Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


giovedì 11 luglio 2013

PROTESTE IN TURCHIA, UN ALTRO MORTO

Mercoledì 10 Luglio 2013 12:58 



Un'altra vittima della repressione del governo Erdogan e dei suoi liberal-islamisti: Ali Ismail Korkmaz, 19 anni, pestato il 3 giugno da una squadraccia non ancora identificata e morto oggi dopo settimane di coma.

Si registra oggi una nuova vittima della repressione delle forze di sicurezza turche contro milioni di persone scese in strada a protestare contro il governo Erdogan e le sue politiche turbo-liberiste.
Il 3 Giugno scorso, nella città di Eskisehir - sud-ovest della Turchia - durante una delle tante manifestazioni convocate contro il progetto di speculazione governativa nel Gezi Park di Istanbul e contro gli arresti scatenati dalla polizia, un giovane dimostrante, Ali Ismail Korkmaz, di appena 19 anni, viene circondato da alcune persone in abiti civili e picchiato selvaggiamente con delle mazze di legno. Dopo l’aggressione lo studente universitario fu portato all’ospedale dove però viene obbligato a recarsi in commissariato per ‘sporgere denuncia’. Solo il giorno dopo il pestaggio quindi Korkmaz riesce a farsi visitare dai medici, che gli riscontrano una emorragia cerebrale. Il giovane viene trasferito all’ospedale di Osmangazi ed operato immediatamente, ma il ritardo nei soccorsi gli è stato fatale. Il 4 giugno è entrato in coma e dopo una lunga agonia oggi i sanitari hanno dato la notizia della morte del ragazzo.
La famiglia dello studente ha annunciato una denuncia contro l’ospedale di Eskisehir mentre polizia e magistratura proprio non ‘riescono’ a identificare gli assassini nonostante molte telecamere avessero registrato immagini dell’aggressione subita da Korkmaz. Che a questo punto diventa la quinta – o sesta, o settima, a seconda dei diversi bilanci forniti da diverse istituzioni – vittima della repressione del governo Erdogan contro il proprio popolo. 

Ultima modifica Mercoledì 10 Luglio 2013 13:05 



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mercoledì 10 luglio 2013

Egitto, Hazem el Beblawi nuovo primo ministro

Mohammed el Baradei e' il vice premier con delega agli affari esteri. Il nuovo primo ministro incontra i favori dei salafiti ma non della Fratellnza che prosegue le proteste.

martedì 9 luglio 2013 17:23

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 20
MIGLIAIA IN PIAZZA A FAVORE DI MOHAMMED MORSI
Sono molte migliaia i sostenitori dei Fratelli Musulmani in piazza Rabaa al-Adawiya, al Cairo, per partecipare alla manifestazione in sostegno del presidente deposto dai militari Mohamed Morsi, per chiedere la sua liberazione e il ripristino della "legittimita'".

  Il Cairo, 9 luglio 2013, Nena News - Il presidente ad interim egiziano, Adly Mansour, ha nominato l'ex ministro delle Finanze, Hazem el Beblawi, primo ministro di un governo di transizione, e l'ex numero uno dell'Aiea, Mohamed El Baradei, vicepresidente con delega agli Affari esteri. Anche il partito islamico salafita al Nour appoggia la nomina di Beblawi mentre sta ancora valutando quella dell'ex premio Nobel per la Pace.

La nomina di el Beblawi sembra accrescere la rabbia dei Fratelli Musulmani per il colpo di stato militare della scorsa settimana e la destituzione del presidente eletto Mohammed Morsi. Il movimento islamista ha già respinto la Road Map annunciata da Adly Mansour per tentare di uscire dalla grave crisi politica che rischia di sfociare in una guerra civile. E per oggi i Fratelli Musulmani hanno convocato nuove massicce manifestazioni di protesta.

L'itinerario politico tracciato da Mansour prevede la lomina di un comitato costituente incaricato di presentare modifiche alla costituzione da sottoporre a referendum. Poi arriveranno le elezioni legislative e, una volta insediato il nuovo Parlamento, nel giro di una settimana dovranno essere convocate anche le elezioni per un nuovo presidente.

In particolare il documento prevede che entro 15 giorni sia istituita una commissione costituente che entro due mesi presenti alla presidenza gli emendamenti alla Costituzione voluta dai Fratelli Musulmani e sospesa nel colpo di stato della scorsa settimana. Gli emendamenti saranno quindi sottoposti a referendum popolare entro un mese dalla loro presentazione. Svolta la consultazione popolare, entro due mesi, cioe' entro la fine dell'anno, si dovranno tenere le elezioni parlamentari. Solo allora, con una nuova costituzione e un Parlamento funzionante, saranno indette nuove elezioni presidenziali.

Ad annunciare la scorsa notte le proposte del presidente ad interim sono stati i mezzi d'informazione egiziani al termine di una giornata drammatica segnata dal massacro al Cairo di 51 sostenitori di Morsi sui quali ha aperto il fuoco la Guardia Repubblicana. Nena News



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lunedì 8 luglio 2013

ISTANBUL: LIBERATO FOTOREPORTER ITALIANO ARRESTATO E INTERROGATO

Lunedì 08 Luglio 2013 18:36 



Dopo Daniele Stefanini un altro fotoreporter italiano è finito in cella ad Istanbul. Si tratta del 24enne Mattia Cacciatori, arrestato sabato sera durante la repressione di una manifestazione nel centro della metropoli turca.

Sabato pomeriggio e poi per molte ore durante la notte la polizia turca si è scatenata contro alcune migliaia di dimostranti tornati in piazza nel centro di Istanbul per riprendersi Gezi Park dopo l’annuncio da parte delle autorità della sua riapertura al pubblico. Mentre alcuni uomini in abiti civili scorazzavano nelle vie laterali alla Istiklal Caddesi machete alla mano, aggredendo alcuni dimostranti, gli agenti antisommossa si sono accaniti soprattutto contro giornalisti e fotoreporter ‘colpevoli’ di documentare la loro efferatezza. Alla fine della nottata di cariche e rastrellamenti gli arrestati sarebbero stati 59, decine di feriti, tra i quali ben 12 giornalisti. Alcuni dei quali sono finiti in manette. Tra questi il fotoreporter italiano Mattia Cacciatori, portato via dalla polizia mentre stava filmando le violenze degli agenti contro i manifestanti. 

''Mi hanno arrestato, sono sul furgone insieme ad altre persone, arrestate anche loro, e mi stanno portando nella stazione centrale di Aksaray'' ha scritto lui stesso in un messaggio invitato ai familiari appena dopo il fermo.

Immediatamente è scattato l’allarme, e l’associazione Articolo 21 e i familiari del 24enne di San Giovanni Lupatoto (Verona) hanno allertato le autorità italiane, chiedendo e ottenendo il loro immediato interessamento. Il giovane fotoreporter, ex consigliere comunale poi dimessosi per dedicarsi a tempo pieno ai fotoreportage ‘di guerra’, ha contattato di nuovo ieri la famiglia, affermando di essere in buone condizioni ma di essere ancora in stato di detenzione e sotto interrogatorio.

Il 22 giugno Cacciatori era partito per Istanbul, per raccontare per immagini la protesta contro la distruzione del parco e contro il governo Erdogan. Cacciatori é il secondo fotografo italiano finito in cella a Istanbul durante la repressione del governo dell’Akp contro le manifestazioni popolari che ormai da un mese riempiono le piazze della Turchia: Daniele Stefanini, 28 anni, livornese, il 17 giugno era stato arrestato e malmenato dalla polizia, perdendo la macchina fotografica. Era era stato liberato il giorno dopo solo grazie all’intervento delle autorità italiane.
Secondo le autorità italiane anche Cacciatori sarebbe dovuto tornare presto in Italia, ieri si era detto probabilmente entro la giornata di oggi, "appena esaurite le procedure previste dalle autorità turche".
E la notizia della sua liberazione è arrivata nel tardo pomeriggio di oggi, diffusa prima dalla Giunta Regionale Veneta e poi confermata dalla Farnesina. Poche ore prima Cacciatori avveva ricevuto il permesso da parte delle autorità turche di chiamare la madre, Anita Zerman. ''Matteo - ha detto la donna - é stato informato che ero preoccupata e così ha potuto fare questa telefonata per tranquillizzarmi. E' ancora in stato di fermo, la data della liberazione non si conosce''. La signora Zarman ha riferito alle agenzie di stampa che ''Matteo mi ha detto che é stanco, stufo e sporco, ma sereno. Perché sa che le cose stanno andando bene''.
Per lui le cose, per fortuna, sono andate relativamente bene, anche se è stato due giorni in cella in un paese straniero solo perché documentava le violenze della polizia turca contro manifestanti inermi e colleghi giornalisti. Ma nelle carceri turche sono rinchiusi, nel completo disinteresse e silenzio del 'mondo libero', parecchie decine di giornalisti e mediattivisti turchi e kurdi. Per loro le cose, in genere, non vanno affatto bene.

 
 
 
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Ultima modifica Lunedì 08 Luglio 2013 18:56

8 luglio 1962: la rivolta di Piazza Statuto

L'otto luglio 1962, a Torino in Piazza Statuto si verificano violenti scontri tra gli operai metalmeccanici in sciopero e le forze 8luglio1962dell'ordine. Gli scontri proseguivano dal giorno precedente e continueranno fino al 9. Lo sciopero era stato indetto per il 7 da Fiom e Fim in solidarietà alle lotte portate avanti alla Fiat dall'inizio di giugno.
Lo sciopero ebbe un successo assoluto: nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e fu impossibile per la polizia mantenere la situazione sotto controllo davanti ai cancelli.
A Mirafiori ed in altri stabilimenti si ebbero scontri sin dal primo mattino e proprio nella mattinata si diffuse la notizia che fece scoppiare la rivolta di piazza Statuto: la Uil e la Sida erano giunte ad un accordo separato con la dirigenza della Fiat. La risposta operaia fu rapida e determinata: in breve tempo circa 7'000 operai si radunarono in piazza Statuto per dare assalto alla sede della Uil.
Gli scontri iniziarono particolarmente intensi. Da un lato gli operai disselciano la piazza e spaccano le enormi e pesantissime lose dei marciapiedi, impugnano cartelli stradali e catene, dall'altro la polizia carica inondando di gas lacrimogeni la piazza e lanciando a folle velocità le jeep.
Importante è ricordare il ruolo che ebbero il Pci e la Cgil nello svolgersi degli avvenimenti. Di fronte ad uno scontro radicale, che non seppero né valutare lucidamente né controllare, i dirigenti intervennero per cercare inutilmente di convincere gli operai a fermare gli scontri e liquidarono l'accaduto definendo i manifestanti "elementi incontrollati ed esasperati", "piccoli gruppi di irresponsabili", "giovani scalmanati".
Alla fine dei disordini gli arrestati e i denunciati furono un migliaio.
La composizione di quella piazza, animata principalmente da operai giovani ed immigrati meridionali ci fa capire come le tre giornate di piazza Statuto segneranno un momento di svolta nella storia del movimento operaio. A due anni dai fatti di Genova, ritroviamo in piazza lavoratori che molto hanno in comune con i "ragazzi con le magliette a strisce". Piazza Statuto fu senza dubbio il luogo nel quale si ebbe una delle prime e più significative esplosioni conflittuali di cui fu protagonista l'operaio massa.
Da quei tre intensissimi giorni gli operai non poterono che uscire avendo chiaro che, come scrisse Quaderni Rossi "decidere tocca a voi, voi dovete prendere in mano il vostro destino. Questo sciopero è una grande occasione per far fare un passo avanti alla organizzazione della classe. Da questa lotta potrete uscire avendo fatto di ogni squadra, di ogni reparto, di ciascuno degli stabilimenti Fiat la realtà di una organizzazione, di una disciplina operaia capace in ogni momento di contrapporsi allo sfruttamento, agli arbitrii, al dispotismo del padrone e dei suoi lacchè".
 
 
Fonte:
 



Su Piazza Statuto e il luglio del '62 si possono leggere anche delle interessanti pagine in un libro di Salvatore Ricciardi: Maelstrom. Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980), DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 87-92.

Annamaria Mantini

Dal blog http://baruda.net/ di Valentina Perniciaro:

8 luglio 2009

ANNAMARIA MANTINI

-Nacque a Fiesole, l’11 aprile 1953
-Frequenta le scuole a Firenze e nel 1973 si iscrive a Lettere e Filosofia
- Nel 1975 si trasferisce a Roma
- Milita nei Nuclei Armati Proletari
- Viene uccisa dai carabinieri a Roma l’8 luglio 1975

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persona o per l’evento in cui ha incontrato la morte:
Nuclei Armati Proletari, Comunicato 9-7-75 in: Soccorso Rosso napoletano (a cura di), I nap, Milano 1976, Collettivo Editoriale Libri Rossi.
“9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente, ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere, ci ha privato di una compagna eccezionale.

Il volto di Annamaria
Il volto di Annamaria

Annamaria era uno dei compagni che hanno dato vita al nucleo “29 ottobre”. Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostrando il livello politico militare che aveva raggiunto. E’ enorme l’abisso che separa una compagna rivoluzionaria da uno sbirro. Non basterebbero la vita di cento Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.
Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis, così come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.
La mano che uccide un proletario ci è nemica come i porci che la armano. Ma lo ripetiamo, non è uccidendo uno o più sbirri che i proletari si possono ripagare del prezzo che stanno pagando per liberarsi. E per questo prezzo altissimo, in noi come in tutti i rivoluzionari, non c’è solo la rabbia ma anche la coscienza che il movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del patrimonio di importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.
Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per autofinanziamento, le azioni nelle carceri, dimostrano la crescita di una nuova generazione di combattenti, e non bastano gli omicidi e gli arresti per distruggerla.
La nostra esigenza di comunismo è indistruttibile.
Luca Mantini, Sergio Romeo, Bruno Valli, Vito Principe, Gianpiero Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.
Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i rivoluzionari una scelta irrinunciabile.
Lotta armata per il comunismo
 Nucleo Armato 29 ottobre.

Documenti prodotti da gruppi sociali
- Anna Maria Mantini, in: Nuclei Armati Proletari, Quaderno n.1 di Controinformazione, Milano 1976
“Comunista da sempre, ma solo a 17 anni inizia ad interessarsi attivamente di politica sull’onda della contestazione studentesca del ’68. Quando il fratello viene arrestato (’72) entra a far parte dell’allora Soccorso Rosso fiorentino. L’esperienza diretta, la grande sensibilità nei confronti delle esigenze del proletariato detenuto la portano alla spontanea scelta verso questo settore di intervento.
Vive dall’interno le contraddizioni dei “nuclei carceri” di Lotta Continua.

mostra milano 

Di sua iniziativa prende contatti con altri detenuti ed ex-detenuti, con i quali mantiene rapporti sempre più intensi: sono loro lo stimolo principale alla sua maturazione politica, il suo punto di riferimento ed è con loro che critica le posizioni attendeste di LC.
Dopo una breve militanza in Potere Operaio ne esce per dar vita insieme ad altri compagni al Collettivo G. Jackson.
Il radicalizzarsi delle posizioni all’interno e all’esterno del carcere la rendono cosciente della necessità di operare sui livelli più avanzati dello scontro, ciò la spinge ad approfondire i rapporti con i compagni dei NAP.
Con l’assassinio di due di loro durante un’azione di autofinanziamento viene a rompersi un legame politico e umano fortissimo. “E’ inutile che io nasconda dietro la mia fede politica la mutilazione grossissima che ho avuto” scrive ad un mese dalla morte del fratello.
Ma non per questo affretta o decelera una scelta che già da tempo aveva fatto. La maturità politica, la carica umana, l’odio profondo per l’istituzione carceraria la vedono fondatrice del nucleo 29 Ottobre. Verrà assassinata a 22 anni, ma come spesso ripeteva lei stessa: “E se la morte ci sorprende all’improvviso, che sia la benvenuta, purchè il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio che lo raccolga, un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino ad intonare canti funebri con il crepito delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria.”


Fonte:

domenica 7 luglio 2013

Caso Casalnuovo, assolto il maresciallo

venerdì 5 luglio 2013 23:11




Cunsolo, accusato di omicidio preterintenzionale per la morte di Massimo Casalnuovo, assolto con formula dubitativa. Il padre del ragazzo: "Andremo avanti". [di Cinzia Gubbini]


di Cinzia Gubbini

Assolto, anche se non con formula piena ma per insufficienza di prove. Il che fa dire ai famigliari di Massimo Casalnuovo, morto a 22 anni "andremo avanti". Oggi era il giorno della udienza per la morte del giovane di Buonabitacolo, deceduto dopo essere caduto dal motorino. Il pm Michele Sessa aveva individuato nel vicecomandante dei carabinieri Michele Cunsolo il colpevole di quella assurda morte. Tanto da arrivare a chiedere il massimo della pena per omicidio preterintenzionale e danneggiamenti.

Un'attesa, quella della famiglia di Massimo, che è durata quasi due anni: quella maledetta sera del 20 agosto Massimo stava tornando a casa dopo aver fatto un giretto su un motorino appena riparato, lui che lavorava nell'officina meccanica del padre. Svoltò a una curva poco distante da casa, e proprio lì dietro si era "appostati" i carabinieri che avevano deciso di multare tutti quelli senza casco. Nessun segnale che informasse automobilisti e motociclisti che c'era un blocco. Secondo la versione dei carabinieri Massimo tentò di evitare il blocco, per questo scivolò e morì. Secondo la versione di alcuni testimoni, invece, Massimo aveva preso la curva alla larga solo perché non si era accorto che c'era un blocco, e il vicecomandante, che voleva fermarlo a tutti i costi, diede un calcio al motorino provocando la rovinosa caduta del ragazzo.

Una versione che ha convinto il pm, che aveva raccolto anche prove di fatto, come l'impronta del calcio sul motorino. Indagini lunghe, lunghissime, più di un anno e mezzo. E oggi, in un'altra giornata di estate, la famiglia di Massimo - che non è mai stata chiamata in Procura - attendeva l'inizio di un processo, in cui speravano di poter ascoltare i testimoni, veder ricostruita la vicenda davanti agli occhi imparziali di un giudice.

Ma è stata una attesa vana: come era prevedibile il difensore di Giovanni Cunsolo, Renivaldo Lagreca, ha consigliato al maresciallo il rito abbreviato, quello che si svolge solo sulla lettura degli atti. E gli atti ci sono ma - ad esempio - le testimonianze sono riportate in forma riassuntiva. Non è la stessa cosa sentire i testimoni, e poter loro fare delle domande.

La Camera di Consiglio è durata quattro ore. Poi la sentenza del giudice Enrichetta Ciuffoli: assolto per insufficienza di prove. "Aspettiamo di leggere le motivazioni, la formula è dubitativa, bisogna ragionare. Nel nostro ordinamento vale il brocardo in dubio pro reo: in mancanza di prove sicure, la sentenza è favorevole all'imputato", spiega l'avvocato di parte civile Cristiano Sandri.

La strada del rito abbreviato era sicuramente la meno impervia per l'imputato in un caso come questo. Un caso che ha molti risvolti oscuri e poco chiari, come il fatto che in ospedale arrivò prima il maresciallo per farsi curare una ferita che il povero Massimo in fin di vita. In paese e sui social network è molto attivo il Comitato "Verità e Giustizia per Massimo", che non ha mai smesso di denunciare sospette collusioni di potere. Come quando qualche giorno fa su un sito di informazione locale venne pubblicato un incredibile panegirico del maresciallo Cunsolo, a solo pochi giorni dall'avvio del processo.




Fonte:


I morti di Reggio Emilia - I morti del luglio 1960

 


  

Scheda a cura di Girolamo De Michele

Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).

Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l'incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di "legge ed ordine". La sua designazione segna un punto di svolta all'interno di un'acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall'astro nascente della DC Aldo Moro, che nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l'operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l'invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un "governo del Presidente" che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un "gollismo italiano" caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del "partito-Gladio": Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all'immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti "ragazzi dalle magliette a righe"), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti - è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo".

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano "Modugno" grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue".

Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: "Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due". Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l'attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani - tra i quali è Rovacchi - a resistere: "La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l'altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo".

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell'ospedale, testimonia di "feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro". Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".

La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che "è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali". Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per "non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti": la polizia continua a sparare ad altezza d'uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all'impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti". Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino". Ma il governo è ormai nell'angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l'accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l'incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell'agente Celani. Il 14 luglio la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l'agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.



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