha scritto una canzone per lui. Notizie significative ma sulla vicenda giudiziaria tutto tace (ovviamente se qualcuna/o che legge ha altre notizie si faccia sentire). Purtroppo quella di Cazacu non è una storia isolata: quando una persona straniera è vittima di italiani quasi tutti i media si zittiscono mentre la Lega Nord (e non solo) esprime solidarietà… a prescindere. Come sempre: delitti di serie A e delitti di serie B, dipende da dove si nasce. Del resto un “degno” ministro dell’Italia senza vergogna ha da pochissime ore sottratto a un regolare processo (per l’uccisione di pescatori indiani) i due marò italiani che anche Monti e il presidente Napolitano avevano ricevuto con tutti gli onori. Sono italiani (e per di più soldati) certamente innocenti, prima del processo e da sottrarre ai giudici in spregio di ogni accordo e “parola data”. E’ l’Italia che dimentica i suoi orrori e finge non siano avvenuti, regalando un monumento (ad Affile) persino al boia Graziani. Tutti «brava gente», sempre.


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