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Donatella Quattrone


venerdì 3 agosto 2012

ROVESCISMO STORICO SULLA STRAGE DELL'ITALICUS















  


Giovedì 26 Gennaio 2012 08:15 

 di  Sergio Cararo

I fascisti ci riprovano e la “nota agenzia” Adn/Kronos gli dà ampio spazio. Rovesciare la storia della strage dell’Italicus dell’agosto 1974 e addossare la colpa…al PCI!! La fonte? Il fascista Mario Tuti, accusato della strage, killer nero fuori e dentro le carceri italiane che si è fatto sdoganare dai "democratici". Un vergognoso tentativo di manipolazione della storia.
Un vergognoso servizio della “nota agenzia” Adn/Kronos, ieri è rimbalzata in diverse redazioni. Vi proponiamo il servizio così come riportato dall’agenzia. Il nostro punto di vista lo troverete alla fine di questo strampalata e vergognosa operazione di “rovesciamo storico”.

Scrive l’Adn(Kronos di mercoledì 25 gennaio:


La strage dell'Italicus? ''E' l’unica dove ci sono molti e concordanti indizi su una commistione tra servizi segreti deviati e, questa volta, non i soliti partiti governativi, o il Movimento Sociale…ma il Partito Comunista''. Parola di Mario Tuti, che per quell'eccidio che il 5 agosto del 1974 fece 12 morti e una cinquantina di feriti è stato processato, condannato e poi assolto.
Ma questa non è la sola rivelazione dell’uomo nero del terrorismo neofascista degli anni Settanta. In un'intervista rilasciata a Pino Casamassima e pubblicata sul blog di Ugo Tassinari '”Fascinazione'', Tuti mette in relazione la bomba esplosa all’uscita di una galleria di San Benedetto Val di Sambro sul treno partito da Roma e diretto al Brennero con l'omicidio di Alceste Campanile, dietro la quale, sostiene, ''ci sono implicazioni innominabili''. Su Campanile, dice l'ex terrorista, la verità, ''quella vera, porta dritto dritto all’Italicus''.
Insomma, secondo Tuti, ricostruisce Casamassima, nell’attentato all’Italicus sarebbe coinvolto il Pci, e Alceste Campanile sarebbe stato soppresso ''perché sa troppo e non ci si può fidare di uno come lui, fra l’altro eccessivamente esuberante ed esposto a Reggio Emilia''.
Per sostenere questa Tuti porta alcuni elementi a sostegno della sua tesi, che, a suo avviso, vengono a comporre un puzzle che lascia poco spazio ai dubbi. ''Nel corso del processo in cui ero imputato - racconta - venne fuori un biglietto della polizia di Reggio Emilia che facendo riferimento ad una fonte confidenziale, e quindi protetta anche di fronte alla magistratura, riproponeva per la strage dell’Italicus una pista legata ad ambienti dell’intellighenzia di sinistra di quella città, e che era già stata indicata all’inizio delle indagini, ma poi lasciata cadere''.
''Quando le persone indicate in quel biglietto furono chiamate a testimoniare, una di queste, tale Scolari, docente nella facoltà frequentata da Alceste, e dirigente del Partito Comunista, si suicidò durante la notte, impiccandosi e lasciando un biglietto molto confuso, in cui ricordava appunto la sua dedizione al partito e l’angoscia per la citazione a testimoniare'', sottolinea l'ex terrorista secondo cui ''alla base di quel gesto estremo doveva esserci qualcosa di molto grave e sporco''. Anche perché, sottolinea, ''tutti i giornali e i telegiornali diedero ampio rilievo alla notizia. Non solo, ma lo stesso processo per l’Italicus venne sospeso perché il pubblico ministero era corso a Reggio Emilia per consultarsi coi suo colleghi''. Poi, ''quel biglietto coi nomi è sparito''.
''I risultati sono sotto gli occhi di tutti - aggiunge - Furono prese le misure necessarie per far cadere ogni cosa: infatti, nessuno menzionò più l’episodio di Scolari e, se ci fai caso, quella dell’Italicus è la strage meno ricordata di tutte'' perché ''è l’unica dove ci sono molti e concordanti indizi su una commistione tra servizi segreti deviati'' e ''partito comunista''. D'altra parte, aggiunge, ''quando un colonnello dei carabinieri si prende senza battere ciglio una condanna a 4 anni per proteggere la loro 'traduttrice' iscritta al partito comunista, nonché compagna di un resistente greco, come l’Aiello…''.
Per Tuti, dunque, ricomponendo il ''puzzle che comprende il suo professore suicida, il biglietto del padre in cui coinvolgeva appartenenti al Pci, l’oscuramento mediatico di quella strage, il colonnello dei carabinieri e, infine, le plurime e discordanti confessioni di Bellini'' emerge chiaramente ''la storia vera dell’Italicus e di Alceste Campanile''.
Tornando alla pista nera dell’Italicus, l'ex terrorista racconta: ''Dopo la mia assoluzione nel processo di primo grado, come richiesto anche dallo stesso pubblico ministero e dalle parti civili delle vittime, che non conclusero contro di noi - a parte le parti civili istituzionali come il comune di Bologna, il cui avvocato, Montorsi, ex ufficiale dei carabinieri, sarà poi indagato insieme a Gelli -, in Appello, dopo le dichiarazioni dei cosiddetti pentiti neri, vale a dire Calore, Vinciguerra, Bonazzi, Izzo: tutti concordi nell’escludere non solo la mia colpevolezza per la strage, ma anche il semplice coinvolgimento coi servizi o la massoneria, venni invece condannato! Formidabile, no?''.
E aggiunge: ''Mentre dopo l’assoluzione per l’Italicus venni mandato nei cosiddetti 'braccetti della morte' che erano il grado estremo di durezza repressiva in Italia, tipo Guantanamo per intenderci, stranamente, dopo la condanna in Appello per un delitto così grave e infamante, venni mandato nel miglior carcere d’Italia: Porto Azzurro! Quasi una sorta di scambio, che, implicitamente, mi diceva: “tieniti la condanna, tanto da qui con un paio d’anni di buona condotta esci...”.
Quella che avete appena letto è la “marchetta” dell’Adn/Kronos al fascista Mario Tuti e ai suoi sdoganatori "democratici".

Dal 20 febbraio 2004 Mario Tuti è in regime di semilibertà nel carcere di Civitavecchia dove deve rientrare la sera per dormire. A decidere il nuovo regime carcerario dell'ex terrorista nero, condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per la rivolta di Porto Azzurro, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Ora Tuti lavorerà in una comunità di recupero di tossicodipendenti a Civitavecchia e resterà consulente dell'Arci di Livorno, con cui ha collaborato negli ultimi tre anni per la realizzazione di prodotti multimediali. Il 20 gennaio 2000 il tribunale di sorveglianza di Milano aveva dichiarato inammissibile l' istanza di semilibertà presentata dal terrorista di destra. L'1 dicembre 2001, di nuovo, il tribunale di sorveglianza di Firenze respinge la richiesta di semilibertà, ritenendo necessario sperimentare prima la strada della concessione di permessi. Il 28 dicembre 2002, Tuti esce di nuovo, in permesso di 4 ore, e visita il museo "Fattori" di Livorno accompagnato dall'ex militante di Prima Linea Marco Solimano, presidente della sezione livornese dell'Arci. La causa della scarcerazione di MarioTuti sarà perorata anche da Luigi Manconi.

Chi è MarioTuti, pezzo da novanta del terrorismo fascista in Italia?

Ma chi è il fascista Mario Tuti? Era un noto fascista di Empoli. Tuti viene arrestato il 28 luglio 1975 per l'omicidio di due poliziotti, uccisi mentre perquisivano la sua abitazione, nell'ambito di un 'inchiesta sul Fronte nazionale rivoluzionario (di aperta ispirazione fascista). Il Fronte Nazionale Rivoluzionario venne fondato da Mario Tuti nei primi mesi del 1972 ed era attivo soprattutto in Toscana: Il Fnr  si rifaceva al fascismo “rivoluzionario” e agli ideali della Repubblica Sociale Italiana. Rappresenta un punto di rottura tra la vecchia guardia del fascismo golpista e la nuova generazione che punta adopporsi anche con le armi al sistema. La formazione si sciolse in seguito alla perquisizione e al ritrovamento dell'arsenale del gruppo a casa dello stesso Tuti nel 1975, che si conclude con l'uccisione di due agenti di polizia e con la fuga di Tuti, il quale verrà poi arrestato sei mesi dopo. Condannato all'ergastolo, durante la detenzione nel carcere di Novara uccide Ermanno Buzzi, un altro fascista riconosciuto colpevole per la strage di Brescia (maggio 1974) e ritenuto un delatore. Condannato per l'attentato ai treni della linea Firenze-Roma e per quello all'Italicus, Tuti viene assolto in appello per il primo e, per il secondo, la cassazione confermerà l'assoluzione della corte d'assise di appello.
L’attentato sul treno Italicus dell’agosto1974 (12 morti) viene rivendicato con un volantino dall’organizzazione militare fascista Ordine nero che proclama: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Giancarlo Esposti era un fascista che era stato ucciso il 30 maggio 1974 dai carabinieri in un campo paramilitare a Pian Del Rascino, nelle montagne sopra Rieti. La polizia era informata da tempo che Mario Tuti fosse un fascista con progetti chiaramente eversivi e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage dell’Italicus era proprio lui. Risultato: la denuncia venne archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era…. il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia P2. Solo all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre poliziotti andati per arrestarlo suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. Tuti riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il killer fascista viene arrestato.

Il contesto del 1974: quel plumbeo clima da colpo di stato

La ricostruzione storica di un personaggio come Mario Tuti, rilanciata dall’Adn/Kronos e dalla “fascisteria”, rovescia completamente il contesto politico della strage sul treno Italicus arrivando a sostenere che sia stato il Pci a organizzare l’attentato sul treno. Durante il 1974 ed anche nell’agosto di quell’anno, il Pci e la sinistra rivoluzionaria italiana avevano ben altri problemi di cui preoccuparsi: il clima da colpo di stato che è aleggiato nel paese durante buona parte del 1974. Chi ha vissuto quel periodo lo ricorda bene perché ha dovuto dormire fuori in casa diverse notti. Chi è più giovane è bene che sappia.
I reduci del tentato golpe di Borghese del dicembre 1970 infatti non erano stati bloccati dalle autorità ed erano andati avanti fino a tutto il 1974 nel programmare piani d’attacco contro il sistema istituzionale. Queste manovre si svolgono prevalentemente a Roma, dove il gen. Miceli, capo dei servizi segreti, aveva avuto qualche sentore dei movimenti di Borghese, e dove nella trama cospirativa s’è trovata traccia di cattolici legati ad ambienti del Vaticano e di individui collegati alla P2, come denunciato alla magistratura romana dal Ministero dell’interno Taviani nel 1974 e 1975. Si è anche parlato di un golpe di destra che si sarebbe dovuto realizzare a Roma proprio nell’agosto 1974 dopo la strage dell’Italicus, ma che poi viene accantonato a seguito delle dimissioni in quell’agosto del presidente americano Nixon.
Paolo Emilio Taviani, democristiano, membro di Gladio e all’epoca ministro dell’Interno così descrive in sede di Commissione Parlamentare sulle stragi  l’allarme sul clima da colpo di stato nel 1974:
“Debbo fare un cenno, sia pure breve, del falso allarme nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1974. Quella notte io dormii nella scuola della Pubblica sicurezza di Moena. Poco prima delle quattro mi chiamò al telefono il Capo di Gabinetto: avvertiva che circolavano strane voci a Roma di possibile colpo di Stato. Cinque minuti dopo mi ritelefona che forse si trattava di falso allarme. Chiamai il Vice capo della polizia. Mi disse che erano balle: una voce proveniente dallo Stato Maggiore dell'Esercito. Poco dopo il Capo di Gabinetto confermò: falso allarme. All'alba mi chiamò Rumor. Lo rassicurai. Mi disse che gli aveva telefonato Nenni: che alcuni socialisti erano andati a dormire fuori casa. Il falso allarme era derivato da un equivoco: alcuni alti ufficiali della Scuola di guerra di Civitavecchia si erano ritrovati a cena a Santa Marinella. Avevano discusso sul problemi finanziari dei quali dovevano riferire al loro Ministro. C'è da osservare ancora oggi come il clima fosse pesante. Non somigliava a quello del Cile prima dell'avvento di Pinochet? La guardia forestale di Borghese, rientrata in caserma dal Ponte Mollo, non ricordava il colpo di Stato operetta di Santiago precedente quello vero? Riconobbi tuttavia di aver commesso un errore a condurre con me in Trentino il Capo della polizia. Da allora egli restò sempre a Roma quando io mi spostavo fuori dalla capitale”  (resoconto audizione Commissione Stragi del 1/7/1997)
Un anno prima, nell’estate 1973, era stato scoperto il piano golpista della Rosa dei Venti. Coinvolti ufficiali dell’esercito e dei carabinieri italiani e ufficiali in servizio presso le basi Nato del Nordest. Nel dicembre 1973 viene dichiarato lo stato d’allerta nelle caserme italiane. Il 28 maggio 1974 c’è strage alla manifestazione sindacale antifascista in piazza della Loggia a Brescia. Il  4 agosto 1974 c’è la strage dell’Italicus. Impossibile invece fare qui un elenco completo delle aggressioni fasciste, degli assalti, dei piccoli attentati, degli accoltellamenti…
In questo clima, il 14 novembre 1974 Pasolini firma sul Corriere della sera un articolo intitolato “Che cos’è questo golpe?”. Scrive Pierpaolo Pasolini “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti…».
Un documento riservato dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia
Un documento riservato e ufficiale nel carteggio tra l’ambasciata in italia e il Dipartimento di Stato Usa, rivela cose interessanti. L’ambasciatore Usa in Italia, Volpe, è a colloquio con due importanti notabili della DC: Bernabei (allora presidente della Rai) e Bartolomei (capogruppo),entrambi strettissimi collaboratori di Fanfani. I tre discutono della situazione politica italiana e tutti si dicono preoccupati dell’impatto delle misure di austerity sul paese e del fatto che un eventuale opposizione dei sindacati e del Psi alle misure antipopolari, agevoli l’ingresso del Pci nel governo che non veniva più ritenuto un tabù anche da settori degli industriali. Nei  mesi precedenti c’era stata la strage fascista a Brescia e la sconfitta del blocco moderato-rezionario nel referendum per il divorzio. L’ambasciatore Volpe evidenziò come anche le vicende del terrorismo neofascista che avevano insanguinato l’Italia negli ultimi mesi
erano considerate da Bernabei perlopiù come espedienti che rischiavano di dare maggiore potere contrattuale al Pci. «In più – riportò l’ambasciatore – [Bernabei] sostenne che i recenti casi di terrorismo in Italia giocavano direttamente a favore dei comunisti. Le pressioni combinate della sconfitta referendaria, dell’attività terroristica attribuita ai neofascisti, e la pressione dei sindacati stanno tutte lavorando insieme per spingere alcuni leader
economici (e.g., Agnelli e altri industriali del Nord) ed alcuni (non specificati) leader dei partiti repubblicano e liberale così come molti del Psi a concludere che un governo di “Salvezza nazionale” a sei partiti sia l’unica via d’uscita. Comunque, entrambi i collaboratori di Fanfani esitarono nell’indicare importanti democristiani che potrebbero favorire un soluzione di questo tipo”.
(Fonte: Document Number: 1974ROME07690; Draft Date: 05 JUN 1974; C O N F I D E N T IA L; FM AMEMBASSY ROME TO SECSTATE WASHDC 5174; Subject: FANFANI COLLEAGUES VIEW ITALIAN STITUATION DARKLY; Drafter: n/a. Firmato Volpe. Cfr. in appendice: Documento 18)
Infine, ma non per importanza, l'uccisione del giovane di sinistra Alceste Campanile a Reggio Emilia, sempre nel 1974, non c'entra assolutamente niente con la vicenda dell'Italicus. Ci sono state innumerevoli inchieste ufficiali e ufficiose con polemiche feroci anche negli ambienti del Pci reggiano ed emiliano, ma in nessuna occasione - anche quelle più controverse - è mai venuto fuori nessun collegamento con la vicenda della strage dell'Italicus. La ricostruzione di Tuti è surreale e del tutto strumentale, un pò come quella che sostiene che Mussolini fosse un "grande statista".

Fonte:

mercoledì 1 agosto 2012

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci»

Dal blog http://insorgenze.wordpress.com di Paolo Persichetti:


agosto 1, 2012


Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi.
L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi». Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.
«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»
L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.
La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato con l’Fplp di George Abash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos, che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 facesse ancora base a Parigi, nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.
Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.
Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla (Di Vittorio era passato per Parigi dopo esser stato respinto alla frontiera inglese); l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna, profondamente religiosa, ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.
Chi era Di Vittorio, ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.


L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna
Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità il 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.
Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:
«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».
Infine nella corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.

COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!
Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2012/08/01/strage-di-bologna-daniele-pifano-sbugiarda-il-deputato-fli-enzo-raisi-mauro-di-vittorio-non-ha-mai-fatto-parte-del-collettivo-del-policlinico-o-dei-comitati-autonomi-operai-di-via-dei-volsci/ 

La strage di Bologna del 1980 e l’infondatezza della pista palestinese

http://www.diecieventicinque.it/wp-content/uploads/2011/12/10.25.jpg 



di Sandro Padula

Liberazione, 5 settembre 2011

Verso la metà di agosto, quando si è saputo che due cittadini tedeschi, Thomas Kram e Christa Frohlich, erano stati iscritti sul registro degli indagati per la strage di Bologna del 1980, alcuni vecchi depistatori si sono ubriacati a suon di champagne e, fra un bicchiere e l’altro, non hanno potuto far altro che scambiare lucciole per lanterne.
Dopo un lungo periodo di raccolta di informazioni sui due tedeschi in relazione alla pista palestinese, la Procura di Bologna doveva iscriverli nel registro degli indagati come condizione preliminare per poter decidere, cosa che avverrà in futuro, se riscrivere o meno la vicenda del più grave crimine politico compiuto durante la Prima Repubblica.
Per questo motivo, a differenza di quanto ritiene Andrea Colombo sul settimanale “Gli Altri” del 2 settembre, non è affatto vero che “l’indagine su Thomas Kram e Christa Frohlich” renderebbe “più fragile la sentenza contro i Nar”. Se furono deboli le prove d’accusa contro i neofascisti dei Nar (e indiscutibili, preziosissime e fondamentali le prove contro i ben più pericolosi e criminali depistatori di Stato interni al Sismi), quelle contro i due tedeschi sono del tutto inesistenti.
L’iscrizione di questi ultimi sul registro degli indagati non significa di per sé che la Procura di Bologna possieda qualcosa in più rispetto alle ipotesi fatte in questi anni sulla pista palestinese e di “sufficiente per avviare ufficialmente l’indagine”. Lo stesso Andrea Colombo sa benissimo che la pista palestinese “non è solida come hanno cercato di spacciarla i commissari di centrodestra della Mitrokhin”.
Auspica, di conseguenza, che le indagini abbiano “qualcosina in più”, ad esempio a proposito di un incontro che sarebbe avvenuto nell’ottobre 1980, a Budapest, fra Carlos e i due tedeschi, ma così facendo si rivela più maldestro di quei commissari. Quella eventuale riunione non rende affatto “più corposa” la pista palestinese rispetto ad una strage di Bologna avvenuta …. due mesi prima!
Colombo non è nuovo a queste confusioni sui tempi. Alcuni anni fa scrisse un libro in cui ipotizzava che la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata per far uscire subito di galera il palestinese Saleh, arrestato a Ortona nel 1979 mentre stava trasportando un missile. Colombo pensava che Saleh fosse uscito di prigione poco tempo dopo l’eccidio. Adesso, sapendo che quella sua ipotesi era del tutto falsa, cambia versione. Secondo il suo attuale approccio, la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata da un gruppo collegato al Fplp diretto dal dottor George Habbash e avallata da quest’ultimo allo scopo di vendicare l’arresto di Saleh. Ma pure questo movente non regge.
Il piduista e faccendiere del Sismi Francesco Pazienza, condannato con sentenza definita per depistaggi sulla strage di Bologna, in una intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 30 gennaio 2009 dichiarò che durante la campagna presidenziale statunitense del 1980 aveva contribuito alla vittoria di Reagan (insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981) perché diede ai reaganiani l’informazione secondo cui il fratello del presidente in carica Jimmy Carter aveva dei buoni rapporti con George Habbash.
In altre parole, traducendo il significato implicito delle parole di Pazienza, nell’agosto del 1980 George Habbash non era per nulla interessato a far compiere o ad avallare degli attentati in Italia perché, oltre a ai tradizionali rapporti diplomatici con il nostro paese, aveva delle buone relazioni tattiche con gli Usa di Carter.
Su questo punto non insiste neppure il deputato di Fli Enzo Raisi, cioè l’ex commissario di centrodestra della Mitrokhin che alcuni anni or sono depositò nella Procura di Bologna i documenti che stanno all’origine dell’attuale iscrizione dei due tedeschi sul registro degli indagati.
Raisi ritiene che per dimostrare la validità della pista palestinese bisognerebbe puntare solo ed esclusivamente sull’ipotesi dello “scoppio accidentale”: “loro stavano trasportando l’esplosivo, come facevano sempre, che scoppiò per caso” (intervista a Raisi del 20 agosto pubblicata su “Il Resto del Carlino”). L’unica spiegazione rimasta alla pista palestinese sarebbe quindi quella relativa allo scoppio accidentale. Questa ipotesi, d’altra parte, risulta antitetica rispetto ad ogni minima valutazione di carattere tecnico-scientifico. Vediamo perché.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 fu causata dalla deflagrazione di una valigia piena di circa 20 chilogrammi di “Compound B”, un esplosivo di fabbricazione militare, per altro in dotazione ad istituzioni come la Nato, che non scoppia da solo o per un “incidente”.
Il “Compound B” ha bisogno di un innesco per poter scoppiare, cioè di un qualche tipo di marchingegno meccanico o elettronico per la detonazione, e di qualcuno che lo abbia inserito preventivamente.
Infine, tanto per dimostrare la totale infondatezza della pista palestinese rispetto alla strage di Bologna, è necessario ricordare che nella storia della Prima Repubblica l’uso criminale del “Compound B” ha sempre avuto una precisa matrice politica reazionaria.
Come si è saputo alla fine del 1995 grazie ad una perizia ordinata dalla Procura di Pavia, il “Compound B” fu l’esplosivo che, collegato in precedenza ad un congegno meccanico da alcuni esperti dei servizi segreti militari italiani, il 27 ottobre 1962 uccise il dirigente dell’Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale. In sintesi: l’arma, il movente e la matrice politica della strage di Bologna non hanno letteralmente nulla a che fare con i palestinesi.

domenica 29 luglio 2012

CONTRO IL CARCERE PER L'AMNISTIA

 
Lettera di Fagiolino da Rebibbia. In decine e decine di carceri i detenuti e le detenute protestano per riconquistare la libertà. Urlano AMNISTIA! Indulto, Misure alternative, qualunque cosa li faccia uscire dal carcere. A questo problema di base si aggiungono i problemi locali: l'acqua che manca, le docce che non funzionano, il vitto immangiabile, i generi del "sopravvitto" dai prezzi troppo alti, e tanto altro. Le proteste si articolano con battiture delle sbarre più volte al giorno, con scioperi del vitto (sciopero del carrelllo), fino a veri scioperi della fame. E' necessario che il movimento sia al loro fianco per comunicare alla società questa lotta che i media silenziano, per imporre al governo provvedimenti urgenti necessari a far uscire dal carcere molti detenuti e attenuare il sovraffollamento.

Fonte:

giovedì 19 luglio 2012

Liberati Rossella Urru e i suoi collaboratori

Le prime immagini di Rossella Urru (al centro) dopo la liberazione. Con lei anche i due cooperanti Enric Gonyalons e Ainhoa Fernandez Rincon subito dopo l'arrivo all'aeroporto di Ouagadougou, in Burkina Faso, da dove ripartiranno alla volta dell'Europa

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Fonte:

http://www.cadoinpiedi.it/2012/07/19/le_prime_immagini_di_rossella_urru_dopo_la_liberazione_-_foto.html

venerdì 13 luglio 2012

G8, CONDANNATI I MANIFESTANTI DI GENOVA


La Cassazione riduce di poco le pene, ma conferma le accuse di devastazione e saccheggio per il G8 del 2001.

 
venerdì 13 luglio 2012 21:02


 

di Checchino Antonini

Prendere a calci un vetro già andato in frantumi è più grave di uccidere un diciottenne che torna a casa senza commettere alcun reato. Solo ritocchi dalla Cassazione alle sentenze genovesi per i dieci manifestanti scelti a casaccio tra i trecentomila che contestarono il G8 del 2001. Al di là del maquillage resta - agghiacciante - la condanna a un secolo di galera complessivo per devastazione e saccheggio, reati gravissimi pensati da quel Rocco che scrisse per il duce un codice di leggi di polizia negli anni '30 ancora in voga nei palazzi di giustizia italiani.

Occhi rossi nell'aula del secondo piano del Palazzaccio, sede della Cassazione, quando il presidente della Prima sezione sciorina il dispositivo della sentenza definitiva per uno dei tre grandi processi scaturiti da quelle tre giornate genovesi del luglio di undici anni fa. Nello stesso contesto, solo otto giorni prima, era stata pronunciata una sentenza di segno opposto contro i vertici della polizia di stato e alcuni agenti colpevoli a vario titolo del massacro di 92 cittadini europei alla scuola Diaz e del loro arresto illegittimo.

Stavolta, invece, la corte ha pressoché assecondato le richieste del procuratore generale. Ha solo reso più miti 8 condanne ad altrettanti manifestanti rigettando in toto i ricorsi di altri due. Dopo tre ore di camera di consiglio, infatti, ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 9 ottobre 2010 limitatamente alla mancata concessione delle attenuanti generiche nei confronti di Carlo Arculeo (in appello 8 anni), per Carlo Cuccomarino (8 anni) per Antonino Valguarnera (8 anni).

La Suprema Corte ha inoltre annullato senza rinvio limitatamente al reato di detenzione di bottiglie incendiarie nei confronti di Luca Finotti (10 anni e 9 mesi in appello), Vincenzo Vecchi (13 anni); Marina Cugnaschi (12 anni e 3 mesi) e Francesco Puglisi (in appello 15 anni). Di conseguenza la Suprema Corte ha ridotto la pena per Puglisi a 14 anni e nei confronti degli altri 3 ha operato una riduzione delle pene pari a 9 mesi.

Una decisione che va a determinare le condanne di appello che due anni fa erano state pari ad un secolo per i 10 imputati. In pratica, per cinque persone verranno rideterminate le pene se il tribunale di Genova riconoscerà l'attenuante di aver agito suggestionati da una folla in tumulto. La pubblica accusa di piazza Cavour rappresentata da Piero Gaeta aveva chiesto, invece, di confermare completamente la sentenza di secondo grado, nella convinzione che, «durante il G8 di Genova fu messa in discussione, dal profondo devastamento subito dalla città, la vita pacifica dei genovesi».

«Ma l'ordine pubblico - e tantomeno il vivere sociale dei genovesi non è stato assolutamente violato», spiega a Globalist Simonetta Crisci, una dei difensiori dei manifestanti citando la memoria di Dario Rossi, genovese del legal forum, consegnata in appello per spiegare come la città fosse desertificata e l'ordine pubblico in balìa di quindicimila armati di ogni corpo che decisero dove agire e dove non farlo. Di genovesi nemmeno l'ombra. «Non ci furono scorribande ma solo un passaggio in spazi consentiti da quei 15mila - dice ancora Crisci - la devastazione implica che i danneggiamenti costituiscano un impedimento concreto, cosa che a Genova non avvenne».

Ma l'argomentazione non ha convinto chi avrebbe potuto smontare un teorema e, invece, s'è dimostrato «timido» di fronte a una sentenza piena di incoerenze e sena adeguate motivazioni a condanne pesantissime. Si apriranno le porte della galera per punire comportamenti simbolici e con largo uso di quel concetto di concorso morale che invece non è stato applicato a De Gennaro dalla Cassazione di fronte a prove ben più concrete di quelle a carico di persone che, senza mai conoscersi, hanno condiviso solo la presenza a Genova quel 20 luglio di undici anni fa.

«Lo stesso gesto - ricorda anche l'avvocato Francesco Romeo - per alcuni tra i dieci ha fruttato una condanna per altri non è stato considerato. Adesso cinque persone devono entrare in carcere e altre cinque devono rifare il processo per la rivalutazione delle attenuanti ma ingiustizia è fatta per la sproporzione abissale delle pene, per danni solo a cose, merci, edifici, rispetto ai funzionari e agenti della Polizia che, pochi giorni fa, hanno chiuso un percorso processuale per sevizie senza pagare alcun prezzo alla giustizia. Perchè le loro dimissioni dalla Polizia sono solo una sanzione amministrativa».
 
Fonte:
 
 
 

mercoledì 11 luglio 2012

MAHMOUD AS-SARSAK E' LIBERO



Gaza – InfoPal. Dopo 3 anni di detenzione in Israele, sotto lo status di combattente illegale, le autorità d’occupazione hanno liberato Mahmoud as-Sarsak, giocatore della nazionale di calcio palestinese.
As-Sarsak aveva sopportato uno sciopero della fame lungo più di tre mesi, 96 giorni per l’esattezza, e aveva segnato un triste record nella storia delle proteste per mezzo della privazione dell’alimentazione.


Il palestinese, 28 anni, risiede a Rafah (Gaza Sud). Il giorno dell’arresto avrebbe dovuto raggiungere la sua squadra nel campo profughi di Balata (Nablus). Al valico di Beit Hanoun (Erez) fu fermato dai soldati israeliani – era il 25 luglio 2009 -, e fu posto dapprima in detenzione amministrativa (senz’accusa e prorogabile ad oltranza, ndr) e poi sotto lo status di combattente illegale.
Il suo rilascio avviene in base a un’intesa raggiunta da as-Sarsak e le autorità carcerarie contro la fine dello sciopero.
Trasportato al valico di Erez, Mahmoud è stato accolto da migliaia di concittadini di Gaza. Ora si trova all’ospedale ash-Shifa, a Gaza.

 

Le parole della madre di Mahmoud, Umm al-’Abd: “Grazie a Dio per la pazienza e per questa vittoria. Sono orgogliosa di mio figlio per questa sfida, per la Palestina e per il suo ruolo nello sport palestinese. Egli ha onorato la sua famiglia, la nazione palestinese tutta e ci ha fatto più eroi liberi e dignitosi nella nostra lotta verso la vittoria e la liberazione”.

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