Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


sabato 20 ottobre 2012

Cesare Pardini







Fonte: Tratto da "Il Sovversivo", di Corrado Stajano ed. BFS 2002. Le parti in corsivo sono tratte direttamente dall'autore.

Pisa, 1969. Ottobre è un mese di violenze fasciste e di risposte antifasciste.
Il 21, fascisti italiani e greci legati al regime dei colonnelli aggrediscono davanti alla facoltà di lingue alcuni studenti democratici. Proprio quel giorni Pino Rauti e Stefano delle Chiaie, in una villa del Pisano, si incontrano con Costantino Plevris, agente del servizio segreto greco, KYP, responsabile dei gruppi fascisti in Europa.
Pochi giorni dopo i missini aggrediscono due giovani democratici e si rifugiano poi nella sede del MSI. C'è una reazione immediata di un migliaio di manifestanti, che vengono caricati dalla polizia.
Lunedì 27 i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale, appoggiati dai partiti esclusa la DC e ovviamente l'MSI. Si svolge una manifestazione unitaria di circa 10.000 persone, senza incidenti. Dopo il breve comizio del sindaco socialista, Fausta Cecchini, "mentre i dimostranti se ne vanno, un gruppetto di Potere Operaio cerca di forzare il blocco della polizia attestata in difesa della sede del MSI, in via San Martino. La polizia carica. Il sindaco e altri testimoni assistono dal palazzo comunale alle aggressioni poliziesche. I feriti sono centinaia. Sul lungarno Gambacorta, vicino alla spalletta dell'Arno - a pochi passi dal luogo dove sarà colpito 3 anni dopo Serantini - un candelotto colpisce a morte un giovane di ventidue anni, CESARE PARDINI. Aveva preso parte alla manifestazione antifascista, senza partecipare agli scontri che l'hanno seguita": sta semplicemente tornando a casa con un amico.
Secondo la questura è morto d'infarto: l'autopsia rivela che Pardini ha una costola spezzata e che è morto dieci minuti dopo "un trauma contusivo alla regione cardiaca".

Tratto da:


Adelchi Argada

 



“L’autunno caldo”

E’ passato alla storia come “l’autunno caldo,” la più grande azione collettiva della storia della Repubblica, un periodo di straordinario fermento sociale che va dal 1968 al 1973, attraverso il quale l’organizzazione della società italiana fu messa in discussione a tutti i livelli. Il disagio della condizione studentesca e operaia si trasformò in speranza e nell’aspirazione di compiere una trasformazione rivoluzionaria nella politica e nella società. L’attenzione era rivolta, assi più che nel passato, alla necessità di una questione sociale e alle formule di una comunità di base fondata su un forte senso di collettività e solidarietà. Nell’Italia del miracolo economico, consumismo e individualismo erano considerati valori tutt’altro che positivi, la lotta ai pregiudizi di classe trovarono terreno fertile. (Ginsborg).

Furono anni di grandi conquiste per la società italiana. A livello internazionale erano gli anni della ripresa del pensiero marxista, delle lezioni affollate di Marcuse, del Black Power, della Guerra del Vietnam, del napalm, degli ideali di Mao e poi, soprattutto, la morte di Che Guevara in Bolivia. Anche in Italia era maturo il movimento per iniziare una “rivoluzione culturale”, l’obiettivo era quello di andare verso il popolo per realizzare un grande mutamento sociale. Era il periodo della debolezza dei sindacati nelle fabbriche, dei picchettaggi, delle lotte alla Pirelli di Milano, del salario come “variabile indipendente.” Anni di conquista, del movimento operaio, del miglioramento delle condizioni di lavoro, del diritto di assemblea nell’orario di lavoro, dei consigli di fabbrica, delle lotte per la casa, delle conquiste della sanità, delle pensioni, del femminismo, della legge sul divorzio e dell’approvazione dello statuto dei lavoratori, della nascita di Magistratura Democratica e della Triplice sindacale.

Ma furono anche gli anni dello spostamento a destra, degli scontri con la polizia, dell’inizio della “strategia della tensione”, della “risposta” all’autunno caldo, la stessa impiegata con successo dai Colonnelli in Grecia, riproposta ad opera di neofascisti e di servizi deviati. Dall’esperienza del ’68 molti gruppi si sciolsero altri ne confluirono in altri ancora, un 20 ottobre del 1970 le Brigate Rosse annunciarono la loro costituzione. Molta mistificazione si fa di quegli anni confondendo le conquiste con gli “anni di piombo” che è esattamente il periodo immediatamente successivo, un misto di stragi terrorismo neofascista e brigatismo; “la notte della Repubblica” come l’ha definito lo scrittore Sergio Zavoli che nulla ha a che vedere con l’epoca dell’azione collettiva dell’autunno caldo. Stragi certamente “contro” anche se non si sa esattamente contro chi e contro che cosa: questo è il mistero tuttora irrisolto che accompagna questo periodo.  

  Adelchi, memoria del presente
 “Lamezia non era distante da tutto questo…fino a diventare uno dei punti di riferimento per l’intera regione. Sono anni in cui personaggi legati al neofascismo organizzano nella nostra regione summit con esponenti della ‘ndrangheta e dei servizi’deviati.’ (Rimini)

I camerati di Junio Valerio Borghese e quelli di S. d. C. (trent’anni dopo quest’ultimo vive e lavora proprio a Lamezia Terme) fanno proselitismo e attività sovversive. (Leporace)

…vengono rinvenuti un arsenale e i resti di un campo paramilitare fascista e una bomba, sul tratto ferroviario tra Sambiase e Nicastro. (R)

Il “Giornale di Calabria” ha riproposto all’attenzione pubblica la bomba esplosa nell’atrio del Palazzo della Provincia di Catanzaro la notte tra il 3 e 4 febbraio 1971, ad opera – si disse allora - di un commando (
neofascista) di Lametia Terme, poche ore prima dell’esplosione che uccise (l’operaio socialista) Malacaria. (Malvedi)

In questo contesto matura la morte di Argada. Adelchi che nell’omonima tragedia manzoniana è il figlio di Desiderio, re dei Longobardi, l’eroe che preferisce battersi fino in fondo fedele al suo dovere. Il desiderio di Argada, come tanti giovani rivoluzionari di quel periodo, era quello di battersi per una società più giusta fondata su un forte senso di collettività e solidarietà. Anche Adelchi Argada si batterà fino in fondo, senza tirarsi indietro, per i valori in cui credeva. Milita in un gruppo extraparlamentare di estrema sinistra che a Lamezia prende il nome di Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario FPCR, un gruppo di lotta sociale, impegno politico e valori antifascisti.

Lamezia era la città delle scuole occupate, dei circoli culturali, dei collettivi femministi, insomma della sinistra molto a sinistra e del vecchio PCI.
Era anche però la Lamezia democristiana e perbenista, del campanile agitato nelle lotte per l’università, della SIR e delle sue promesse mancate di sviluppo, la Lamezia dei fascisti catalizzatori e simbolo dell’intolleranza e dell’odio verso chi come Adelchi esprimeva una volontà di riscatto, uno sguardo generoso e aperto nei confronti del mondo. (Tavella)

La sera di sabato 19 ottobre, Sergio Adelchi Argada aveva assistito allo spettacolo che il “Canzoniere Popolare Calabrese” di Cosenza aveva dato nella piazza del Municipio verso le 19. Assieme ad altri giovani del suo gruppo formava il pubblico che accompagnava con la voce i canti popolari della resistenza. (M)

Una mattina mi son svegliato…

20 ottobre1974, Lametia Terme

Quella mattina, di fronte al Comune a Lamezia, c’era stata una manifestazione nell’ambito del Festival Provinciale dell’Avanti. Nella notte scritte fasciste ingiuriose sui muri avevano provocato tensione tra gli opposti estremismi, "avevano avuto parole" - fino ad arrivare alle mani, spinte, minacce: la questione era destinata, purtroppo, a non finire li.

Alle 15.30 Adelchi in compagnia del fratello Otello e dei fratelli Morelli tornano dallo stadio quando incrociano cinque camerati. (L)

Spari, molti spari, si udirono provenire dalla zona dietro la Madonnina, a lato della Chiesa di San Domenico.
“Hanno ammazzato Argada” fu la voce che correva velocemente per le vie di Lamezia, da Corso Numistrano poi su per il centro storico, fino ad echeggiare stridula e struggente per tutta la piana lametina in quella, apparente, tranquilla domenica d’autunno.

Si è appreso che i colpi sparati contro il morto ed i feriti sono stati 14 … Le pistole che li hanno esplosi … sono due: una di O.P., l’altra di M.d.F.. Sembra confermato che il primo a sparare sia stato P.. Egli avrebbe sparato contro Giovanni Morello che gli si era avvicinato per chiedergli i motivi per i quali domenica mattina P. stesso avrebbe picchiato un suo fratello di 14 anni.
P., invece di rispondere, ha esploso un proiettile che ha ferito alla coscia Morello.
E, in questa fase, per proteggere il ferito dall’aggressione neofascista, che sarebbe intervenuto Adelchi Argada, giovane generoso e pieno di coraggio. Ma le pistole hanno continuato a sparare e Adelchi è stato colpito una prima volta al ventre, mentre cadeva a terra, con cinismo inaudito, i fascisti lo hanno finito. Sul suo corpo sarebbero stati accertati quattro fori di proiettile, due ritenuti e a due fuoriusciti, e uno dei quali - il secondo - è stato quello mortale avendo attraversato il cuore. (Saccà)

Il rifiuto, per il vile gesto, fu immediato, P. scappa, d. F. fu assalito dalla folla, salvato dall’intervento dei Vigili Urbani, la sede dell’MSI bruciata.

Chi sono? Uno, M. d. F., è studente universitario a Firenze, figlio di famiglia che intrattiene rapporti con fascisti del posto e della città in cui frequenta la facoltà di legge. … L’altro, O. P., è iscritto al MSI della cui organizzazione giovanile lametina è stato segretario per un paio di anni. (M)

Al processo, spostato a Napoli per motivi di ordine pubblico, riconosciute le attenuanti generiche, furono condannati rispettivamente a 15 e 8 anni di reclusione.

La reazione che suscitò in città la morte di Adelchi fu dapprima di generale incredulità, certo il clima di quegli anni a Lamezia era si di lotta, ma di ‘lotta politica’, nessuno mai avrebbe pensato che si potesse arrivare all’omicidio, poi commozione e pianto, soprattutto per le persone che avevano avuto modo di conoscere il ragazzo. Ci fu una partecipazione enorme della città ai funerali, come grande fu la partecipazione da ogni parte della regione, arrivarono anche da fuori.

L’Italia rossa guardò a Lamezia per la morte di un compagno che incarnava quelle qualità che non tutti i militanti rivoluzionari possedevano. (L)

22 ottobre 1974

Studenti, operai, militanti ed anche rappresentanze istituzionali. Ci fu il Presidente della Giunta regionale Aldo Ferrara e Francesco Caruso per la Federazione CGIL. Una folla immensa, più di trentamila persone, di tutte le estrazioni sociali, si era riversata, dopo due giorni di lungo lutto, su Corso Numistrano. La gente già dalla prima mattina a fare la fila, in processione di fronte alla bara, di fronte alla mamma piangente, ai fratelli disperati, ai familiari e agli affetti lasciati, distrutti dal dolore, a manifestare solidarietà e cordoglio. Stretta attorno al Palazzo Municipale la casa lametina e la città oggi piange il suo figlio, figlio del suo popolo: Adelchi Sergio Argada, figlio del Sud, costretto ad emigrare negli anni della sua ‘meglio gioventù’.

Un ragazzo di vent’anni. Un proletario ucciso dai fascisti. Da ragazzo la mattina va a scuola, il pomeriggio in segheria per aiutare la famiglia. (L)

Proprio il giorno del suo funerale, martedì 22 ottobre, il giovane compagno, operaio edile lametino, sarebbe dovuto partire per Modena e lavorare in un cantiere di quella città come altre migliaia di calabresi emigrati. (M)

Argada è il frutto di un Sud sottosviluppato, clientelare, familista e notabil-politico, incarna l’archetipo dell’operaio di massa e il luogo comune, diffuso nella letteratura marxista, della connessione tra emigrazione e proletarizzazione. Ma nel meridione l’utopia si scontrerà con una realtà di sradicamento, stravolgimento sociale e pervasività mafiosa.

Nella Cattedrale dei S.S. Pietro e Paolo, di Papa Marcello II e Innocenzo IX, il rito funebre celebrato dal Vescovo della città Mons. Ferdinando Palatucci. A lato, davanti al Palazzo di Città, c’è ancora il palco messo su per il Festival dell’Avanti, sarà luogo da dove si terranno le orazioni funebri. A chiudere gli interventi è lo

…studente di sinistra Jovine il quale ha detto: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto ad una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa, non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio…” (M)

Infine il corteo ha accompagnato la bara lungo le vie della città, fino al cimitero. Di fronte al luogo del delitto il feretro, portato a spalle dei giovani compagni del morto, si e fermato.
---------Migliaia di braccia alzate a pugno chiuso hanno reso omaggio in silenzio. (S)

Nel punto in cui il giovane è caduto colpito a morte, c’è una scritta: «Qui è stato assassinato il compagno Argada». Sul muro una gigantografia ne mostra il volto aperto, leale, di lavoratore … (S)

Il cronista locale sostiene la tesi della legittima difesa e non è tenero con la figura dell’ucciso. (L)

Un giornale, di “certa stampa siciliana” molto vicina ad ambienti neofascisti (S) bruciato a in migliaia di copie sulla piazza del delitto il giorno dei funerali (M) dai giovani compagni di Adelchi Argada. (S)

“Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno eguale valore. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Taj”; era scritto su un manifesto scritto a mano ed affisso sul muro di un edificio accanto al Municipio di Lametia. (M)

Memoria / non è peccato fin che giova.
Dopo / è letargo di talpe, abiezione / che funghisce su sé …
Eugenio MONTALE

Adelchi è uno dei morti della non memoria, della memoria mancata…Tra gli smemorati non vi sono solo i semplici voltagabbana del personale politico, di cui Lamezia abbonda… Coltivare la memoria è compito di una classe politica, disposta ad assumersi le proprie responsabilità. Comprendere le cause che hanno portato all’assassinio di Adelchi … significa abbandonare l’omertà sulle pesanti condizioni di vita in cui sono costretti tanti nostri concittadini e i tanti migranti che la abitano… quella di Adelchi, non è una storia del passato…ma del presente. (R)

A Milano, nel ’78, dopo quattro anni di iniziative e lotte gli dedicano una scuola. Istituto Tecnico per Geometri “Adelchi Argada.”
Il 18 ottobre 1994, a Lamezia, nel corso delle celebrazioni del ventennale, con una lettera ex studenti ed ex professori comunicano che, nel frattempo, una nuova docenza aveva cambiato idea intitolando l’istituto ad un ex sindaco di Milano (che già dava il nome ad altre quattro scuole milanesi) ma testimoniano anche ai lametini che il ricordo di Adelchi era ancora vivo, non conosceva né distanze, né tempo. (E)

20 ottobre 1974. Una data che resta nella storia di Lamezia e che alcuni compagni di Aldelchi, come Luciano Rimini e Rosa Tavella non hanno mai fatto disperdere. (L)

…in difficoltà sui problemi dell’oggi, impigliati in contraddizioni dalle quali non abbiamo saputo più districarci e che ci hanno reso incapaci di comunicare, di vedere oltre, di dare valore ai tanti giovani e non che vivono nelle pieghe di questa città. (T)

Non ho mai conosciuto Adelchi Argada, e questo oggi mi dispiace. Infatti se le nostre strade si fossero incrociate, mi avrebbe sicuramente arricchito -e non poco- conoscerlo, frequentarlo, confrontarmi con uno come lui. Con le sue speranze dei vent’anni; la sua ansia d’un futuro migliore; il suo impegno per il riscatto di una terra -la sua- che di speranze e riscatti non ne avrà mai abbastanza, per quanto sono stati -troppo spesso, e più o meno volutamente- dimenticati, soffocati, sottovalutati…
Stasera a mio figlio ho raccontato di Adelchi. Di Adechi, che io non ho mai conosciuto. Gli ho raccontato di come un’intera città lo salutò, fino a commuovere anche qualcuno che i calli non li ha soltanto sui polpastrelli; di come in tanti, in quei giorni e spero anche dopo, lo abbiano onorato; di come, davanti a lui per l’ultima volta, un vescovo gridasse che la violenza é davvero - l’arma arma dei deboli”. Di come le indagini -una volta tanto, perché non capita sempre- abbiano avuto un corso sollecito e un esito chiaro: tale da non lasciarci l’angoscia del dubbio, o la rabbia dell’insoluto. L’ho raccontato a mio figlio, e mio figlio l’ha capito. Adesso anche lui, conosce un pochino Adelchi: perché è giusto, perché quelli come lui nessuno deve dimenticarli. Mai. (Isman)


 Compagno Argada Presente,
DOVE SON FINITI TUTTI?

 
Lamezia Terme, lì 20 ottobre 2005


 FONTI

 (R) RIMINI Luciano, 2005, Il dovere di avere memoria, ne “il Lametino”, Anno II, n.34 p.37.

 (L) LEPORACE Paride, 2004, Trent’anni fa a Lamezia, ne “il Quotidiano” della Calabria, p.44, 20 ottobre. 

 (T) TAVELLA Rosa, 1994, Intervento all’assemblea pubblica al Cinema Astra, doc., 20 ottobre.

 (I) ISMAN Fabio, 1994, Inviato de “Il Messaggero” a Lamezia nei giorni successivi l’assassinio, doc., 19 ottobre. 

 (E) Ex studenti e docenti, 1994, “La scuola dedicata ad Adelchi Argada a Milano", lettera, 18 ottobre. 

 (P) GINSBORG Paul, 1989, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino.

 (M) MALVEDI Giorgio, 1974, Uno, due, molti assassini, in “Calabria Oggi”, 31 ottobre.

 (S) SACCA’ Mario, 1974, Una folla immensa (30.000) ai funerali del giovane assassinato dai fascisti di Lamezia Terme, ne “l’Avanti”, 23 ottobre.


 Tutti i fatti, personaggi luoghi e circostanze riportate nel presente scritto si basano esclusivamente sulle fonti citate. Alcuni nomi puntati per scelta, nella fonte sono riportati per esteso. Un particolare ringraziamento a tutti coloro che direttamente o indirettamente con documenti, immagini e suggerimenti hanno contribuito alla realizzazione, come Luciano Rimini, segretario di Rifondazione Comunista, circolo "Adelchi Argada," di Lamezia Terme.





































venerdì 19 ottobre 2012

INFO SU ESTELLE, L'IMBARCAZIONE DI AIUTI UMANITARI CHE STA NAVIGANDO VERSO GAZA

Estelle e Protector. Due barche, due modi diversi di intendere pace e sicurezza.

 

 

 

Estelle è un’imbarcazione dallo scafo in acciaio di 53 metri, originariamente costruita per la pesca a strascico nel Mare del Nord. Prima di essere convertita in un’imbarcazione per il commercio equo, nel 1980, ha passato circa 15 anni trasportando ghiaia da Vuolahti a Helsinki.
Nel 2012 Estelle è stata acquistata da Ship to Gaza Sweden per tentare di rompere ed eliminare il blocco su Gaza.

(citazione dalla pagina web ufficiale di Estelle )

 

 

 

Protector è un sistema navale integrato da combattimento, costituito da mezzi di superficie privi di equipaggio, autonomi, comandati a distanza. Molto maneggevole e praticamente invisibile, il Protector può condurre un ampio spettro di missioni cruciali, senza esporre personale e beni a rischi inutili.
Il modulo di intervento anti-terrorismo include sensori e sistemi d’arma. Il radar di ricerca e lo scudo elettro-ottico Toplite (EO) permettono il rilevamento, l’identificazione e le operazioni di targeting (presa di mira).
I sistemi d’arma si basano su Typhoon, stazione di controllo armi creata dalla società Rafael, controllata a distanza, consolidata, in grado di rendere operative diverse armi di piccolo calibro. La stazione di controllo armi, di massima precisione e consolidata, ha un’eccellente probabilità di colpire-e-uccidere”. Secondo il Jerusalem Post, l’obiettivo di Protector è “impedire ai pescatori palestinesi di oltrepassare l’area a loro consentita o evitare che flotille navighino verso la Striscia di Gaza”. (citazione dalla pagina ufficiale della società israeliana produttrice di armi Rafael)

 

(traduzione di Elena Bellini)

 

NOVITA’ : Estelle minacciata di arrembaggio in acque internazionali

 

da Ship to Gaza, 19 ottobre 14.30: 

 

I passeggeri di Estelle hanno ricevuto una chiamata dal dipartimento degli esteri finlandese, che comunicava di essere stato contattato dal dipartimento degli esteri israeliano per dire che Estelle sarebbe stata abbordata e fermata in acque internazionali e i suoi passeggeri portati ad Ashdod.

Estelle received a phone call from the Finnish foreign department, who said that they received a mssage from their Israeli counterpart, stating that Estelle will be boarded on international water, and its passengers brought to Ashdod.

Fonte:

http://www.freedomflotilla.it/

mercoledì 17 ottobre 2012

Altri crimini di questo “ordine” borghese

Dal blog di Salvatore Ricciardi:


http://contromaelstrom.com/2012/10/16/altri-crimini-di-questo-ordine-borghese/

Fonte, Ansa 2011:

 

Picchia la madre. Dopo l’intervento della polizia ha malore e muore

Ha aggredito la madre a Tor Carbone ed è stato bloccato dalla polizia che era arrivata chiamata dalla donna. Poi ha accusato un malore ed è morto in ospedale…

 

Fonte,  Roma Today 6 settembre 2011

Morto Luigi Federico Marinelli dopo un malore in seguito a una lite
Ieri, in via Francesco De Vico, Luigi Marinelli è morto per un malore avuto dopo una violenta lite con sua madre e l’intervento degli agenti di polizia, allertati proprio per la lite.
Il motivo dell’ennesima lite sarebbero i soldi, soldi che l’uomo, secondo quanto riporta l’Ansa, voleva dalla madre per acquistare la droga. Stavolta però, Gigi, aveva finito per picchiare sua madre che, spaventata, aveva chiamato la polizia. Gli agenti al loro arrivo hanno bloccato l’uomo, impedendogli di fare del male all’anziana. La reazione, però, gli è stata fatale. Ha provato a divincolarsi, si è agitato fino a sentirsi male. Gli agenti hanno chiamato il 118 che ha subito preso in cura l’uomo, da tempo tossicodipendente e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. A nulla però è valsa la corsa in ospedale: l’uomo si è spento sull’ambulanza che lo stava portando al Sant’Eugenio.

INVECE:

 

… durante la presentazione del libro-denuncia di Luca Pietrafesa “Chi ha ucciso Stefano Cucchi?” (Reality Book) tenuta nei giorni scorsi nella sede del Partito radicale a Roma, ha finalmente trovato la forza interiore di parlare Vittorio Marinelli, che con voce rotta dall’emozione ha raccontato la morte abominevole, letteralmente “assurda” di suo fratello Luigi, un anno fa.

 

ECCO COME E’ MORTO LUIGI:

 

Luigi Marinelli era schizofrenico, con invalidità riconosciuta al 100%. Si sottoponeva di buon grado alle terapie che lo tenevano sotto controllo, dopo un passato burrascoso che lo aveva portato in un paio di ospedali psichiatrico-giudiziari. Spendaccione, disturbato, invadente fino alle soglie della molestia, divideva la sua vita fra gli amici, la sua band e qualche spinello.

Era completamente incapace di amministrarsi. Ricevuta in eredità dal padre una certa somma, la madre e i fratelli gliela passavano a rate, per evitare che la sperperasse tutta e subito. Rimasto senza soldi, la mattina del 5 settembre 2011 Luigi va dalla madre, esige il denaro rimanente; si altera, dà in escandescenze, minaccia, le strappa la cornetta dalle mani – ma non ha mai messo le mani addosso a sua madre, mai, neppure una sola volta nel corso della sua infelice esistenza.

Messa alle strette, la madre chiama Luisa (la fidanzata di Luigi, anch’ella schizofrenica) chiama l’altro figlio Vittorio, chiama la polizia e quest’ultima decisione si rivelerà fatale. Arrivano due volanti – poi diventeranno addirittura tre o quattro – trovano Luigi che straparla come suo solito semi-sdraiato sulla poltrona, esausto ma in fin dei conti calmo. Gli agenti chiamano il 118 per richiedere un ricovero coatto. Arriva Vittorio, mette pace in famiglia, madre e figlio si riconciliano, Luigi riceve in assegno il denaro che gli appartiene e fa per andarsene.

Ma la polizia ha bloccato la porta e non lo lascia uscire, dapprima con le buone poi, di fronte alle crescenti rimostranze, con l’uso della forza. Luigi è massiccio, obeso, tre poliziotti non bastano, ne arriva un quarto enorme e forzuto. Costui blocca lo sventurato contro il muro, lo piega a terra, lo schiaccia con un ginocchio sul dorso, gli torce le braccia dietro la schiena e lo ammanetta, mentre Vittorio invita invano gli agenti a calmarsi e a desistere.

“Non fate così, lo ammazzate…!” dice lui, “Si allontani!” sbraitano quelli. Vittorio vede il fratello diventare cianotico, si accorge che non riesce a respirare, lo guarda mentre viene a mancare. Allontanato a forza, telefona per chiedere aiuto al 118 ma dopo due o tre minuti sono i poliziotti a richiamarlo. Luigi ormai non respira più ma ha le braccia sempre bloccate dietro alla schiena: le chiavi delle manette…. non si trovano! La porta di casa è bloccata, non si sa da dove passare, un agente riesce finalmente a trovare la porta di servizio, scende alle auto ma le chiavi ancora non saltano fuori. “Gli faccia la respirazione bocca a bocca!” gridano gli agenti in preda nel panico (Luigi è bavoso e sdentato, a loro fa schifo, poverini). Liberano infine le braccia ma ormai non c’è più niente da fare. Il volto di Luigi è nero. È morto. Arriva l’ambulanza, gli infermieri si trovano davanti a un cadavere ma, presi da parte e adeguatamente istruiti, vengono convinti dagli agenti a portare via il corpo per tentare (o meglio: per fingere) la rianimazione.

Il resto di questa storia presenta il solito squallido corollario di omertà, ipocrisia, menzogne, mistificazioni. Gli agenti si inventano di avere ricevuto calci e pugni per giustificare l’ammanettamento, il magistrato di turno avalla la tesi della “colluttazione”.

L’autopsia riscontra la frattura di ben 12 costole e la presenza di sangue nell’addome, la Tac rivela distacco del bacino, evidenti conseguenze dello schiacciamento del corpo. Le analisi tossicologiche indicano una presenza di sostanze stupefacenti del tutto insignificante. A marzo il pm chiede l’archiviazione sostenendo che la causa della morte è stata una crisi cardiaca. La famiglia presenta opposizione. Qual è stata la causa della crisi cardiaca?

Perché è stato immobilizzato? Era forse in stato d’arresto? In questo caso, per quale reato? Le varie versioni degli agenti, mutate a più riprese, sono in patente contraddizione. “Gli venivano subito tolte le manette” è scritto spudoratamente nel verbale, mentre in verità gli sono state tenute per almeno 10 minuti, forse un quarto d’ora. L’ultima volante dei Carabinieri, sopraggiunta sul posto, descrive nel verbale “un uomo riverso a terra ancora ammanettato”[…]

 Da: Notizie Radicali, 15 ottobre 2012,  di Alessandro Litta Modignani

Perché archiviare l'uccisione di Aziz?

15 ottobre 2012

Aziz Amiri era un ragazzo di 18 anni e proveniva da Ben Oualik, Marocco. Come molti suoi coetanei era arrivato in cerca di un futuro. Era a Bergamo da soli 43 giorni. Poche parole di italiano. E due fratelli in città. La sera del 6 febbraio 2010 un colpo di pistola sparato dall'arma di un carabiniere lo uccide.

Trentaquattro mesi dopo, per la seconda volta, una pm, Maria Mocciaro chiede l'archiviazione dicendo che quel militare si è comportato correttamente, non è stato negligente né imprudente: ha solo reagito, per legittima difesa, a una situazione diventata pericolosa per cause indipendenti dalla sua volontà. Secondo la ricostruzione, il carabiniere e un suo collega brigadiere stavano cercando di incastrare degli spacciatori e per farlo avevano tenuto sotto controllo un tossicodipendente, forse loro confidente.

Arrivato il presunto momento della cessione, a Mornico al Serio, una quindicina di chilometri dal capoluogo, i carabinieri si sono avvicinati separatamente all'auto Peugeot 206, Aziz era sul lato passeggero, e alla guida il fratello di 41 anni: il carabiniere, un appuntato, si era avvicinato dal lato guida, ma era scaturita una colluttazione col conducente. In quel frangente era stato sparato il colpo fatale. Per il pm resta confermata la mancanza di colpa del carabiniere, che si è «trovato in una situazione di pericolo», fermo restando che «il colpo è partito non per una reazione negligente, imprudente o imperita, ma per la forza d'urto» provocata dal conducente contro la mano armata per poter fuggire.

Ogni storia ha qualcuno che la racconta e, in questo caso, il narratore è il quotidiano "L'Eco di Bergamo". A fare da controcanto, come spesso avviene, il paziente lavoro di ricostruzione di un sito di controinformazione, Bg Report che ha deciso di lavorare con Popoff per mettere in fila i dubbi di questa vicenda. I primi articoli che raccontano questa storia sono del lunedì e sono confusi. C'è un morto, dei carabinieri in borghese e un paese della bergamasca. Non esistono versioni ufficiali e gli inquirenti non rilasciano dichiarazioni. Ai giornalisti locali una signora racconta di aver appreso dal figlio della presenza dei carabinieri in Via Verdi e di aver chiesto - non si capisce bene quando e come - a dei passanti cosa era successo, apprendendo che un automobile si era allontanata a grande velocità dal luogo di una sparatoria. Altre persone che erano all'oratorio - poche decine di metri dal luogo del delitto - dicono di non aver sentito auto in corsa; uno di loro ricorda di aver sentito un rumore simile "al botto di un petardo".

Un testimone avrebbe visto due auto «sfrecciare per le strade del paese scontrandosi proprio in Via Verdi», si titola sul "Tragico inseguimento", ne sarebbe seguito un corpo a corpo con sparatoria e un morto. Il sottotitolo dell'articolo cita: "Lo sparo, che sarebbe partito dai carabinieri, ha ucciso un uomo che non aveva documenti: forse un marocchino", quasi a dire che, comunque andrà, è un clandestino. Non si può negare che nel bergamasco, una notizia del genere può avere la sua influenza.

Ecco poi arrivare la prima versione ufficiale: "Cocaina nell'auto che ha speronato i carabinieri", un titolo che aumenta la diffidenza verso il ragazzo ucciso descritto come clandestino e spacciatore. E' la versione dei carabinieri: dopo il pedinamento di una vettura sospetta, una Peugeot 206, i due carabinieri, della caserma di via delle Valli di Bergamo, optano per il fermo, scendono, si qualificano e iniziano attimi concitati. Il guidatore ingrana la retromarcia nel tentativo di fuggire, sperona l'auto dei carabinieri e uno di loro cade in terra. Lo spazio per girare è poco e l'auto dei fermati urta contro il marciapiede forando; il guidatore scende e tenta la fuga a piedi ingaggiando un corpo a corpo con l'agente, nel frattempo rialzatosi. Nella colluttazione il fuggiasco prova a rubare la pistola al carabiniere ed è in questo momento che parte il colpo che colpisce il giovane passeggero, uccidendolo. Questa versione verrà ripetuta sette volte in undici articoli.

Ma un abitante smentisce la tesi del colpo accidentale. Mai sentito in fase di inchiesta preliminare, dichiara di aver sentito esplodere non uno ma ben tre colpi di pistola. La testimonianza video viene trasmessa durante un'edizione di Studio Aperto del 7 febbraio 2010. Un quadro totalmente diverso che metterebbe in seria discussione la versione dei due militari coinvolti se qualcuno l'avesse approfondito. Fatta eccezione per il collega del carabiniere e per il confidente, il compagno di Aziz era considerato fino ad oggi la sola persona che potesse aiutare a far luce sul caso. L'8 febbraio 2010 appare sul quotidiano un piccolo speciale sui nuclei operativi dei carabinieri. Tra le altre notizie si informa che: "Spaccio di droga, estorsioni e sfruttamento della prostituzione sono tra i fenomeni criminali che negli ultimi anni hanno visto maggiormente impegnati i militari del nucleo operativo di Bergamo. Proprio sul fronte dello spaccio questi carabinieri compiono decine di controlli antidroga in diverse zone della provincia, in autonomia o al fianco dei colleghi delle stazioni, sulla base di informazioni raccolte da confidenti o da cittadini che assistono allo spaccio nel loro quartiere. Anche sabato sera, prima che partisse il colpo che ha ucciso il giovane nordafricano, era in corso un servizio di questo tipo".

Il giorno appresso si scagiona la possibile volontarietà dello sparo grazie alla dichiarazione del secondo militare presente sul luogo del delitto: lui era dietro alla portiera del passeggero, perciò, se il collega avesse sparato avrebbe potuto prenderlo. Nessuno attenterebbe alla vita di un collega di proposito, quindi nessun dubbio. Solo l'11 febbraio viene dato spazio alla voce del fratello del ragazzo ucciso. Operaio, regolare, musulmano devoto, moglie e figli. Gli viene dato tutto lo spazio per dire che secondo lui il fratello era innocente: aveva solo 18 anni, era in Italia da poco e non parlava italiano; probabilmente nemmeno sapeva della cocaina. Questa versione non è inverosimile. Poi la vicenda viene lasciata perdere per un anno e un mese dopo una serie di pezzi in cui non si pone mai l'accento sul fatto che i due fermati erano disarmati e che è rimasto ucciso il passeggero, giovane, incensurato e rimasto inerme per tutto il tempo. L'unica volta che si parla dell'assenza di precedenti lo si fa sottolineando che la posizione di Aziz non era "ancora schedata negli archivi delle forze di polizia".

Il 23 marzo 2011 - a più di un anno dei fatti - si ritorna a parlare del caso: "Diciottenne ucciso da carabiniere. Il pm: archiviate", un'archiviazione significa che non è necessario un processo poiché tutto si è svolto regolarmente. Ma il testimone sentito da Italia 1 non è mai stato convocato in tribunale. Il 13 giugno 2011 la storia varca i confini della provincia uscendo su La Repubblica con diversi interrogativi sulla vicenda, l'omicidio di Aziz Amiri è all'attenzione del Dipartimento di Stato Usa. Il giorno dopo, sul giornale cittadino viene ribadita per l'ennesima volta la versione consolidata con un unica piccola modifica: il guidatore dell'auto fermata non avrebbe tentato la fuga, ma avrebbe tentato di disarmare il carabiniere attraverso il finestrino aperto dileguandosi dopo lo sparo. Per voce del procuratore legale incaricato dalla famiglia Amiri, si fanno comparire i primi dubbi. Le ultime due righe informano telegraficamente di un particolare che potrebbe essere fondamentale: sembrerebbe che il carabiniere abbia sparato con la sua pistola privata e non con quella d'ordinanza. Aziz sarebbe stato ucciso da un proiettile di rimbalzo. Da dove ricava questa notizia L'Eco di Bergamo?

Per Hillary Clinton, segretario di stato Usa la morte del giovane Aziz Amiri è ritenuta "un omicidio controverso" e viene inserita nel capitolo del rapporto annuale sui diritti umani intitolato "privazione arbitraria o illegale della vita". Paolo Bulleri, che tutela la famiglia Amiri, si chiede quali fossero esattamente le disposizioni ricevute dai due militari in borghese. Molti i dubbi sollevati sulla dinamica dell'operazione antidroga. Perché i due militari sono intervenuti senza chiamare rinforzi? Come è potuta finire in tragedia un'operazione contro due persone disarmate? Per la prima volta Mohamed Amiri, il fratello di Aziz che vive in Italia da 20 anni, prende la parola al microfono di BgReport, è il 12 luglio 2011. Chiede ancora oggi che l'inchiesta non venga archiviata. Ogni storia ha anche una fine, forse questa non è ancora scritta. Seguite l'inchiesta di Popoff e BgReport.

 

http://bgreport.org/?page_id=4241

Fonte:

http://www.osservatoriorepressione.org/2012/10/perche-archiviare-luccisione-di-aziz.html


martedì 16 ottobre 2012

Oreste Scalzone: "da qui parte il ribellismo operaio"


In nome del popolo italiano

15 October 2012


Fotogramma del documentario tratto da Vimeo

di Gabriele Del Grande e Stefano Liberti
fotografia Enrico Parenti montaggio Chiara Russo
 
Padri di famiglia, lavoratrici, ragazzi e ragazze nati in Italia. Al centro di identificazione e espulsione (CIE) di Roma ne arrivano ogni giorno. Non hanno commesso alcun reato, eppure rischiano di passare 18 mesi dietro le sbarre in attesa di essere espulsi. La loro detenzione è convalidata da un giudice di pace. In nome del popolo italiano. Basta un permesso di soggiorno scaduto. Lo dice la legge e questo basta a tranquillizzare l'opinione pubblica e a rimuovere il problema. Noi però abbiamo deciso di andare a vedere. Ne è nato un mini-doc, un viaggio per immagini e storie nel CIE di Roma. Perché siamo convinti che mostrare quei luoghi e ascoltare quelle voci significa rompere una definizione. E ribadire che nessun essere umano è illegale. Nemmeno quando lo dice una legge.

"In nome del popolo italiano" è il primo di una serie di documentari brevi prodotti da Zalab con il contributo di Open Society.

Fonte:

http://fortresseurope.blogspot.it/2012/10/in-nome-del-popolo-italiano.html