Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 30 agosto 2013

Lavoro: due vittime in Salento, uno in Liguria, uno in Sicilia

  •      Scritto da  Redazione Contropiano 


Lavoro: due vittime in Salento, uno in Liguria, uno in Sicilia
Ben due gli operai morti sul lavoro in Salento nelle ultime 24 ore. Un operaio di un noto salumificio ha perso la vita nel primo pomeriggio rimanendo stritolato in una delle impastatrici di carne alla quale stava lavorando. E' accaduto a Taurisano nello stabilimento 'Scarlino', sulla strada provinciale che conduce a Casarano. La vittima è Mario Orlando, di 53 anni, di Taurisano. Il dramma è accaduto poco dopo le 14, quando l’uomo è scivolato dentro un macchinario dalle lame particolarmente affilate usato nella preparazione degli insaccati.
Poche ore prima a Francavilla Fontana (in provincia di Brindisi), aveva perso la vita il 38enne di Aradeo (Lecce) Angelo Reschi, impiegato in una ditta che stava eseguendo lavori sulla condotta idrica per conto dell’Acquedotto pugliese. Reschi è deceduto per asfissia in seguito ad annegamento, dopo essere stato travolto da un violento getto d’acqua mentre si trovava nella condotta in cui sono posizionati i tubi della fognatura.
Un cantoniere di 44 anni, originario di Ganci (Palermo), Santo Gulino, è invece morto dopo essere stato travolto sull'autostrada Palermo-Catania. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l'uomo, é stato investito da un automobilista mentre era impegnato nell'attività di manutenzione stradale sulla corsia di soccorso, all'interno di in un cantiere mobile a 'Ponte Cinque Archi' sull'autostrada A19 'Palermo-Catania'.

Un’altra vittima del lavoro si è registrata sempre oggi più a nord, in Liguria. Un operaio di 23 anni, Luca P. é morto stamattina intorno alle 8,30 in un cantiere a Beverino (La Spezia) schiacciato dalla pala di un pesante mezzo escavatore. Immediati i soccorsi, ma per il ragazzo non c'é stato nulla da fare. 



Fonte:

 

MARE DI GAZA, MARINA EGIZIANA FERISCE DUE PESCATORI E NE ARRESTA 5

30/8/2013


Gaza-Ma’an. Nella mattinata di venerdì 30 agosto, due pescatori palestinesi sono stati feriti dal fuoco della Marina egiziana nei pressi del confine marittimo tra l’Egitto a Rafah, mentre altri cinque sono stati arrestati.
Fonti palestinesi hanno riferito che la Marina egiziana ha aperto il fuoco contro i pescatori, ferendone due: Ibrahim Abdullah al-Najjar, di 19 anni, e Wael Ismail al-Bardawil, di 21.
Hanno aggiunto che i feriti sono stati ricoverati nell’ospedale di Abu Yousef al-Najjar di Rafah.
Le stesse fonti hanno reso noti i nomi degli arrestati. Si è trattato di Mahmoud, Khaled, Maher e Ismail Basla, oltre a Khaled Abu Shalluf. Tutti gli arrestati sono residenti nella zona al-Mawasi, a Khan Younis.



© Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

giovedì 29 agosto 2013

"E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole": una riflessione sull'imminente attacco sulla Siria




E alla fine il momento arrivò. Dopo due anni e mezzo di sangue e oltre 120mila morti, l’opinione pubblica scoprì che in Siria era in atto un massacro. E via di inni pacifisti, di post contro Obama, di “vi-siete-dimenticati-dell’Iraq?” vari. Per carità, ben venga alimentare un sentimento condiviso contro la guerra, al cui sviluppo il nostro giornale non si è sicuramente tirato indietro. E mi ritrovo pienamente in accordo con la linea di Emergency, che dice: “Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi”. Ma dove siamo stati, noi tutti, negli scorsi due anni e mezzo?
L’intervento paventato di Obama fa rabbrividire e abbiamo ancora tutti negli occhi, come una terribile sequenza di scene agghiaccianti tratte da un film dell’orrore, la distruzione “salvifica” in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia. Solo per rimanere nella contemporaneità e non citare altri ben noti esempi ancora vivi nell’immaginario collettivo. Da spettatori impotenti non possiamo che ridurre la Siria, i suoi morti e il suo futuro a un mero esercizio intellettuale da bistrot, di quelli che si fanno quando si è già detto tutto su calcio, meteo e Berlusconi. Nel nostro chiacchiericcio si formano fondamentalmente due schiere: quelli che “la guerra è brutta ma dobbiamo fermare un dittatore che sta sterminando il suo popolo” e quelli che “è tutto un bluff imperialista, c’è di mezzo anche il Mossad e Assad è amato dal suo popolo”. E via, in questo secondo caso, all’esaltazione dei Paesi non allineati, come se l’essere anti-americani esenti automaticamente da ogni analisi sul rispetto dei diritti umani e sul livello di democraticità.
Bene, vorrei che nel nostro bistrot ipotetico ci sia una terza tipologia di partecipante al dibattito. Quella delle persone che si informano, che da due anni e mezzo hanno un peso sullo stomaco per ciò che sta succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quelli che sanno che in Siria operano gli shabiha, civili sciacalli al soldo del regime per reprimere nel sangue ogni dissenso. Quelli che allo stesso modo sanno che le ingerenze dei Paesi stranieri (Russia e Iran da un lato, Qatar, Arabia Saudita e Usa dall’altro), hanno letteralmente straziato la Nazione. E non è più tempo di fare il tifo. Non voglio più sentire interpretazioni geopolitiche basate sul sentito dire. Piuttosto si faccia un passo indietro e si cerchi di capire. Magari passeggiando per la città fermiamo qualche persona siriana, offriamo un caffè e facciamoci raccontare le loro storie.
Due mesi fa a Domiz, un campo rifugiati al confine tra Siria e Iraq, conobbi un ragazzo siriano che, per motivi di sicurezza della sua famiglia, mi chiese di non essere ripreso dalla telecamera. Era un soldato di Assad, a 25 anni aveva già molti uomini sotto di lui e tanta responsabilità sulle spalle. Poi un giorno il suo superiore gli chiese di mitragliare, insieme alla sua squadra, una schiera di civili disarmati. Sospettava che tra loro ci fossero informatori dell’Esercito libero. Così fu costretto ad aprire il fuoco verso vicini di casa e parenti. Decise di disertare. Da allora vive come un fantasma in un campo profughi nel deserto, senza aria condizionata (e credetemi, lì si raggiungono i 55 gradi) e con una tenda da condividere con altre sei persone. “Racconta la mia storia, fratello”, mi chiese supplicandomi. Ecco, devo a lui e alle decine di siriani che ho conosciuto negli ultimi due anni questo post.
Non possiamo cambiare le cose, non basta una petizione o una bandiera della pace sul proprio profilo Facebook per fermare la follia collettiva. Quello che però possiamo fare, e a questo punto diventa un obbligo morale al quale chi è sensibile al Medio Oriente non può fuggire, è cercare di capire e di essere pronti ad ascoltare, prima di sputare le nostre sentenze. Perché la follia omicida di al-Nusra e delle altre compagini qaediste infiltrate in Siria (in Rojava questi robot antropomorfi pseudo-religiosi hanno rapito 350 curdi yazidi, torturando alcuni di essi e tagliando la gola ad un uomo davanti agli altri rapiti) non ha nessuna giustificazione morale e la loro presenza i siriani la pagheranno a caro prezzo per anni e anni. Ma dare dei “tagliagola” a tutti i giovani ragazzi ancora sbarbati che cercano di difendere dal regime le proprie famiglie è intellettualmente disonesto oltre che privo di ogni rispetto.
Frontiere News continuerà a urlare NO alla guerra americana e a ogni soluzione che preveda attacchi stranieri. Ma tra l’essere contro la guerra e l’imperialismo occidentale e l’osannare un dittatore macellaio, persino più spietato del padre tiranno (amici anti-sionisti, avete dimenticato il massacro di Tel al-Zaatar perpetuato da Assad senior contro rifugiati palestinesi inermi?) ce ne passa. Quindi fatevi un esame di coscienza prima di dividere il mondo in buoni e cattivi e mettere nella prima lista chiunque vada “contro”. E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole.



Fonte:

mercoledì 28 agosto 2013

FUOCO INCROCIATO CONTRO CIVILI PALESTINESI

Amjad Odeh, un passante, e' stato ucciso dalla polizia palestinese. La sua uccisione si unisce a quella di tre giovani di Qalandiya lunedi' colpiti a morte dai soldati israeliani.

mercoledì 28 agosto 2013 11:49

 

di Sonia Grieco


  Nablus (Cisgiordania), 28 agosto 2013, Nena News - Con la morte ieri di Amjad Odeh, di 37 anni, è salito a 15 il numero di palestinesi uccisi in scontri dall'inizio del 2013. Odeh però non è stato colpito a morte da forze militari israeliane bensì durante un blitz delle forze di sicurezza dell'Autorita' nazionale palestinese (Anp) nel campo profughi di Askar, vicino a Nablus, Cisgiordania.

La notizia ha fatto salire la tensione nel campo, con decine di abitanti che hanno lanciato pietre contro i poliziotti palestinesi, mentre i residenti del vicino campo di Al-Fara hanno bloccato per protesta la strada principale che collega Nablus a Tubas. Una morte che accresce rabbia e dolore in una popolazione colpita duramente dalle recenti operazioni delle unità speciali israeliane.

Lunedì tre giovani palestinesi sono stati uccisi e altri venti sono rimasti feriti durante gli scontri scoppiati in seguito a un'altra operazione di polizia nel campo di Qalandiya, tra Gerusalemme e Ramallah, per la cattura di un palestinese rilasciato un mese fa. Gli agenti delle unità speciali, hanno riferito testimoni, hanno aperto il fuoco sulla gente che protestava uccidendo Younes Abu Sheikh, 23 anni, Robin Zayed, 34, e Jihad Aslan 27. L'Anp ha chiesto un'indagine internazionale sull'accaduto e ha sospeso i negoziati, ripresi qualche settimana fa dopo tre anni su pressione del segretario di Stato americano, John Kerry.

Il numero di vittime quest'anno è cinque volte superiore a quello registrato nello stesso periodo dell'anno scorso e dal 2009 le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso oltre 55 palestinesi in Cisgiordania, secondo i dati dell'associazione israeliana per i diritti umani B'Tselem. I soldati hanno autorità assoluta in Area C, la parte della Cisgiordania sotto il controllo militare e civile israeliano, ma compiono regolarmente blitz e incursioni anche in Area A, che pure sarebbe sotto l'autorita' dell'Anp. Inoltre, queste morti restano impunite, giustificate da esigenze di sicurezza che autorizzano l'impiego di proiettili veri contro manifestanti disarmati. Alla fine dell'anno scorso, l'ex ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, aveva ordinato ai soldati di aprire il fuoco contro ogni possibile minaccia.

Il risultato di questa politica è una strage lenta e silenziosa le cui vittime sono soprattutto giovani, che sta esasperando gli animi dei palestinesi dei Territori e indebolisce ulteriormente i già fragili tentativi di negoziato ripresi poche settimane fa dopo tre anni di stallo. Su questo fronte si fanno pochi passi in avanti, anche per la determinazione di Tel Aviv a proseguire nella sua politica sugli insediamenti, con l'annuncio lo scorso 25 agosto di un nuovo progetto edile nella colonia di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est: 1.500 nuovi appartamenti che si aggiungono ad altre unità abitative nei Territori occupati.

Una provocazione che mette in cattiva luce l'Anp, arrivato al tavolo dei negoziati con un debole sostegno da parte di una base sfiduciata e criticato anche dalle altre fazioni politiche per non essere riuscito a porre condizioni a Israele. Così i negoziati sponsorizzati da Kerry paiono fermi prima ancora di iniziare e l'Anp si sta giocando la sua reputazione, mentre nei Territori occupati aumenta la tensione e la frustrazione dei palestinesi. Nena News  



Fonte:

LOTTA E RESISTENZA IN TUTTA LA PALESTINA IN RISPOSTA ALLE UCCISIONI DI QALANDIA

report del 27 agosto

FotoEditata

Dopo l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di tre palestinesi, Younes Abu Sheikh, 22 anni, Robin Zayed, 32, e Jihad Aslan di 20 nel campo di Qalandia, tra Gerusalemme e Ramallah oggi è stata la prima giornata di lutto nazionale. In tutta la Palestina ci sono state manifestazioni e scontri contro l’occupazione e la violenza dell’esercito sionista.
Nel campo di Aida, fin dal primo  pomeriggio, gli shebab hanno fronteggiato i soldati israeliani con lanci di sassi e pietre, in risposta ai proiettili di gomma, ai lacrimogeni e alle bombe sonore. Durante le azioni, due bambini sono stati feriti da schegge e un ragazzo da un proiettile di gomma; fortunatamente non c’e’ stato nessun arresto. 

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Domani ci sarà la seconda giornata di lutto nazionale, proclamata dall’ Anp che non ha smesso in questi giorni i cosiddetti colloqui di pace con Israele e che non si è risparmiata nel reprimere la popolazione palestinese in questi giorni di resistenza contro l’esercito israeliano; si prevedono comunque altre manifestazioni in tutta la Palestina.

seguiranno aggiornamenti

Palestina libera, fuori le truppe sioniste
Shebab del summer camp di Aida.



Fonte:

lunedì 26 agosto 2013

TRE PALESTINESI UCCISI A QALANDIYA IN UN RAID D'ISRAELE

 lunedì 26 agosto 2013 08:21




AGGIORNAMENTO ore 19
GLI STATI UNITI NEGANO CANCELLAZIONE INCONTRO

L'amministrazione americana ha negato la notizia secondo la quale l'ANP avrebbe sospeso l'incontro di oggi a Gerico con il team di negoziatori israeliano: "Nessun meeting è stato cancellato", ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato. L'annuncio della cancellazione era stato dato da alcune fonti dell'ANP.


AGGIORNAMENTO ore 14.30
L'ANP SOSPENDE IL NEGOZIATO

Funzionari dell'Autorità Palestinese hanno annunciato la cancellazione dell'incontro con il team di negoziatori israeliani, previsto oggi a Gerico, a causa dell'uccisione dei tre giovani del campo di Qalandiya.



dalla redazione

  Qalandiya (Ramallah), 26 agosto 2013, Nena News - Tre palestinesi sono stati uccisi e oltre 20 feriti in scontri con la guardia di frontiera israeliana avvenuti questa mattina intorno alle 5 locali (le 4 in Italia) al campo profughi di Qalandiya, tra Gerusalemme e Ramallah.

Gli scontri, hanno riferito testimoni, sono seguiti a un raid di unità speciali israeliane per arrestare un "ricercato" all'interno del campo profughi. Si tratta di un palestinese rilasciato appena un mese fa. Non è chiaro se sia stato effettivamente arrestato dalle forze di occupazione.
I tre uccisi sono Younes Abu Sheikh, 23 anni, Robin Zayed, 34, e Jihad Aslan 27.

Le guardie di frontiera israeliane, secondo i medici palestinesi, hanno fatto uso di proiettili veri quando hanno aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano per il raid. Il portavoce della polizia israeliana ha detto "di non avere informazioni a riguardo".
L'Autorità Palestinese ha chiesto la creazione di un comitato di inchiesta internazionale che indaghi sull'uccisione dei tre giovani palestinesi, così da fare pressioni su Israele e costringerlo a rispettare il diritto internazionale e i diritti umani del popolo palestinese. "Israele agisce senza assumersene la responsabilità - ha detto il portavoce dell'ANP, Ihab Bsaiso - Dimostra ancora una volta di non essere interessato al processo di pace".

Qualche giorno fa a Jenin i soldati israeliani avevano ucciso un altro giovane palestinese in scontri avvenuti durante una operazione di unita' speciali all'interno del campo profughi della citta'.

Sono 14 i palestinesi uccisi dall'inizio del 2013 in scontri con polizia ed Esercito di Israele, contro i tre registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Nena News 



Fonte:


La morte di Carlo Picchiura


La morte di Carlo Picchiura

Si è spento ieri a Bologna il compagno Carlo Picchiura, nato a Brescia. Militante delle Brigate Rosse fin dall'inizio degli anni'70, era stato arrestato a Padova nel 1975 dopo un conflitto a fuoco con una pattuglia della polizia in cui rimase ucciso un agente.
Una malattia cattiva, la sla, se l'è portato via in pochi mesi. Schivo, quasi timido nei modi, tanto che non sembra possibile trovare una sua foto in Rete, ma dotato di grande determinazione, appassionato naturalista ed etologo, aveva dato un grande contributo al libro Polirica e rivoluzione, uscito nel 1983 dal processo di Torino, firmato - come si usava allora - dai militanti presenti nel processo (Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Francesco Piccioni, Andrea Coi), ma opera collettiva con cui le Br prendevano le distanze teoriche dalle teorie del "Partito Guerriglia".
Una vita in carcere, anche per lui, che lo aveva visto tornare in libertà solo negli anni '90, quando una classe politica incapace di chiudere quella stagione con l'unico strumento giuridico all'altezza dello scontro - l'amnistia - scelse di aprire le porte ai prigionieri politici con la "legge Gozzini"; ovvero uno alla volta, in tempi quasi individualizzati, senza alcuna riflessione pubblica.
Ciao Carlo, che la terra ti sia lieve.



Fonte: