Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


mercoledì 4 dicembre 2013

DOMICILIARI A BAHAR. OBBLIGO DI FIRMA A MICHELE, COMPAGNO NO MUOS. ALLE FORZE DELL’ORDINE? LO SPRAY URTICANTE.

Notizia scritta il 03/12/13 alle 18:23. Ultimo aggiornamento: 03/12/13 alle: 19:17


bahar-web 


BAHAR - Bahar Kimyongur è fuori dal carcere. Il compagno turco-belga, in galera a Bergamo dal 21 novembre scorso su mandato internazionale della Turchia, ha ricevuto i domiciliari dal Tribunale di Brescia. Ora Bahar si sta recando a Massa, città toscana dove attenderà il processo vero e proprio riguardante la richiesta di estradizione in Turchia, legata alla sua attività di denuncia e controinformazione nei confronti dei crimini perpetrati sia ad Ankara che nel vicino ginepraio siriano proprio dal governo di Erdogan, padrone – padrone della Turchia.
Bahar dovrà rimanere  in una casa a Marina di Massa, in attesa del pronunciamento della Corte. Lo Stato Turco dispone di 40 giorni, a partire dal 21 novembre, giorno in cui l’attivista e giornalista belga è stato arrestato dalla Digos quando è arrivato all’aeroporto di Bergamo, per trasmettere all’Italia i documenti che corredano la richiesta di estradizione.
Da quando è stato arrestato il Clea – il Comitato per la libertà di espressione e associazione – ha organizzato petizioni e manifestazioni a Bruxelles. Oggi in un comunicato il Clea afferma che “la lotta in favore di Kimyongur dovrà necessariamente ora fare un salto di qualità”.
Presidi fuori dal Tribunale si sono tenuti anche a Brescia, in due diverse occasioni. Il servizio con Fiorina, del movimento di solidarietà con Bahar.

PALERMO - Udienza di convalida questa mattina, 3 dicembre, a Palermo per Michele, compagno No muos arrestato sabato durante le cariche effettuate dalla polizia per permettere il passaggio del corteo fascista malcelato dietro una fantomatica “rete No muos”. L’udienza si è conclusa, il compagno è stato liberato, anche se con l’obbligo di firma.

SARDEGNA - Sarà infine un processo in Corte d’Assise a Sassari a decidere se c’è stata un’associazione sovversiva con finalità terroristiche alle spalle di ‘A Manca pro s’indipendentzia’. Il Tribunale di Cagliari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio per 18 indagati legati alla formazione politica indipendentista comunista ‘A manca’, accusati di una serie di ordigni esplosi in Sardegna e rivendicati come Nuclei proletari per il comunismo (Npc) e Organizzazione indipendentista rivoluzionaria (Oir).   Il processo in Corte d’Assise a Sassari inizierà il 6 giugno 2014.

SPRAY URTICANTE - E in questo quadro di processi, udienze e repressione, prosegue la militarizzazione del paese. Spray al peperoncino in dotazione a poliziotti e carabinieri. La sperimentazione partirà infatti a gennaio a Roma, Milano e Napoli. Lo spray nebulizza un principio attivo a base di Oleoresin Capsicum, sostanza irritante, a 3 metri di distanza. Lo spray sarà inizialmente assegnato in via sperimentale ai poliziotti della Polfer Stazione e Volanti di Milano, nonchè ai carabinieri dei reparti operativi di Roma e Napoli. Sono esclusi, per ora, i reparti mobili. Nel caso di positivo riscontro della sperimentazione, l’uso della dotazione potrà però essere allargato.




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martedì 3 dicembre 2013

ROBOT KILLER IN FABBRICAZIONE

Una coalizione internazionale chiede il divieto preventivo delle armi totalmente autonome. Ma USA, Israele, Russia e Cina le stanno già sviluppando. Pronte per il 2030.

martedì 3 dicembre 2013 08:43

 
 

 di Eleonora Pochi

Londra, 3 dicembre 2013, Nena News - Lo scorso aprile a Londra, una coalizione internazionale ha lanciato la campagna "Stop killer robots", con l'obiettivo di porre un divieto preventivo all'uso di armi totalmente autonome. I robot killer sono macchine in grado di selezionare l'obiettivo ed attaccare senza alcun intervento umano. Stati Uniti, Israele, Cina, Russia, Corea del Sud e Regno Unito stanno già sviluppando queste armi autonome. Nel recente incontro di Ginevra, tenutosi lo scorso 15 novembre e a cui hanno partecipato gli Stati parte della Convenzione sulle armi convenzionali, si è deciso per la prossima primavera un incontro che potrebbe portare alla formulazione di un nuovo protocollo che sancisca il divieto all'uso di armi totalmente autonome, vincolante per gli Stati che rientrano nella Convenzione.

Anche Human Rights Watch, con la pubblicazione del rapporto Losing Humanity, ha spiegato cosa implicherebbe l'uso di queste armi, che definisce "strong artificial intelligence, progettate per sostituire ed imitare il pensiero umano. Mancano però le qualità umane necessarie per soddisfare le norme del diritto internazionale umanitario". Anche l'Onu, durante una recente sessione del Consiglio dei Diritti Umani, ha affermato che "l'uso di macchine totalmente autonome, non potrà mai incontrare gli standard del diritto umanitario". L'Onu, nella persona di Christof Heyns, chiede, in sinergia con la coalizione internazionale, di bandire preventivamente questo genere di armi.

Secondo la nota dell'organizzazione internazionale "eliminando il coinvolgimento umano nella decisione di usare forza letale nei conflitti armati, i robot killer non garantirebbero un'adeguata protezione dei civili". L'organizzazione per i diritti umani spiega che i robot non sono controllati dalle emozioni umane e dalla capacità di compassione, che può essere un elemento importante, nel momento in cui ci si trovi ad uccidere persone. Il rapporto spiega in quale modo queste armi possano essere usate come strumenti repressivi da dittatori che cercano di soffocare la voce del proprio popolo, senza neanche scomodare truppe di esseri umani, che potrebbero ad un certo punto voler cambiare schieramento.

E se è vero che un robot "non può stuprare", di certo non può neanche "provare empatia verso un essere umano, capacità che talvolta rende riluttante il pensiero di danneggiare un individuo". Inoltre fabbricare armi totalmente autonome aumenta considerevolmente le spese, già esorbitanti, in armamenti a discapito degli stanziamenti per la protezione dei civili e il mantenimento della pace.

Per promuovere l'iniziativa contro i robot killer ha fatto tappa in Italia Jody Williams, Premio Nobel per la pace nel 1997 e portavoce della Campagna: "Secondo l'articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite - ha dichiarato in merito - c'è la possibilità di destinare parte del budget per le spese militari alla costruzione della Sicurezza attraverso azioni pacifiche, per soddisfare i bisogni che sono alla base dei conflitti armati. Il Consiglio di Sicurezza, ma non solo, ignora questo articolo".

Jody Williams ha avuto numerosi incontri con le istituzioni del nostro Paese, appuntamenti che sono serviti a rendere chiara l'urgenza d'azione in merito all'uso di queste nuove armi che cambierebbero totalmente l'aspetto della guerra. "Per me è inconcepibile - ha dichiarato la storica attivista - che un essere umano abbia dato ad una macchina il pieno potere di uccidere".
La campagna chiede anche l'adozione, da parte degli esperti di robotica, di un codice etico che preveda la possibilità di non fabbricare armi totalmente autonome. Anche l'ONU, attraverso l'appello del relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, si è espressa contraria all'uso di robot killer, chiedendo una moratoria nazionale sulle armi totalmente autonome. L'uso delle macchine assassine è previsto, secondo l'aeronautica militare americana, per il 2030. Nena News




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ITALIA-ISRAELE: NESSUN VERTICE SULLE NOSTRE TESTE

3 dicembre, 2013 - 00:00

2 DICEMBRE 2013 - NESSUN VERTICE SULLE NOSTRE TESTE!

Oggi si tiene a Roma un vertice tra il "nostro" capo di governo Letta e Nethanyau, primo ministro israeliano.

L'Italia è il quarto partner commerciale nel mondo di Israele, il secondo in Europa, col quale ha stretto numerosi accordi di cooperazione, commercio e ricerca in vari campi tra cui esportazioni di gas israeliano, produzione di energie rinnovabili, comparto aereospaziale, sicurezza informatica, Expo 2015 di Milano, agricoltura innovativa, ricerca biomedica e compravendita di sistemi di sorveglianza di produzione israeliana (usati nella costruzione del muro dell'Apartheid e destinati ad essere installati sulle coste delle grandi isole e del meridione italiano contro i migranti).

A trarre maggiore profitto dalla situazione palestinese sono le industrie che speculano sulla morte delle persone, prima su tutte il "fiore all'occhiello" dell'industria italiana Finmeccanica (primo produttore di armi in Italia) di cui fa parte Telespazio che oggi abbiamo contestato, senza dimenticarci di tutte le altre "degne compari" concentrate nel quadrante nord-est (Vitrociset, Alenia, Selex, solo per citarne alcune).

La Palestina infatti è un "laboratorio" a cielo aperto in cui si sperimentano tecniche e tecnologie di oppressione, in cui le aziende belliche studiano l'efficacia delle loro nuove creazioni: aerei drone senza pilota usati per bombardare e controllare i palestinesi e telecamere di ultima generazione per controllarli; il tutto con l'aperto consenso della comunità internazionale che legittima e appoggia l'operato di Israele.

Un esempio che ben dimostra la stretta connessione tra i 2 governi, le industrie belliche e non per ultima l'università è stata la conferenza tenutasi a La Sapienza sul tema della guerra cibernetica (cyber-war), organizzata dai centri di ricerca de La Sapienza e dell'università di Firenze in collaborazione con partner privati come Vitrociset, Finmeccanica e Maglan (quest'ultima società israeliana di difesa ed informazione leader nel settore della cyber-guerra), a cui erano invitate le più alte cariche dell'esercito italiano e vari ministri.

Nel periodo in cui chiede sacrifici da fame alle classi sociali più disagiate, il governo delle larghe intese, come i precedenti, continua nella politica di cooperazione con Israele, soprattutto in campo militare: ne sono dimostrazione le recenti esercitazioni militari congiunte tra Italia, Israele, U.S.A. e Grecia e l'acquisto dei tristemente noti F-35.

COMPLICI E SOLIDALI CON IL POPOLO PALESTINESE



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Federico Perna, ancora una vittima delle carceri italiane

Domenica 01 Dicembre 2013 18:33

altIl caso di una nuova vittima del sistema carcerario italiano è stato reso pubblico da alcune testate negli ultimi giorni: si tratta di Federico Perna, detenuto di 34 anni morto nel carcere di Poggioreale, a Napoli, lo scorso 9 novembre.
Perna era in carcere da tre anni a scontare una pena cumulativa per reati diversi; fin dall'inizio della sua detenzione è stato sottoposto a continui trasferimenti (Velletri, Cassino, Viterbo, Secondigliano, Benevento e infine Napoli), nonostante fosse affetto da due patologie gravi e diversi medici avessero stabilito che la sua condizione di salute era incompatibile con la detenzione in carcere e che si dovessero quindi trovate delle soluzioni alternative. Nonostante questo, Perna è rimasto prigioniero del carcere di Poggioreale dove veniva sovente imbottito di psicofarmaci e subiva maltrattamenti e vessazioni continui.
Questa condizione viene confermata anche dalla madre di Perna, tramite le lettere che il figlio le inviava chiedendo disperatamente di poter essere sottratto all'inferno carcerario ma soprattutto dallo stato in cui lo trovava quando si recava ai colloqui, riferendo di averlo visto sempre coperto da segni di percosse e poco lucido per i farmaci somministratigli.
Una settimana prima della sua morte Federico Perna aveva denunciato di perdere sangue dalla bocca ormai da diversi giorni ma anche in questo caso la sua richiesta di aiuto è rimasta inascoltata fino a quando il 9 novembre la famiglia è stata informata del suo decesso. Secondo i referti la morte sarebbe avvenuta per un ictus ma la madre ha deciso di portare alla luce il caso di suo figlio, rendendo pubbliche le lettere ricevute negli ultimi tre anni ma soprattutto le foto del cadavere che raccontano una storia ben diversa da quella 'ufficiale' e che mostrano sul corpo di Perna i segni evidenti di pestaggi brutali.
'L'hanno ammazzato di botte' è la denuncia carica di rabbia fatta dalla madre, che dopo anni di richieste inascoltate ora pretende chiarezza e giustizia sul caso del figlio. Sulla vicenda alcuni deputati hanno chiesto un'interrogazione parlamentare, scontrandosi con la secca risposta del sottosegretario Giuseppe Berretta che, senza sapere nulla del caso, ha ritenuto di dover difendere a spada tratta l'operato del personale penitenziario di Poggioreale, affermando che Perna fosse sempre adeguatamente seguito ma rifiutasse le cure. Ancora una volta la sua famiglia dovrà probabilmente scontrarsi con un muro di menzogne e inchieste farsa ma la madre afferma di essere determinata ad andare avanti non solo per suo figlio ma anche perché quanto accaduto non si ripeta su altri detenuti nella sua stessa condizione.
Il caso di Perna riporta infatti alla mente per molti versi quello di Stefano Cucchi ma ci parla più in generale della situazione disumana cui sono sottoposti tantissimi altri detenuti in tutta Italia e degli abusi e delle violenze che tra quelle mura quotidianamente avvengono in totale impunità per mano della divisa di turno.
Di seguito l'intervista rilasciata dalla madre di Federico Perna che racconta la vicenda del figlio:




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sabato 23 novembre 2013

A TORINO CONTRO IL VERTICE ITALIA-ISRAELE PER DIRE NO AL PIANO PRAWER


Comunicato dell'Assemblea Nazionale

Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese


Siamo in dirittura d'arrivo in una fase che segnerà una nuova partenza: la solidarietà con la Palestina a livello nazionale ha intrapreso un percorso nel tentativo di sostenere la lotta di liberazione dall'occupazione israeliana perpetrata impunemente, rintracciando le strategie per appoggiare la Resistenza palestinese.




In tal senso sono stati organizzati tre convegni nazionali nei quali si è costruita una piattaforma di lotta che ribadisse con chiarezza alcuni punti fondamentali in appoggio ai diritti del popolo palestinese. Già nel primo incontro sono state approvate due mozioni, una relativa al sostegno alle lotte dei prigionieri, l'altra per indire una manifestazione nazionale che potesse finalmente esplicitare un nuovo linguaggio, che parli di sostegno alla Resistenza e che condanni gli accordi malevoli che invece mirano alla resa.
Inizialmente si era ipotizzato di organizzarla a Roma, successivamente si è convenuto per spostarla a Torino, in vista del post-annunciato vertice tra Italia-Israele che si sarebbe dovuto tenere nel capoluogo piemontese: un'occasione rilevante sia per costruire una forte contestazione contro un governo che stringe accordi di morte con il sionismo, sia per ribadire il nostro sostegno alla Resistenza palestinese, tra l'altro a ridosso della giornata internazionale di solidarietà con la Palestina che si celebra il 29 novembre.
Tutto questo non solo si è realizzato, grazie alla campagna per la mobilitazione generale che si è creata attorno alla piattaforma proposta, ma sta anche avendo prospettive di più ampia portata. Il 30 novembre saremo a Torino anche per dire no al Piano Prawer insieme alle compagne ed ai compagni palestinesi che nello stesso giorno organizzeranno manifestazioni di protesta a Gaza e a Ramallah.

Saremo inoltrea Torino per condannare lo stesso governo italiano che si piega alle logiche imperialiste dimostrando la sua sudditanza al governo fascista turco sequestrando il compagno Bahar Kimyongur, militante del movimento della Tayad, impegnato contro le guerre neocolinialiste del regime turco e nel sostegno delle classi oppresse, perché crediamo che l'internazionalismo sia far sentire la nostra vicinanza a chi lotta per l'autodeterminazione dei popoli.
Le iniziative promosse per costruire la mobilitazione hanno rilanciato in Italia un nuovo fermento di solidarietà con la Palestina caratterizzato da chiare parole d'ordine, come un nuovo fermento è oggi presente tra i palestinesi, sempre più determinati ed ostinati a resistere, e che troveranno in noi un sostegno nella loro lotta di liberazione.
Il 30 novembre dunque saremo a Torino, anche dopo aver appreso la notizia di un probabile tour italiano itinerante di Netanyahu che lo vedrebbe spostarsi nella capitale; nulla è cambiato rispetto al lavoro fatto e agli obiettivi prefissati, che non sono né inseguire il boia sionista in giro per l'Italia né tantomeno rincorrere gli eventi: le discriminazioni, gli assassini e gli arresti in Palestina sono all'ordine del giorno, gli accordi tra sionismo ed istituzioni ed i loro frutti sono sempre più capillari ed evidenti... E' necessario agire contro queste dinamiche portando avanti una campagna che dia progettualità ed obiettivi chiari all'impegno dei movimenti internazionalisti che si schierano contro la colonizzazione sionista della regione araba.
Riteniamo che a pochi giorni dall'appuntamento Roma non possa essere in grado di sostenere e riprendere in mano quello che invece è stato già costruito a e per Torino; allo stesso tempo siamo convinti di voler dare rilevanza a quanto abbiamo costruito insieme, per dar respiro ad una piattaforma di lotta e resistenza contro il sionismo chiara e netta, sicuri anche che la disponibilità data per la logistica e la gestione di tutti gli impegni presi resterà salda sia a Torino sia nel resto delle città in cui si sta continuando a lavorare.
Forse lo spirito della manifestazione non era o non è chiaro a tutti, ma spostarla con il solo scopo di essere presumibilmente nella stessa città in cui sarà Netanyahu significa mostrare una posizione politica fragile e precaria, volta solo a tentare di risolvere le problematiche presenti a livello territoriale e che non rientra nelle nostre logiche di internazionalismo.
Sappiamo che quella del 30 novembre sarà solo una tappa, la strada è certo lunga, ma è stata intrapresa e proseguiremo convinti che possa maturare dando dei frutti concreti. Come diceva il compagno George Habash «La lotta contro l’impresa sionista potrebbe durare un altro centinaio di anni; chi non ha la forza necessaria dovrebbe farsi da parte».
Perciò chiediamo a tutte le realtà che si sono adoperate nel costruire insieme questa “tappa” di continuare a sostenere il percorso che ci vedrà presenti in una mobilitazione nazionale che prevederà la Manifestazione Nazionale il 30 novembre ed il seminario sul sionismo il 1° dicembre a Torino, una o più giornate di contestazione attraverso presidi vicino ai luoghi della città in cui si terranno gli incontri bilaterali con la presenza di Netanyahu.
Per noi esiste un solo baricentro e non è a Torino, né a Milano, o Firenze, Salerno... e nemmeno a Roma, ma nella Palestina occupata.
 
CON LA RESISTENZA PALESTINESE
CON I POPOLI CHE LOTTANO CONTRO L'IMPERIALISMO ED IL COLONIALISMO
TUTTE A TUTTI A TORINO IL 30 NOVEMBRE 2013 PER UNA GRANDE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE
 
Rete di solidarietà con la Palestina - Milano
per l'Assemblea Nazionale
Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese
 

Inviato da admin il Ven, 22/11/2013 - 14:58





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mercoledì 20 novembre 2013

SARDEGNA: GABRIELLI E CAPPELLACCI SAPEVANO TUTTO

Un meteorologo li aveva avvertiti dell'imminente alluvione 5 giorni prima. Né Protezione Civile, né Regione Sardegna hanno preso provvedimenti. E ora dicono che è stato un «evento imprevedibile».
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
martedì 19 novembre 2013 18:29
 
 

Antonio Sanò, fondatore del sito IlMeteo.it.
Antonio Sanò, fondatore del sito IlMeteo.it.
 

di Franco Fracassi

Sapevano tutto e non hanno fatto niente per prevenire il disastro. È l'ennesima volta che accade in Italia. L'ultima volta era accaduto per il terremoto dell'Aquila. La Protezione Civile e la Regione Sardegna erano state avvertite mercoledì 13 novembre che in Sardegna ci sarebbe stato un nubifragio di proporzioni bibliche. Nulla è accaduto da allora, se non l'arrivo del ciclone "Cleopatra" con i suoi morti e le sue distruzioni.


A dare l'allarme era stato Antonio Sanò, meteorologo e fondatore del sito "IlMeteo.it". «Le previsioni basate su calcoli fisico-matematici avevano permesso con almeno cinque giorni di anticipo di indicare un possibile evento alluvionale per la Sardegna per la giornata di lunedì. Purtroppo il dissesto idrogelogico, una scarsa cultura della prevenzione, una sufficienza nei confronti delle previsioni meteo, hanno causato e causeranno alluvioni», ha dichiarato Sanò.

Secondo una fonte interna alla Regione, Popoff è in grado di aggiungere che «Il 17 novembre la Protezione Civile chiamò Cappellacci informando ufficialmente la giunta regionale dell'imminente stato di all'erta rossa, significa anche prevedere dei morti, ma lui, Cappellacci, pensava al PPS da presentare ai sindaci di tutti i Comuni, spiegando l'utilità di costruzioni nella fascia di trecento metri dal mare».

Ma vediamo chi sono le autorità che il meteorologo aveva messo in allarme.


Franco Gabrielli, capo Protezione Civile ed ex prefetto dell'Aquila dal 6 aprile 2009. Dall'1 maggio 2009 al 31 gennaio 2010 è stato vice commissario vicario dell'Emergenza Abruzzo, al fianco del Commissario Guido Bertolaso. In altre parole, una delle persone responsabili della mancata ricostruzione post terremoto e sodale di un plurinquisito.


Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna dal febbraio 2009 e coordinatore regionale di Forza Italia. In questo caso, la lista delle indagini giudiziarie pendenti sul capo dell'uomo di Berlusconi sull'isola è lunga:
Il 15 maggio 2010 si apprende che il governatore è indagato per presunta corruzione nell'aggiudicazione degli appalti dell'energia eolica in Sardegna. Si tratta dell'inchiesta che coinvolge l'imprenditore amico di Licio Gelli e Silvio Berlusconi, Flavio Carboni, oltre che l'ex capo della Protezione Civile, il già citato Bertolaso.
Cappellacci è indagato per l'indagine Cisi, costola della più importante maxi-inchiesta Fideuram sulla truffa agli enti regionali.
Il 15 giugno 2012 viene richiesto il rinvio a giudizio nell'inchiesta sul crac della municipalizzata del centro di Carloforte: Cappellacci dovrà rispondere di bancarotta per una società, di cui era presidente del consiglio di amministrazione, fallita nel 2010 con un passivo accertato di circa due milioni di euro.
L'8 marzo 2013 la Procura di Cagliari sollecita il rinvio a giudizio del governatore per l'inchiesta relativa al crac milionario della Sept Italia, azienda specializzata nella produzione di vernici, della quale Cappellacci faceva parte in qualità di membro del consiglio di amministrazione. Il governatore è stato accusato di bancarotta per dissipazione e documentale.

La notte 6 aprile del 2009 L'Aquila venne scossa da un terremoto che causò la morte di 303 persone. Durante tutto il mese precedente al sisma, Giampaolo Gioacchino Giuliani (ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso) aveva provato a lanciare l'allarme, descrivendo, inascoltato, il terremoto nelle fattezze in cui poi si manifestò.



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LANDER E' LIBERO. ADESSO LIBERI TUTTI!

  •               di Marco Santopadre
Lander è libero. Adesso liberi tutti!
“Lander assolto”. La notizia è arrivata ieri all’ora di pranzo, poco prima che nel Lucernario occupato da pochi giorni all’interno dell’Università La Sapienza di Roma iniziasse un incontro con due giovani baschi, uno dei quali sotto processo a Madrid, insieme ad un’altra quarantina di compagni e compagne, esclusivamente per aver militato in una organizzazione giovanile di massa – Segi – che la Spagna ha prima messo fuori legge e poi dichiarato ‘terroristica’. 
Dopo 2 giorni passati nel carcere di Regina Coeli, dieci mesi ai domiciliari in una casa occupata a Garbatella e poi quasi 7 mesi di carcere a centinaia di chilometri da casa, Lander Fernandez ha potuto recuperare ieri sera la libertà. Insieme ad Aingeru Cardano, il suo amico e compagno che torturato dalla polizia, firmò una dichiarazione in cui asseriva che nel 2002, durante una manifestazione a Bilbao contro la repressione spagnola del movimento basco di liberazione nazionale, Lander era presente quando un autobus, vuoto e in sosta, venne incendiato da alcuni dimostranti. Appena finito il periodo di isolamento totale al quale era stato sottoposto senza la possibilità di comunicare con la famiglia e neanche con un avvocato – una ‘incomunicaciòn’ di 5 giorni nelle mani della polizia che permette abusi e torture nei commissariati – Aingeru si affrettò a dichiarare davanti al giudice che la sua ‘confessione’ era falsa e che aveva dichiarato solo ciò che i carcerieri e i torturatori volevano sentirsi dire per cessare gli abusi. Ma per la legge spagnola le dichiarazioni estorte sotto tortura sono prove, ed è su questo elemento che spesso la Audiencia Nacional di Madrid intenta processi che portano a condanne di anni di carcere per reati che in un contesto non infinatamente emergenzialista come quello basco (o meglio, spagnolo) comporterebbero lievi pene se non addirittura solo una multa.
Questa volta, per fortuna, non è andata così: Lander è stato assolto. Contro di lui, hanno dovuto ammettere i giudici del tribunale speciale di Madrid, non c’è nessuna prova. Lo avevano sostenuto da subito coloro che quando il giovane basco fu arrestato a Roma nel giugno del 2012 dalla polizia italiana iniziarono a denunciare un’operazione di natura tutta politica, sottolineando che Lander era da anni sottoposto a una pesante persecuzione da parte dei tribunali spagnoli.
Ma nonostante documenti e testimonianze i giudici e i ministri italiani incaricati di decidere se concedere o no l’estradizione preferirono girare la testa dall’altra parte di fronte alle denunce di Amnesty International, dell’Onu e della stessa Unione Europea, che da anni mettono sotto accusa un sistema giudiziario e carcerario spagnolo che utilizza sistematicamente la tortura, che viola i diritti processuali degli imputati per motivi politici. Anche la stampa italiana ha preferito trattare la questione scopiazzando le veline del Ministero degli Interni di Madrid e riportando notizie false, completamente inventate e tese esclusivamente a dare in pasto alla già intossicata opinione pubblica dello Stato Spagnolo un mostro da sbattere in prima pagina.

Da giornalisti e giudici incompetenti e complici della repressione non avremo risposte, eppure di domande da fare ne avremmo molte: perché estradare Lander a Madrid quando era evidente che contro di lui non c’erano prove? Perché continuare a dare credito ad un paese come la Spagna che non tratta i baschi diversamente da come la Turchia tratta i curdi? Perché neanche appelli firmati da intellettuali e parlamentari italiani di diversa ispirazione politica hanno rotto un sistema ben oliato di complicità tra le istituzioni italiane e quelle spagnole? Chi risarcirà Lander e la sua famiglia per gli anni passati in carcere e per la continua e pesante diffamazione subita dai mezzi di informazione?
Mentre i familiari e gli amici – che a Roma non sono meno di quelli di Bilbao – si godono la liberazione di Lander e la fine – speriamo definitiva – di una lunga e pesante persecuzione nei suoi confronti, il pensiero va a tutti e a tutte coloro che sono rinchiusi nelle carceri francesi e spagnole, o in esilio, a causa della loro militanza politica e sociale nel movimento indipendentista basco. Nei giorni scorsi una ventina di militanti hanno recuperato la loro libertà, dopo decenni di prigione, grazie alla bocciatura da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani di una norma – la dottrina Parot – che Madrid si era inventata alcuni anni fa per prolungare artificiamente le già pesanti condanne inflitte ai militanti indipendentisti. Ma proprio in questi giorni centinaia di persone sono sotto processo perché accusate di aver militato in diverse organizzazioni – principalmente Segi e Batasuna – nonostante queste fossero state dichiarate fuorilegge perché ‘emanazione dell’Eta’. Nessun reato specifico viene loro contestato, se non quello di aver continuato ad esercitare il loro diritto di fare politica alla luce del sole, violando assurdi divieti. Assurdi quanto la pena che il tribunale franchista ereditato dalla ‘Spagna democratica’ vuole infliggere ad alcuni attivisti del movimento No Tav basco che osarono lanciare una torta in faccia alla governatrice della Navarra ed esponente dell’estrema destra liberista e cattolica da sempre sostenitrice dell’alta velocità. Se in Spagna anche lanciare torte è ‘terrorismo’ la solidarietà e la denuncia non possono riposare neanche un minuto.
Lander è libero, ora liberi/e tutti/e!

Di seguito il comunicato del comitato "Un caso basco a Roma":

http://uncasobascoaroma.noblogs.org/post/2013/11/19/lander-e-aingeru-sono-di-nuovo-liberi/

 
Ultima modifica il Martedì, 19 Novembre 2013 12:38 
 
 
 
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