Perchè questo nome: Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.
Oggi
pomeriggio un gruppo di antifascisti ha cancellato la grossa scritta
che era apparsa nei giorni scorsi 'Onore al camerata Bonazzi. Quì
assalito' che ricordava Edgardo Bonazzi, condannato per l'omicidio del
giovane il 25 agosto 1972
Redazione ParmaToday19 agosto 2013
Scritta fascista dietro alla lapide in ricordo di Mariano Lupo. Oggi pomeriggio un gruppo
di antifascisti ha cancellato la grossa scritta che era apparsa nei
giorni scorsi 'Onore al camerata Bonazzi. Quì assalito' che ParmaToday - cronaca e notizie da Parma
„ricordava Edgardo Bonazzi, militante di estrema destra, condannato a 11 anni e 8 mesi per l'omicidio del militante di Lotta Continua. Pennello e colore per cancellare la scritta che oltraggiava la memoria del giovane assassinato davanti all'ex cinema Roma.
A
seguito del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo
Moro, nel 1978, le condizioni dei detenuti politici nelle carceri italiane, soprattutto nelle "speciali", peggiora sensibilmente. Dal
mese di marzo in tutte le strutture carcerarie italiane pacchi portati
dai familiari non possono più contenere carne cotta, salumi, formaggio,
dentifricio e sigarette. In
particolare, nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara, che ospitava
perlopiù detenuti politici appartenenti all'area della sinistra
cosiddetta "eversiva", la situazione è ancora più grave: i prigionieri
sono costretti a mangiare solo ciò che gli viene fornito dalla
direzione, molti di loro sono rinchiusi in quattro in celle di tre metri
per quattro, e gli viene impedito di uscire per tutto il giorno, i
reclusi di diverse celle non si incontrano mai, nemmeno durante l'ora
d'aria, l'isolamento è totale. Le medicine portate
dall'esterno vengono sequestrate, con la scusa di farle analizzare,
nella sala colloqui sono stati impiantati degli enormi divisori di
vetro, che non permettono ai detenuti di avere contatti con i
famigliari. In particolare il reparto "Fornelli", in cui sono
stati rinchiusi la maggior parte dei brigatisti, nappisti e compagni più
in generale, è la sezione del carcere dell'Asinara più tartassata: i
secondini aprono e rubano da ogni pacco, spesso anche i soldi mandati
dall'esterno vengono trattenuti dalle guardie carcerarie, che sfogano
continuamente la propria frustrazione sui detenuti e sulle loro
famiglie, costrette ad estenuanti attese per qualche minuto di colloquio
con il prigioniero, dietro un vetro e tramite un microfono. Le voci
che girano nel carcere parlano anche di microspie che sarebbero state
montate a seguito del sequestro e omicidio Moro in alcune delle zone
comuni: lo stesso direttore del carcere, in un'intervista del 2009,
ammetterà che le microspie erano state montate in alcune parti
dell'isola, in particolare nelle zone dalle quali i detenuti
transitavano prima di essere smistati ai vari bracci. Sono queste
le condizioni che portano, sabato 19 agosto 1978, giorno di colloqui, i
detenuti politici, coordinati da alcuni appartenenti alle Brigate Rosse,
a dare vita ad un'azione di protesta contro le condizioni inumane in
cui sono costretti a vivere e contro i pestaggi dei secondini,
organizzati e diretti dal direttore del carcere, Luigi Cardullo. Quella
mattina i primi cinque detenuti chiamati a colloquio attaccano con ogni
mezzo a disposizione le mensole e i vetri divisori antiproiettile,
spaccandovi sopra le sedie; i secondini, che inizialmente provano ad
intervenire, vengono redarguiti, spiegando che il loro intervento
avrebbe spostato la contraddizione, che in quel momento coinvolgeva
esclusivamente l'esecutivo e gli organi del potere carcerario. Nel
frattempo i prigionieri al passeggio iniziano una mobilitazione di
massa, mentre viene distribuito un volantino che, in particolare,
propone un programma immediato su cui articolare la lotta: abolizione
del'isolamento individuale e di gruppo, creazione di spazi di socialità
interna, aumento delle ore d'aria, abolizione dell'isolamento
dall'esterno, cioè eliminazione dei vetri divisori, aumento dei
colloqui, abolizione del blocco dell'informazione e della censura. I
secondini, presi alla sprovvista, inizialmente non sanno come
fronteggiare la rivolta, ma il direttore della prigione prende presto in
mano la situazione, ordinando l'intervento delle guardie all'interno
dei "Fornelli" per sedare la rivolta, mentre i cinque detenuti che
avevano distrutto la sala colloqui vengono pestati e portati nel
"bunker". Le forze dell'ordine entrano nel carcere come delle furie,
pestando senza pietà chiunque fosse al passeggio, e continuando a
picchiare anche quando i prigionieri sono a terra, inermi. Il corpo a
corpo prosegue, i detenuti del terzo passeggio riescono anche a colpire
ripetutamente il direttore Cardullo, mentre piano piano arretrano fino
alle celle. Altri tre "politici" vengono prelevati e trasferiti al
bunker. Nella tarda serata Horst Fantazzini, rapinatore e
rivoluzionario ribelle, che ha ricevuto colpi pesanti al viso e alla
testa, va in coma; il suo stato di salute è talmente grave che viene
trasferito d'urgenza all'ospedale di Sassari, ma viene riportato
all'interno del carcere, nonostante le condizioni cliniche, dopo nemmeno
ventiquattro ore. Pesanti saranno le rappresaglie messe in atto
dalla direzione carceraria che, oltre a spostare numerosi detenuti nel
bunker d'isolamento, diminuirà il passeggio ad una sola ora, mentre le
autorità riescono a mettere quasi totalmente a tacere tutta l'azione al
di fuori del carcere, negando la dimensione di massa della rivolta ed
attribuendola a "pochi brigatisti isolati". Durante tutta la
settimana successiva vi saranno numerosi momenti di lotta all'interno e
all'esterno del carcere di massima sicurezza dell'Asinara: se da una
parte continueranno le azioni di organizzazione e di rivolta da parte
dei detenuti, dall'altra numerose saranno le mobilitazioni delle
organizzazioni dei famigliari, che occuperanno ripetutamente gli uffici
del Giudice di Sorveglianza. Sabato 26 agosto, la direzione del
carcere, ormai logorata da una settimana di rivolta, e preoccupata per
l'imminente visita dell'ispettore ministeriale, concederà ai detenuti il
rientro ai Fornelli di tutti coloro che erano stati portati al bunker,
il raddoppio dell'ora d'aria, assicurerà che non vi saranno altri
trasferimenti al bunker, si dichiarerà disponibile
all'autodeterminazione della composizione delle celle, ventilando anche
la possibilità di effettuare un colloquio mensile senza vetri.
Un corridoio
autostradale lungo 400 km, con centinaia di cavalcavia e gallerie. Si
tratta della più grande opera dopo il Ponte sullo Stretto. Aggirando il
patto di stabilità grazie ai privati
La cupola delle grandi opere da realizzare
in project financing ha da tempo programmato di sventrare l'Italia da
Orte a Venezia con un nuovo corridoio autostradale lungo 396 chilometri,
139 dei quali in viadotti e ponti, 64 in galleria, con 246 tra
cavalcavia e sottovie, 83 svincoli, aree di servizio ecc. ecc.
Movimentazione di terra per 34 milioni di metri cubi prelevati fin dalla
Puglia e - già che ci siamo - dal canale industriale del porto di
Ravenna che ha bisogno di dragaggi. Lazio, Toscana, Umbria, Emilia,
Veneto attraversate. Aggrediti ventidue siti di interesse ambientale
riconosciti dall'Europa comprese le valli di Comacchio, il parco del
Delta del Po, la laguna sud di Venezia, la Riviera del Brenta, le valli
del Mezzano e le Foreste Casentinesi negli Appennini Centrali. Anche se
ancora poco conosciuta, si tratta della più grande grande opera, dopo il
ponte sullo Stretto di Messina, compresa nell'elenco delle 390
«infrastrutture strategiche» dichiarate di «interesse pubblico» e
inserite nella Legge Obiettivo in attesa di essere finanziata dal Cipe
(Comitato interministeriale per la programmazione economica). Peccato
che la nuova autostrada non avrà mai i veicoli/giorno in transito minimi
necessari (90 mila contro i soli 18 mila attualmente rilevati, ad
esempio, nel tratto veneto) per ammortare i costi di realizzazione e
sostenere le spese di gestione dell'opera. Ciò nonostante il progetto
preliminare è stato approvato dall'Anas con tanto di attestato di
Valutazione di Impatto Ambientale rilasciato dalla Commissione
nazionale, che oramai non lo nega a nessuno, neppure a chi chiede di
fare un parcheggio nel Colosseo. Qualche dubbio sembra averlo avuto
nel passato governo solo l'ex ministro Barca. Per esplicita ammissione
dei proponenti, infatti, il piano economico e finanziario del progetto
(ancora riservato) non sta in piedi. Per la precisione, non sarebbe
"bancabile". Per esserlo lo Stato italiano dovrebbe impegnarsi a: 1)
versare direttamente un generoso contributo a fondo perduto di 1,4
miliardi di euro; 2) detassare le imprese costruttrici rinunciando ad
altri 1,5 miliardi di entrate; 3) autorizzare l'emissione di project
bond sul mercato finanziario da parte delle imprese, garantiti però
dalla Cassa Depositi e Prestiti (con i soldi dei correntisti postali) e
assicurati dalla Sace; 4) affidare l'opera in gestione con un contratto
che garantisca un minimo di proventi tariffari e, soprattutto, le
autorità statali concessionarie dovrebbe fingere di credere che l'opera
venga a costare davvero "solo" 10 miliardi di euro. Insomma, come è
stato detto a un recente convegno organizzato a Ravenna dalla rete
ambientalista Stop Orte-Mestre (www.stoporme.org), la nuova autostrada è
un mostro che dorme sornione, pronto a mettersi in moto al segnale del
nuovo, arrembante ministro Maurizio Lupi. Chi invece non dorme
affatto sono i cittadini dei 48 comuni che saranno investiti dai
cantieri. Sono questi i veri instancabili presidi democratici a difesa
del territorio e dei denari pubblici che da più di dieci anni si battono
a mani nude per denunciare la follia di questa grande opera inutile e
devastante. Decine di comitati locali sorti un po' per volta, con un
passaparola iniziato dal comitato Opzione Zero della Riviera del Brenta.
Comune per comune lungo il tracciato, hanno prima conquistato
l'appoggio delle grandi associazioni quali Legambiente, Wwf, Lipu,
Mountain Wilderness e Pro Natura, poi hanno dato vita ad un
coordinamento e alla rete Stop Or Me con la campagna Salviamo il
Paesaggio e i gruppi politici che ci sono stati: Movimento 5 Stelle e
Alba. I comitati avrebbero potuto limitarsi a denunciare
l'insostenibilità di alcuni impatti quali l'attraversamento dello
storico canale navigabile Brenta, in mezzo al paesaggio palladiano delle
ville venete, o i viadotti sulle Valli di Comacchio, o le "varianti di
valico" sulle Foreste Casentinesi, e sarebbero stati nel giusto. Hanno
invece preferito affrontare un lungo percorso di studi multidisciplinari
(trasportistici, economici, ambientali, paesaggistici, giuridici) e di
autoformazione, scoprendo quanto solitamente non viene detto dai grandi
organi di informazione e, tantomeno, divulgato dalle istituzioni
politiche. Ad esempio, che promotrice del progetto è la Gefip Holdin, il
gruppo di famiglia di Vito Bonsignore, europarlamentare del Pdl, che
nel 2003 comprò per 4,5 milioni di euro la prima società promotrice del
progetto, la Newco Nuova Romea SpA presenti le maggiori coop rosse Cmc e
Ccc. Che, a sua volta, nacque per concretizzare l'indicazione della
Associazione Nuova Romea Commerciale, il cui presidente era niente meno
che Pierluigi Bersani. Quel che si dice grandi e losche intese! Grazie
al lavoro dei comitati scopriamo che il vice-presidente della allora
NewCo, Lino Brentan, e l'amministratore delegato (ora dimissionario)
della Mantovani, una delle principali imprese della associazione di
imprese promotrici, l'ing. Baita, sono agli arresti per corruzione,
associazione a delinquere e frode fiscale. Scopriamo che in realtà le
società di progetto sono scatole vuote create dagli intermediari
finanziari per farci affluire i finanziamenti bancari. Scopriamo che la
finanziarizzazione dell'economia - tanto deprecata a parole - in realtà
nasce per mano e per volere dello stato attraverso il meccanismo
truffaldino del project financing. Come non si stanca di spiegare
l'ingegnere Ivan Cicconi, la finanza di progetto, figlia della Legge
Obiettivo, serve a bypassare i patti di stabilità (che comporterebbero
il blocco degli investimenti) concedendo a società di diritto privato la
realizzazione e la gestione delle opere (così da evitare persino di
cadere nelle maglie dei reati di corruzione) ma pur sempre scaricando,
alla fine e tramite i contratti di concessione dell'opera, sulla spesa
pubblica allargata i costi della realizzazione e gestione
dell'infrastruttura che non dovessero essere coperti dai pedaggi, dalle
royalties, dai canoni degli autogrill o delle pompe di benzina... In
barba al rischio di impresa! Un keynesismo alla rovescia che gonfia i
costi di realizzazione e moltiplica le intermediazioni finanziarie. Con
molto meno si potrebbero realizzare molti più interventi puntuali, a
portata del sistema delle piccole imprese, creando lavoro per più
persone. Come, ad esempio, mettere in sicurezza le strade esistenti,
diversificare il traffico pesante, attrezzare i porti come scali delle
autostrade del mare e collegandoli con la rete ferroviarie. La
differenza sta tutta nell'obiettivo che ci si pone: aumentare il flusso
di denari gestito dal sistema finanziario o migliore la mobilità del
maggior numero di persone e la quantità delle merci trasportare per mare
e per treno?
AGGIORNAMENTO DELLE ORE 20 80 MORTI IN PIAZZA RAMSES, EDIFICI IN FIAMME
Sarebbero 80 i morti solo in Piazza Ramses al Cairo. Lo riferiscono
fonti locali. In gran parte sono attivisti e simpatizzanti dei Fratelli
Musulmani. La polizia avrebbe sparato anche dagli elicotteri. Nella
piazza sono stati dati alle fiamme alcuni edifici. Notizie di numerosi
morti arrivano anche da altre citta', a conferma che quella di oggi e'
stata un'altra giornata di sangue in tutto il Paese.
AGGIORNAMENTO ore 18.30
FRATELLANZA: AL CAIRO ALMENO 45 VITTIME
Secondo il braccio politico dei Fratelli Musulmani, il partito Giustizia
e Libertà, al Cairo le forze di sicurezza avrebbero ucciso almeno 45
persone, oltre 250 i feriti. Per il Ministero della Salute, in tutto il
Paese, le vittime sarebbero 27.AGGIORNAMENTO ore 16.30
TRE MORTI A FAYOUM. SI DIMETTE PORTAVOCE DEL FRONTE DI SALVEZZA
Tre vittime a Fayoum fanno salire ancora il bilancio delle vittime che
tocca ormai quota 40. A livello politico, dopo le dimissioni del
vicepresidente ad interim El Baradei, giungono anche quelle di Khaled
Dawd, portavoce del Fronte di Salvezza Nazionale, ombrello delle
opposizioni al regime di Morsi e oggi sostenitori dell'esecutivo
provvisorio. Secondo alcuni osservatori, un'ammissione di colpa per aver
avallato e sostenuto un golpe che si sta rivelando incapace di gestire
la crisi egiziana.AGGIORNAMENTO ORE 16.0025 MORTI IN PIAZZA RAMSES, FRATELLI MUSULMANI
I Fratelli Musulmani denunciano che ci sarebbero stati 25 morti a Piazza
Ramses, al Cairo, dove si fronteggiano i sostenitori del deposto
presidente, Mohammed Morsi e la polizia. La televisione di Stato
egiziana riferisce che 12 persone hanno perso la vita negli scontri
scoppiati dopo la preghiera di mezzogiorno a nord ed est del Cairo.AGGIORNAMENO ore 15.30
OTTO MORTI A DAMIETTA, SCONTRI AD ALESSANDRIA
Secondo fonti mediche, sarebbero stati uccisi almeno otto manifestanti a
Damietta, facendo salire il bilancio di oggi a dodici morti. Scontri in
corso ad Alessandria e Tanta.AGGIORNAMENTO ore 14.30
QUATTRO MORTI A ISMAILIYA, UN POLIZIOTTO UCCISO AL CAIRO
Sono in corso le manifestazioni indette dai sostenitori del presidente
Morsi. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, ad Ismailiya le forze di
sicurezza avrebbero ucciso quattro persone, undici i feriti.
Al Cairo un poliziotto è stato ucciso ad un checkpoint. A Tanta, la
polizia lancia gas lacrimogeni per disperdere la folla, che sta
lanciando pietre in risposta. I manifestanti stanno marciando verso la
sede del governatorato.AGGIORNAMENTO ore 11.35
L'ESERCITO CIRCONDA TAHRIR SQUARE, TAMAROD A DIFESA DEI COPTI
Le forze armate egiziane hanno chiuso con filo spinato tutte le entrate e
le uscite per Tahrir Square. La piazza simbolo della rivoluzione del 25
gennaio 2011 è circondata da veicoli blindati. Chiusa anche la fermata
della metropolitana in attesa delle manifestazioni di oggi.
Intanto, dopo gli attacchi alle chiese copte, il gruppo Tamarod - la
campagna di raccolta firme che ha avviato le proteste anti-Morsi di
luglio e il successivo intervento dell'esercito - ha detto che difenderà
le chiese e le moschee, in particolare i luoghi di culto cristiani
presi di mira da gruppi islamisti nei giorni scorsi.dalla redazione
Roma, 16 agosto 2013, Nena News - Il Venerdì della Rabbia attende
oggi l'Egitto, ormai ad un passo dalla guerra civile. Dopo i durissimi
scontri dei giorni scorsi (con un bilancio che oscilla tra le 500 e le
700 vittime), i sostenitori del deposto presidente Morsi hanno indetto
per oggi manifestazioni contro il golpe militare in tutto il Paese. "Manifestazioni contro il colpo di Stato partiranno dalle moschee del
Cairo e si dirigeranno verso piazza Ramsis - ha annunciato il portavoce
dei Fratelli Musulmani, Gehad Al-Haddad - Dopo gli arresti e le
uccisioni che stiamo subendo, le emozioni sono troppo forti per essere
guidate da qualcuno". Ovvero, difficile prevedere cosa accadrà nelle
piazze, soprattutto dopo l'ordine dato dal Ministero degli Interni a
polizia ed esercito: aprite il fuoco contro chiunque attacchi le forze
di sicurezza o gli edifici governativi.
L'Alleanza per il Sostegno della Legittimità fa altrettanto e chiama
milioni di egiziani a scendere in strada dopo la preghiera del venerdì,
da 28 diverse moschee della capitale: "La nostra rivoluzione è pacifica.
La violenza non è la nostra dottrina e il vandalismo è usato dai leader
del golpe militare per mantenere il controllo del Paese".
A livello internazionale, si muove l'Unione Europea. Oggi l'inviato
speciale di Bruxelles in Medio Oriente, Bernardino Leon, ha fatto sapere
che le forze armate egiziane hanno rifiutato un accordo di pace con la
Fratellanza, qualche ora prima dei sanguinari sgomberi di mercoledì.
L'accordo era stato raggiunto con l'aiuto della UE e degli Stati Uniti:
"Avevamo un piano politico sul tavolo, accettato dalla Fratellanza.
L'esercito avrebbe potuto accettare tale opzione".
I ministri degli Esteri della UE si vedranno nei prossimi giorni, al
massimo martedì come richiesto dall'italiana Emma Bonino, per affrontare
la questione della crisi egiziana. Intanto la Danimarca chiede la
sospensione dei progetti bilaterali con l'Egitto e la Svezia lo stop ai
finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale.
Richieste che seguono alla decisione dell'amministrazione statunitense
di interrompere le esercitazioni militari congiunte con l'Egitto,
previste per il prossimo mese, seppur Obama continui ad affermare di non
voler prendere le parti né dell'esercito né degli islamisti. Gli errori
della comunità internazionale stanno venendo a galla, insieme alle loro
atroci conseguenze. L'appoggio incondizionato alla Fratellanza -
previa accettazione di determinati parametri economici e misure
liberiste, così da ottenere i prestiti dell'FMI - hanno trascinato
l'Egitto in una crisi economica peggiore dell'era Mubarak. Una crisi
che si è aggiunta alle politiche antidemocratiche e non inclusive dei
Fratelli Musulmani, provocando la rabbia popolare e il conseguente
intervento militare.
Sgomberato questa mattina lo spazio Communia, occupato dallo scorso aprile nello storico quartiere di San Lorenzo a Roma. L'operazione
di sgombero è stata eseguita all'indomani di ferragosto nella speranza
di trovare una resistenza attenuata dalle ferie estive; i blindati hanno
circondato l'edificio, militarizzando il quartiere e bloccando via dei
Sabelli, e la celere ha fatto irruzione nello spazio. Alcuni
compagni hanno cercato di opporre resistenza allo sgombero, diversi sono
stati identificati sul posto e sette trasferiti al commissariato di San
Lorenzo. Immediatamente un presidio di solidali si è concentrato lì di
fronte, chiedendo il rilascio immediato dei fermati. Lo spazio
Communia aveva trovato sede lo scorso 24 aprile in una ex fonderia
abbandonata; numerosi i progetti in cantiere, dopo scuola popolare, aule
studio e biblioteca, sportelli informativi per il diritto alla casa,
laboratori, attività sociali e aggregazione. La Roma di Marino
mantiene quindi le aspettative di speculatori e palazzinari; le
esperienze di occupazione e riappropriazione vanno ostacolate, e quale
mese migliore di agosto per procedere con sfratti e sgomberi.
Di seguito il comunicato di Communia: 16 Agosto 2013 In
una Roma deserta, stamattina verso le 9 i blindati della celere sono
arrivati in Via dei Sabelli 102. La polizia ha sgomberato le Ex Fonderie
Bastianelli dietro le pressioni del magistrato che ha voluto anche
l’identificazione degli occupanti che erano all’interno di Communia.
Occupanti che sono stati portati nel commissariato di San Lorenzo. In
seguito alla segnalazione fatta all’amministrazione municipale dagli
occupanti di Communia, sono stati messi in sicurezza pochi giorni fa i
marciapiedi corrispondenti alle ex-Fonderie Bastianelli.
L’argomentazione della presunta inagibilitá delle ex-Fonderie, agitata
strumentalmente dalla proprietá per ottenerne lo sgombero, perde quindi
ogni consistenza. Eppure stamattina la polizia è arrivata a Communia. Hanno
pensato che con uno sgombero estivo potessero fermarci, ma il progetto
di Communia che abbiamo costruito in questi mesi con tutto il quartiere
di San Lorenzo non si arresta. La scuola popolare, lo sport, gli
sportelli di assistenza gratuita, le mostre e le iniziative ritorneranno
a San Lorenzo. Non è uno sgombero che fermerà il nostro progetto Oggi assemblea e conferenza stampa alle 16 in Piazza dei Sanniti. #CommuniaResiste
Sante Geronimo Caserio (Motta Visconti, 8 settembre1873 - Lione, 16 agosto1894) è stato un anarchico italiano che, nel 1894, pugnalò a morte il presidente della repubblica francese Marie-François Sadi Carnot.
Biografia
Sante Geronimo Caserio nacque da una famiglia contadina l'8 settembre1873.
Ebbe numerosi fratelli e il padre morì in un manicomio. Non volendo
pesare sulla madre, a cui era molto affezionato, all'età di dieci anni
scappò di casa per trasferirsi a Milano. Qui trovò lavoro come garzone
di un fornaio. Venne in contatto con gli ambienti anarchici della fine
del XIX secolo, fondò anche un piccolo circolo anarchico denominato "A
Pè" ("A Piedi"), nel senso di senza soldi). Pietro Gori
lo ricordava come un compagno molto generoso; raccontava di averlo
visto, davanti alla Camera del Lavoro, dispensare ai disoccupati pane e
opuscoli anarchici stampati con il suo misero stipendio. Venne
identificato e schedato durante una manifestazione di piazza, e fu
costretto a fuggire prima in Svizzera e poi in Francia.
Copertina de Le Petit Journal del 2 luglio 1894, con un'illustrazione dell'assassinio di Sadi Carnot
Il 24 giugno
uccise il presidente Carnot durante un'apparizione pubblica a Lione
colpendolo al cuore con un coltello dal manico rosso e nero (i colori
che simboleggiano l'anarchismo). Dopo l'atto non tentò la fuga, ma corse attorno alla carrozza del moribondo gridando «Viva l'anarchia». Fu processato il 2 e 3 agosto e fu giustiziato il 16 dello stesso mese tramite ghigliottina.
Di fronte al tribunale che lo condannò alla ghigliottina tra le altre cose disse:
«Dunque, se i governi impiegano contro di noi i fucili, le catene, le prigioni, dobbiamo noi anarchici,
che difendiamo la nostra vita, restare rinchiusi in casa nostra? No. Al
contrario noi rispondiamo ai governi con la dinamite, la bomba, lo
stile, il pugnale. In una parola, dobbiamo fare il nostro possibile per
distruggere la borghesia
e i governi. Voi che siete i rappresentanti della società borghese, se
volete la mia testa, prendetela». A proposito della patria disse al
giudice:
«La patria non esiste per noi poveri operai. La patria per noi
è il mondo intero... voi siete i rappresentanti della società borghese,
Signori giurati; se voi volete la mia testa, prendetevela; ma non
crediate con questo di arrestare la propaganda anarchica.»[1]
Al processo, infatti, non tentò mai di negare il proprio gesto, nè di
chiedere la pietà del giudice.
Gli fu offerta la possibilità di ottenere l'infermità mentale e in
cambio avrebbe dovuto fare i nomi di alcuni compagni, ma Caserio rifiutò
sprezzatamente: «Caserio fa il fornaio, non la spia». In cella, mentre
attendeva la condanna a morte, gli fu anche mandato il parroco di Motta
Visconti per l'estrema unzione, ma egli rifiutò di confessarsi e cacciò
il prete. Sul patibolo, infine, un attimo prima di morire gridò rivolto
alla folla: «Forza, compagni! Viva l'anarchia!».
Dopo la condanna di Sante Caserio vi furono diversi atti di
violenza e intolleranza da parte dei francesi contro i lavoratori
italiani, compatrioti dell'assassino del loro presidente. Un anarchico
fu arrestato per aver gridato la propria simpatia verso Caserio in un
locale pubblico e un carcerato
venne percosso violentemente per lo stesso motivo. Il gesto
dell'anarchico italiano aveva risvegliato qualcosa nel cuore dei ribelli
oppressi di Francia.
«Avevano appena detto che erano le 9 e 5, tutti cominciavano ad
agitarsi. Non era passata che una sola carrozza chiusa, in procinto di
giungere dall’Opéra alla Borsa per ripartire al più presto in senso
opposto. Poi abbiamo ascoltato la Marsigliese. All’improvviso son
passati veloci, per assicurare la libertà del passaggio su via della
Repubblica, quattro cavalieri della guardia repubblicana. Poi sono
arrivati a piccoli passi dei militari a cavallo in plotoni di cinque
fila o poco meno. Dopo la prima truppa un cavaliere da solo aveva la sua
trombetta senza suonarla. Poi un secondo plotone come il primo. Infine
il calesse scoperto del presidente della Repubblica, di cui i cavalli
avevano la testa a circa tre passi dalla parte posteriore dell’ultimo
plotone.
Pugnale utilizzato da Caserio per compiere la sua azione.
Nel momento in cui gli ultimi cavalieri della scorta mi sono passati
di fronte, ho aperto la mia giacca. Il pugnale era, con la punta in
alto, in un’unica tasca, dal lato destro, all’interno sul petto. L’ho
afferrato con la mano sinistra e in un solo movimento, spingendo i due
giovani fermi davanti a me, riprendendo il manico con la mano destra e
facendo scivolare con la sinistra la guaina che era caduta per terra, mi
sono diretto vivamente ma senza scattare , dritto verso il presidente,
seguendo una traiettoria un poco obliqua, in senso contrario
all’andamento della vettura.
Sono saltato sul marciapiede ed ho appoggiato la mano sinistra sul bordo
dell’auto, e in un solo colpo ho portato leggermente dall’alto verso il
basso, col palmo della mano indietro, le dita serrate al pugnale fino
alla guardia, nel petto del presidente. Ho lasciato il pugnale nella
ferita ed era rimasto attaccato al manico un pezzo di carta di giornale.
Sferrando il colpo, ho gridato, forte o meno, non lo saprei dire: “Viva
la Rivoluzione!”. A colpo assestato, mi sono inizialmente rigettato
all’indietro; poi vedendo che non mi si fermava subito e che nessuno
sembrava aver compreso cosa avessi fatto, mi sono messo a correre avanti
alla carrozza e passando accanto ai cavalli del presidente, ho gridato
“Viva l’anarchia!”, grido che i guardiani della pace hanno ben udito.
Poi sono passato davanti ai cavalli del presidente, e dietro la scorta,
dirigendomi sulla sinistra di traverso per cercare di passare attraverso
la folla e sparire. Delle donne e degli uomini hanno rifiutato di
lasciarmi passare, poi hanno gridato dietro: “Fermatelo!”. Un gendarme,
di nome Nicolas Pietri, mi ha messo la mano al colletto e sono stato subito fermato da una ventina d’altri.»[3]
L'interrogatorio
Brani estratti da Per quel sogno di un mondo nuovo di Rino Gualtieri [4].
Sante scrolla le spalle.
«Vostro padre fu malato?».
«No signore.».
«Voi appartenete ad un'onesta famiglia. Vostra madre, giudicando dalle
sue lettere, è una donna di sentimenti elevati. Frequentavate la scuola,
ma spesso mancavate.».
Sante sorride: «Se avessi avuto maggiore istruzione sarebbe stato meglio.».
«A dieci anni eravate garzone di calzolaio, facevate da angelo nelle processioni.».
«I ragazzi non sanno quello che fanno.».
«Voi avete atteso il Presidente per assassinarlo?».
«Sissignore.».
«Vediamo come siete arrivato a questo punto. Fu dopo il processo agli
anarchici a Roma nel 1891 che siete diventato anarchico?»”.
«No.».
Sante Caserio uccide Sadi Carnot, illustrazione di Flavio Costantini
Foglio volante di un cantastorie che narra la storia di Sante Caserio (fine Ottocento).
«Avete frequentato le conferenze dell'avvocato Gori?».
«Quando Gori venne a Milano io ero già anarchico.».
«Ma le seguiste, le conferenze?».
«Ci andavano tutti ed andai anch'io.».
«La vostra famiglia fece il possibile per togliervi dall'anarchia?».
«Voglio bene alla mia famiglia ma non può sottomettermi al suo volere. La mia famiglia è l'umanità.».
«A Milano facevate parte del gruppo cui apparteneva Ambrogio Mammoli?».
«Anche se lo conoscessi non lo direi, non sono un agente di polizia.».
«Nel 1892 foste arrestato mentre facevate propaganda anarchica fra i soldati in un quartiere detto di Porta Vittoria?».
«Sissignore.».
«Nel 1893 foste disertore?». «La mia patria è il mondo intero.».
«Voi sapevate che il giorno in cui avete ucciso il Presidente era
l'anniversario della battaglia di Solferino, nella quale i francesi
sparsero il loro sangue in aiuto degli italiani?».
«Il 24 giugno so che è la festa di S. Giovanni, patrono del mio paese. E poi tutte le guerre sono guerre civili.».
«L'accusa sostiene che voi abbiate compiuto il delitto premeditatamente.».
«È vero.».
«Voi avete ucciso il Presidente perché siete anarchico?».
«Sì.».
«E come tale odiate tutti i capi di Stato?».
«Sì.».
«Una volta diceste pure che sareste andato in Italia ad uccidere il Re e il Papa.».
Sante sorride: «Il Re e il Papa non si possono ammazzare insieme, perché non sono mai insieme.».
«Un soldato vi intese dire in febbraio che sareste andato a Lione ad uccidere Carnot».
«Faccio rilevare che nel mese di febbraio non potevo dire che sarei
andato a Lione per suicidare (testuale) Carnot, perché allora non si
poteva sapere che il Presidente vi sarebbe andato.».
«Se la verità intera non si può sapere è pero certo che dopo il rifiuto
della grazia a Vaillant, Carnot ricevette lettere di minaccia dagli
anarchici; che ne dite? Voi dovete avere dei capi.».
«Nessuno mi comandò, eseguii tutto da me solo.».
«Con quale diritto avete ucciso il Presidente, il diritto naturale lo proibisce, questo lo sapete?».
«Ho ucciso quell'uomo perché era un simbolo, il responsabile di quanto
era accaduto giusto l'anno prima, il 24 giugno 1893 ad Aigues Mortes
alle saline vicino a Nimes.».[5]
«E l'ha ritenuto responsabile anche di non aver concesso la grazia a Vaillant»?.
«Assolvere tutti senza nemmeno una condanna è stata un'infamia, è come
se i miei connazionali fossero stati uccisi una seconda volta. Vaillant è
un'altra questione.».
«Quando i capi di uno Stato condannano non è per capriccio ma vi fu
prima un giudizio, voi invece vi siete fatto accusatore, giudice e
carnefice nello stesso tempo.».
A questo punto Caserio stenta a capire e l'interprete gli fa capire
ancora meno. Fra il pubblico si sente qualche moto d'ilarità.
Quando alla fine comprende: «Ora stiamo parlando del fatto e non voglio
dire perché mi sono vendicato. E i governi che fanno uccidere milioni di
individui?».
«Avete vent'anni, siete ben giovane per giudicare la società.».
«Se sono giovane per giudicare la società, lo sono anche i militari che vanno a farsi ammazzare. Sono dunque degli imbecilli?».
«Ma i militari difendono la loro patria.».
«Difendono invece gli interessi degli industriali e dei banchieri, quindi sono degli imbecilli.».
Lettera alla madre
«Cara madre, vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia
condanna è la pena di morte.
Non pensate [male] o mia cara madre di me? Ma pensate che se io commessi
questo fatto non è che sono divenuto [un delinquente] e pure molto vi
dirano che sono un assassino un malfattore. No, perché voi conosciete il
mio buon cuore, la mia dolcezza, che avevo quando mi trovavo presso di
voi?Ebbene anche oggi è il medesimo cuore: se ho commesso questo
mio fatto è precisamente perché ero stanco di vedere un mondo così
infame.
Ringrazio il signor Alessandro che è venuto a trovarmi ma io non voglio confessarmi.
Addio cara mamma e abbiate un buon ricordo del vostro Sante che vi ha sempre amato.» (Lione, 3 agosto 1894)
↑ Quest'affermazione non corrisponde a quanto riportato dal libro L'anarchiste et son juge
di Pierre Truche -giudice del processo- ed. Librairie Arthéme Fayard,
1994. Secondo il testo durante l'interrogatorio Sante Caserio non
avrebbe mai fatto riferimento all'assassinio degli italiani ad Aigues
Mortes nel 1893.
Riceviamo e pubblichiamo il report della prima giornata del
campo di solidarietà organizzato dal centro Amal Al Mustakbal, nel campo
profughi di Aida (Betlemme).
Quest’esperienza di lotta inizia proprio mentre Israele rilascia 26 tra i 104 prigionieri palestinesi che dovrebbe liberare nell’arco di un anno.
Mentre gli Stati Uniti garantiscono lo strapotere del colonialismo
sionista, celebrando l’inizio dell’ennesima “fine” chiamata “accordi di
pace” e bacchettando pateticamente Israele per i nuovi piani
espansionistici, la repressione dell’occupazione continua perpetua con
arresti nei confronti di chi difende la propria terra, come nel caso di
tre ragazzi arrestati ieri a Kufr Qaddum.
Il rilascio dei 26 prigionieri palestinesi vorrebbe umanizzare
l’ennesimo piano internazionale in appoggio al colonialismo israeliano.
Tutto il mondo rivolge la propria attenzione ad un’ingiustizia chiamata
“pace”, accordi che solo il potere crede appetibili.
Content*, in ogni caso, che 26 persone internate nelle carceri sono
tornate nelle proprie comunità in festa, riabbracciando le persone care,
vi proponiamo la prima di alcune interviste che 4 nostre compagne hanno
documentato durante i loro incontri in Palestina.
Voci di donne palestinesi, testimonianze di tenacia, dignità e resistenza, alle quali daremo il massimo della visibilità.
Per accompagnare il report che leggerete, abbiamo quindi scelto la
voce di Renan, prigioniera per 7 anni nelle carceri israeliane,
recentemente rilasciata nello scambio per la liberazione del soldato
israeliano Shalit. Renan fa parte di una famiglia di Nablus i cui membri
sono stati tutti in carcere.
Voci di donne dalla Palestina: Renan prigioniera nelle carceri israeliane
14.08.2013
Oggi, primo giorno ufficiale del campo, è stata una giornata molto interessante.
Abbiamo iniziato questa mattina con le attività ludiche e di
animazione presso il centro con i/le bambin* di Aida, una prima
occasione per conoscerl* e stabilire un primo contatto.
Basandoci sulla favola araba “Il ritorno di Giubeina e la perla blu”,
i/le bambin* faranno una serie di attività di riflessione sulla tematica
del “ritorno” strutturate in quattro laboratori (teatro, fotografia,
disegno, sport) che culmineranno con una rappresentazione teatrale
durante la festa finale del campo di solidarietà.
Nel pomeriggio abbiamo avuto l’opportunità di incontrare un giovane
ex prigioniero del campo profughi, detenuto per 5 mesi nella prigione di
Ofer, nei pressi di Ramallah.
Rilasciato meno di un mese fa, Rashid (nome di fantasia) è un giovane
compagno il cui unico capo di imputazione è quello di appartenere al
Fronte Popolare, aver avuto fratelli già detenuti nelle infami carceri, e
che ogni giorno lotta per resistere all’occupazione e per rivendicare
il proprio diritto al ritorno.
Il
suo arresto, come quello di molti altri, si inserisce in un’ondata
repressiva che ha colpito i giovani del campo di Aida 6 mesi fa, a
seguito di proteste per l’uccisione di Mohammad Zaid Awwad Salayam
di Hebron. Il racconto di Rashid è la testimonianza diretta delle
condizioni dei detenuti palestinesi all’interno delle carceri israeliane
e del vissuto delle loro famiglie.
Solitamente, i giovani vengono prelevati nel cuore della notte nelle
loro abitazioni con incursioni mirate e portati via sotto gli occhi
impotenti delle famiglie a cui non è concesso neanche un saluto.
La prigione israeliana di Ofer detiene circa 6000 palestinesi
rinchiusi in celle sovraffollate con una piccola finestra che non
permette di guardare fuori; i detenuti sono privati della possibilità di
incontrarsi, di potersi lavare e sono soggetti a continue pressioni
psicologiche e violenze fisiche.
Esiste all’interno del carcere un’unica cucina gestita dai prigionieri i
cui costi dei pasti ricadono direttamente sulle famiglie dei detenuti,
poichè la direzione carceraria non fornisce alcun alimento.
Alcuni detenuti che hanno la cittadinanza anche indiretta gazawi, al
momento della scarcerazione non vengono fatti tornare nei loro villaggi
di origine, ma deportati in quella prigione a cielo aperto, che è la
Striscia di Gaza.
Il prossimo incontro sarà con la popolazione del villaggio di Al Masaara…
Yallah
Shebab del summer camp