Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 1 novembre 2013

Portogallo, in migliaia oggi davanti al Parlamento per protestare contro i tagli

01/11/2013 16:03    Autore: fabrizio salvatori 
 
Migliaia di portoghesi hanno manifestato oggi davanti al parlamento per protestare contro i severi tagli alla spesa pubblica previsti nel bilancio 2014, che il parlamento si appresta a votare in prima lettura. "Governo fuori legge", "il bilancio e' un furto" e "Basta la troika" si poteva leggere sui cartelli dei dimostranti che avevano come obiettivo la coalizione di centro destra al potere e la troika Ue-Bce-Fmi.
"Per il governo e' arrivata l'ora di andarsene" scandivano i manifestanti che hanno risposto all'appello della Cgtp, principale confederazione sindacale portoghese, vicina al partito comunista.
La bozza di bilancio, la cui versione finale sara' votata il 26 novembre, prevede risparmi ed entrate supplementari pari a 3,9 miliardi di euro, equivalenti al 2,3% del pil. Secondo il governo, la legge di bilancio permettera' al Paese di concludere nel giugno 2014, come previsto, il programma di rigore e riforme negoziate con l'Unione europea e il Fondo monetario internazionale nel magio 2011, in cambio di un prestito di 78 miliardi di euro.
La Corte europea dei diritti umani proprio ieri ha dichiarato irricevibile il ricorso presentato da due impiegati pubblici portoghesi che nel 2012 si erano visti ridurre, rispettivamente di 172 e 227 euro le due mensilita'. La decisione del governo portoghese di tagliare la tredicesima e quattordicesima mensilita' della pensione degli impiegati pubblici per un periodo di tre anni, per far fronte alla crisi economica, non ha leso i loro diritti, ha detto la Corte di Strasburgo sottolineando che la riduzione della pensione "e' stata una restrizione proporzionata sul diritto di proprieta' dei ricorrenti”. “Visti gli eccezionali problemi finanziari che il Portogallo doveva affrontare in quel momento e la natura temporanea del taglio delle pensioni – ha formulato la corte - il governo portoghese ha ben bilanciato gli interessi generali e quelli relativi alla protezione dei diritti dei singoli". La Corte ha ricordato inoltre che l'articolo primo del protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che sancisce il diritto alla proprieta', "permette agli Stati membri di ridurre l'ammontare delle pensioni quando questo e' nell'interesse pubblico e fin tanto che lo Stato bilancia correttamente i vari diritti in gioco".


Fonte:

ISRAELE UCCIDE QUATTRO PALESTINESI A GAZA

Feriti anche 5 soldati israeliani mentre cercavano di far saltare un tunnel. Raid aereo contro un'altra galleria. A Gaza si ferma la centrale elettrica.

venerdì 1 novembre 2013 09:19

 
AGGIORNAMENTO ORE 15.30

I Comitati di Resistenza Popolare e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) affermano di aver colpito il territorio israeliano con razzi e colpi di mortaio, in risposta all'uccisione la scorsa notte di quattro palestinesi. Il portavoce militare israeliano non conferma.

-------------------------------------------------------------------------------- della redazione
Roma, 1 novembre 2013, Nena News - È di almeno quattro palestinesi morti e cinque militari israeliani feriti il bilancio di una notte di scontri al confine tra la Striscia di Gaza e Israele.

Secondo la ricostruzione fatta dall'agenzia francese Afp, un'esplosione ha ferito i militari israeliani mentre si apprestavano a far saltare una parte di un tunnel a est di Khan Younis costruito da combattenti di Hamas e scoperto nei giorni scorsi.

L'Esercito israeliano, sempre secondo questa ricostruzione, aveva attraversato il confine con diversi carri armati per un'operazione di distruzione del tunnel, lungo circa tre chilometri, che dal villaggio di Abbasan al-Saghira, vicino Khan Younis, arriva a circa tre chilometri dal kibbutz Ein Hashlosha, nel Negev occidentale.

Negli scontri a fuoco che sono esplosi poco dopo le truppe israeliane hanno ucciso quattro uomini delle brigate "Ezzedin al Qassam", il braccio armato di Hamas.

Sarebbe stata impiegata anche l'aviazione nell'area del campo profughi di Khan Younis e voci non confermate hanno riferito che pure le navi israeliane al largo della Striscia avrebbero colpito la costa di Gaza.

L'area degli scontri è la stessa in cui lo scorso 13 ottobre sarebbe stata scoperta una fitta rete di tunnel e quello che i soldati stavano per distruggere sarebbe dovuto servire, secondo la versione israeliana, per condurre "attacchi terroristici e rapimenti".

Ad aggravare la situazione c'e' anche lo stop della principale centrale elettrica di Gaza che stamani ha esaurito le scorte di combustibile. L'erogazione della corrente elettrica nelle abitazioni sara' ulteriormente ridotta: dalle otte ore quotidiane si scendera' a quattro. Gaza riceve da Israele e dall'Egitto una quantita' di corrente elettrica insufficiente a sopperire le necessita' minime del milione e 700 mila palestinesi che vi abita e ha bisogno dell'elettricita' prodotta dalla sua centrale. Nena News




Fonte:

LIBERATO IL PRIGIONIERO POLITICO PATISHTA'N

su Latino America Express
Autore: Fabrizio Lorusso

Data:2013-11-01




 




Dopo 13 anni di prigionia il professore messicano Alberto Patishtán, indigeno dell’etnia tzotzil detenuto politico nel Chiapas, è stato rilasciato da poche ore in seguito alla decisione del presidente Enrique Peña Nieto che su twitter ha annunciato la concessione della grazia. Questa possibilità è stata aperta solo pochi giorni fa, il 29 ottobre scorso, da un provvedimento legislativo motivato proprio dal caso dell’insegnante e militante chiapaneco, quindi è la prima volta che si applica in questa modalità. La figura giuridica era prevista dall’articolo 89 della costituzione messicana, ma la legge è venuta a specificarne i termini. La Camera e il Senato hanno approvato una modifica al Codice Penale Federale secondo cui il capo del governo avrà la facoltà di concedere la grazia, chiamata “indulto” nel testo messicano, a una persona  per qualunque delitto di tipo federale o di tipo comune “quando esistono indizi sostanziali di violazioni gravi ai diritti umani della persona sentenziata” e le autorità stabiliscono che “non rappresenta un pericolo per la tranquillità e la sicurezza pubbliche”.
Dopo l’invio del testo da parte delle camere l’esecutivo l’ha promulgato immediatamente. Il documento aggiunge quindi un secondo comma, un comma “Bis”, all’articolo 97 del codice penale e stabilisce che “in modo eccezionale, per iniziativa propria o di una delle camere del parlamento, il titolare del potere esecutivo potrà concedere la grazia” e quando siano state esaurite tutte le altre possibilità giuridiche interne. Quindi la misura prevista dal parlamento è di tipo individuale ed è più simile a una grazia presidenziale che a un’amnistia o a un indulto.
Di fatto non è stata riconosciuta formalmente l’innocenza del professore, ma la violazione dei suoi diritti e del dovuto processo. In questo senso la lotta continua e ora i suoi comitati di appoggio chiederanno la riparazione del danno allo stato. Inoltre ci sono oltre 8mila indigeni detenuti nel paese che potrebbero venirsi a trovare nella stessa situazione del professore del Chiapas perché non hanno avuto un giusto processo o non hanno ottenuto un interprete-traduttore dalle loro lingue materne allo spagnolo. E c’è già chi invoca un’amnistia che superi questa situazione e valga per tutte le persone nelle condizioni del professore tzotzil.
La reale volontà politica di far fronte a questa emergenza della giustizia e del sistema penale si vedrà nei prossimi mesi, se il caso della grazia a Patishtán non rimarrà una semplice eccezione nel triste panorama carcerario messicano. In questo caso molto emblematico la pressione mediatica ha portato a una “risoluzione” accettabile che, come è successo nel marzo scorso con la francese Florence Cassez, aiuterà Peña Nieto a migliorare la sua immagine internazionale come “difensore” dei diritti e delle garanzie individuali. Il presidente, dopo le repressioni violente delle manifestazioni del 2 ottobre, del primo settembre, del 10 giugno 2013 e del 1 dicembre 2012, ha bisogno di mettere sul piatto qualche moneta per i diritti umani. La tenuta di tale immagine, ripulita per l’occasione, si vedrà quando e se verranno affrontati e risolti altri casi meno noti.
Il provvedimento sembra arrivare proprio mentre aumentano le critiche contro il governo per l’assenza di una strategia anticrimine, il che significa che c’è continuità con la gestione precedente e con la politica di militarizzazione del conflitto, e per le decine di migliaia di omicidi e femminicidi di quest’anno (oltre 15mila morti ufficialmente e, secondo la rivista Zeta, oltre 13mila decessi legati ai narcos): serviva dunque un colpo mediatico, senza nulla togliere all’opportunità e giustezza della decisione.
Patishtán era accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque, in Chiapas, stato confinante a sud col Guatemala. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone. Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.
Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici così come lo sono stati numerosi altri diritti fondamentali dell’ormai ex-detenuto. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione. Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe era quella di cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte avrebbe potuto obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza sarebbe dipesa comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e avrebbe previsto un iter di vari anni.
In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Ma anche per la sua salute la lotta continua e il Profe è attualmente in cura per asportare un’altra parte di quel tumore. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non aveva ancora vinto la sfida contro l’ingiustizia. Con la decisione di liberarlo lo stato ammette di aver violato i suoi diritti fondamentali e di non aver saputo condurre un processo giusto nei suoi confronti. I grandi perdenti della vicenda sono il sistema giudiziario e il penale, incapaci di emendare i propri errori e di correggere il tiro. Il perdente è la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli”. Patishtán aveva dichiarato di non voler chiedere la grazia, ma questa è arrivata comunque grazie alla nuova norma e alle forti pressioni nazionali e internazionali.
Di seguito un articolo riassuntivo sul caso del profe Alberto Patishtán pubblicato sul quotidiano l’Unità del 20 ottobre 2013 – In PDF a questo Link - Più dettagli a questo link su Carmilla.


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martedì 29 ottobre 2013

SUDAFRICA: LIBERATE MARWAN BARGHOUTI




Formata in Sudafrica una commissione internazionale, con Desmond Tutu e Ahmed Kathrada, per promuovere iniziative per la liberazione del piu' noto dei prigionieri palestinesi.

immagine dal sito Maannews
 immagine dal sito Maannews 

 martedì 29 ottobre 2013 09:50

 della redazione
 
Roma, 29 ottobre 2013, Nena News - Israele libera questa sera un altro gruppo di prigionieri politici palestinesi nel quadro delle intese volte, almeno in apparenza, a favorire il successo del negoziato con i palestinesi. Il premier Netanyahu continua però ad opporsi alla scarcerazione di Marwan Barghouti, il più famoso e popolare, tra la sua gente, dei palestinesi rinchiusi nelle sue carceri. A sostegno della liberazione del detenuto palestinese si è tenuta ieri una conferenza a Città del Capo, in Sudafrica.

L'incontro, al quale ha partecipato anche Luisa Morgantini, già vicepresidente dell'Europarlamento, si è chiuso con la formazione di una commissione internazionale incaricata di promuovere iniziative per la scarcercazione immediata di Barghouti.
Della commissione fanno parte anche i premi Nobel Desmond Tutu e Ahmed Kathrada, compagno di cella del leader sudafricano anti-apartheid Nelson Mandela.

«Marwan Barghouti è il prigioniero politico palestinese più importante e famoso, un simbolo della missione del popolo palestinese per la libertà, una figura che unisce e un sostenitore della pace basata sul diritto internazionale», si legge nella dichiarazione finale della conferenza.

La cerimonia ha avuto luogo all'interno della cella in Robben Island, sulla costa orientale del Sud Africa, dove Nelson Mandela ha scontato la sua lunghissima pena detentiva inflittagli dal regime di apartheid che esisteva nel suo paese. Il carcere è poi diventato un museo attirando visitatori da tutto il mondo. Nena News 



Fonte:

 

venerdì 25 ottobre 2013

Otto anni fa moriva Rosa Parks







Rosa Parks, una delle figure simbolo del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, morì a Detroit il 24 ottobre 2005 per cause naturali, all’età di 92 anni. Arrestata nel 1955 per essersi rifiutata di cedere il suo posto sull’autobus a un passeggero bianco, come previsto dalle leggi segregazioniste che all’epoca discriminavano la popolazione nera statunitense, il suo rifiuto originò un ampio movimento che portò alla dichiarazione di incostituzionalità della segregazione sui mezzi pubblici dell’Alabama.



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mercoledì 23 ottobre 2013

LIBERATI TUTTI GLI ARRESTATI DEL 19 OTTOBRE

Mercoledì, 23 Ottobre 2013 16:03

Di Luca Fiore

Liberati tutti gli arrestati del 19 ottobre

La notizia è arrivata intorno alle 16 di oggi: il Gip, dopo ore di interrogatori e di camera di consiglio, ha deciso la scarcerazione immediata di tutti e sei i manifestanti arrestati sabato pomeriggio a Roma nel corso della manifestazione nazionale dei movimenti sociali.
La decisione è stata adottata dal Gip Riccardo Amoroso sulla base del fatto che nei confronti dei quattro dimostranti e delle due studentesse non esisteva alcuna prova della loro partecipazione agli scontri davanti al Ministero dell'Economia e delle Finanze, nonostante che nei loro confronti il Pm Luca Palamara avesse ipotizzato l'accusa di resistenza aggravata. Era evidente fin da subito l'estraneità dei fermati rispetto agli scontri, tra l'altro di lievissima entità, che avevano caratterizzato soltanto un episodio all'interno della grande e determinata manifestazione che ha poi portato all'assedio del Ministero delle Infrastrutture a Porta Pia. Eppure sei persone hanno dovuto trascorrere in carcere quasi quattro giorni, private della loro libertà personale e additate da tv e giornali come violenti. Che ora farebbero bene a chiedere scusa. Così come dovrebbero chiedere scusa coloro che decidendo il capo d'imputazione nei loro confronti avevano abusato in colpevole fantasia sostenendo che il fatto che i manifestanti in tasca o scritto a penna su un braccio avessero i numeri degli avvocati del Legal Team costituisse una 'aggravante' al reato già pesante di resistenza a pubblico ufficiale. E' bene che tutti, la prossima volta, portino con sé ai cortei il numero di un legale al quale affidarsi in caso di arresto perché come abbiamo visto sabato la repressione è cieca e colpisce nel mucchio.
Finché non è arrivata la notizia della liberazione, accolta da un'ovazione, da questa mattina alle 10 era in corso un presidio di massa davanti all'ingresso del carcere romano di Regina Coeli dove si stavano svolgendo gli interrogatori di garanzia dei sei compagni e compagne. "Tutti liberi tutte libere" è stato lo slogan più volte scandito dai circa 200 manifestanti che hanno anche esposto uno striscione con la scritta: "Chi devasta e saccheggia le nostre vite è lo Stato, liberi tutti" ed altri che facevano riferimento alla repressione contro le lotte sociali e il movimento No Tav. "Non accetteremo mai alcuna divisione tra buoni e cattivi, crediamo che l'intelligenza collettiva di una piazza sia responsabilità di tutti, sia quando va 'bene' che quando va 'male', e che nessuno debba mai sottrarsi a questo" affermano gli attivisti che stanno presidiando l'entrata del carcere sul Lungotevere.
Gli interrogatori, iniziati con forte ritardo, sono terminati poco dopo le 13 e poi i giudici si sono riuniti in camera di consiglio. Durante gli interrogatori gli avvocati della difesa hanno prodotto foto e filmati che attestano l'arbitrarietà degli arresti e della carcerazione per i loro assistiti e assistite, fermati dopo una carica in via XX Settembre davanti alla Sede del Ministero dell'Economia e delle Finanze che ha travolto alcuni spezzoni del corteo che stavano semplicemente passando nel momento in cui alcuni gruppi di dimostranti incappucciati hanno bersagliato l'ingresso e i celerini di petardi. In attesa per tutto il giorno davanti all'ingresso del carcere romano stamattina anche i genitori di alcuni degli arrestati, in particolare quelli di Sara e Celeste, le due universitarie di Napoli rinchiuse a Rebibbia da sabato scorso e stamattina trasferite a Regina Coeli per gli interrogatori.''Mia figlia - ha detto il padre di Celeste alle agenzie di stampa - si è fermata per aiutare una sua amica ad alzarsi da terra e poi è stata travolta dalla calca e gli agenti l'hanno fermata. Dalle immagini dei video si vede chiaramente che lei stava solo aiutando la sua amica ad alzarsi e io sono orgoglioso di questo gesto di solidarietà che ha avuto. Era a Roma solo per dimostrare democraticamente. L'avvocato mi ha detto che è serena in carcere. Abbiamo fiducia nella giustizia. Ieri sono andato al carcere a portarle un cambio, avrei voluto darle un libro di Sciascia ma non mi è stato permesso''.

2013-10-23 10.47.10


Stanotte anche Napoli si era riempita di cartelli e striscioni che chiedevano la liberazione degli arrestati alla manifestazione di sabato. Numerose statue e monumenti "hanno preso la parola" per amplificare questa rivendicazione.
Proprio a Napoli i movimenti e i collettivi studenteschi danno appuntamento per venerdì 25 ottobre per una nuova mobilitazione a sostegno delle parole d'ordine delle due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre e per chiedere la liberazione immediata di tutti gli attivisti e i dimostranti arrestati. Scrivono i promotori nell'appello di convocazione del corteo che partirà alle 9,30 da Piazza del Gesù: "Per chiedere la libertà per tutti i manifestanti arrestati il 19 ottobre, e per tutti i ragazzi che sono in carcere solo per essersi ribellati a questo stato di cose, come già era successo il 14 dicembre del 2010 e il 15 ottobre del 2011. Per dimostrare a chi ci ha arrestato e criminalizzato che non ci hanno per nulla intimorito, anzi: che la nostra lotta continua e si allarga. Perché tutte quelle idee, quella rabbia, quei contenuti che erano in piazza a Roma trovino espressione anche nella nostra città, e magari cominci finalmente quella sollevazione di cui abbiamo tutti bisogno". 
A Napoli già per domani, giovedì 24 Ottobre, all'aula Matteo Ripa di Palazzo Giusso, è prevista una nuova assemblea pubblica a partire dalle 16.30 dopo quella già realizzata lunedì pomeriggio sfociata poi in un corteo improvvisato nelle vie del centro della città.


Ultima modifica il Mercoledì, 23 Ottobre 2013 16:36



Fonte:


Qatar, sentenza definitiva: 15 anni per il poeta del Gelsomino

Muhammed al Ajami e' stato condannato a 15 anni di carcere duro per la sua poesia sulla rivoluzione tunisina che punta l'indice anche contro emiri e re del Golfo
 




martedì 22 ottobre 2013 14:04



di Michele Giorgio

Roma, 22 ottobre 2013, Nena News - Nessuna clemenza per Ibn al-Dheeb colpevole di avere scritto in una poesia "siamo tutti Tunisia di fronte all'elite repressiva". Il poeta qatarino Muhammad al-Ajami, piu' noto come Ibn al-Dheeb, e' stato condannato dalla Corte di Cassazione di Doha a 15 anni di reclusione per quel verso ritenuto ostile all'emirato del Qatar. Il suo avvocato, Néjib al-Naimi, ha parlato di "sentenza politica" - sulla quale non ci sono dubbi - e ha auspicato un atto di grazia da parte del nuovo emiro, Tamim bin Hamad al-Thani. Grazia alla quale pochi credono. I regnanti assoluti del Qatar, impegnati con armi e soldi a "portare la democrazia" a casa del nemico Bashar Assad, non hanno alcuna intenzione di allentare la morsa della repressione a casa loro.



Poeta 36enne, al Ajami era stato arrestato per la sua poesia intitolata 'Gelsomino Tunisino' in cui si legge la "frase incriminata". La Cassazione lo ha riconosciuto colpevole di avere "incitato alla rivolta" contro l'emirato, stretto alleato degli Stati Uniti.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso parole di condanna fin dall'arresto del poeta. Amnesty International defini' la sentenza all'ergastolo pronunciata nel 2012, poi ridotta a 15 anni, come "un'oltraggiosa violazione della liberta' di espressione".

Al Ajami ha commesso un altro "reato", avere spiegato che l'ex emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e gli altri sceicchi del Qatar "passano il tempo a giocare alla playstation".

La vicenda di al Ajami risale a un anno fa. Lo scorso 16 novembre fu arrestato e il 29 novembre condannato all'ergastolo per la poesia che, secondo le autorita', esortava la popolazione al colpo di Stato. "Il processo a cui è stato sottoposto non è stato equo", commento' Cecile Pouilly, portavoce dell'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, riportando alla stampa l'irregolarità della procedura processuale e il fatto che il processo stesso si fosse tenuto a porte chiuse.

Gli avvocati del poeta e osservatori esterni infatti non furono ammessi in tribunale e lo stesso Al Ajami era assente al momento della lettura della sentenza.

Il successivo 27 gennaio, probabilmente per le pressioni internazionali, ad al Ajami la pena e' stata ridotta a 15 anni. Sentenza ora confermata dalla Cassazione.

La poesia "Tunisian Jasmine" era stata scritta da Al Ajami in sostegno alle rivolte della Primavera Araba. Ne riportiamo la traduzione, a cura di Marta Ghezzi per Osservatorio Iraq.

"Oh signor primo ministro, oh Mohammad al-Ghannoushi

se guardiamo al tuo potere, esso non deriva dalla Costituzione.

Non piangiamo Ben Ali, né piangiamo la sua epoca, che rappresenta solo un piccolo punto nella linea della storia.

La dittatura è un sistema repressivo e tirannico, la Tunisia ha annunciato la sua rivolta popolare.

Se critichiamo, critichiamo solo ciò che è meschino e infimo se cantiamo lodi, lo facciamo in prima persona.

La rivolta è iniziata con il sangue del popolo, ribelle, e ha dipinto la liberazione sui volti di ogni essere vivo.

Sappiamo che faranno ciò che vogliono e sappiamo che tutte le vittorie portano con sé eventi tragici, ma povero quel Paese che fa dell'ignoranza il suo governante e crede nella forza delle forze americane, e povero quel Paese che affama il suo popolo mentre il governo gioisce dei successi economici, e povero quel Paese i cui cittadini si addormentano con la cittadinanza e si svegliano senza, e povero quel sistema che eredita repressione.

Fino a quando sarete schiavi di tanto egoismo?

Quando il popolo prenderà coscienza del suo vero valore?

Quel valore che gli viene nascosto e che presto dimentica?

Perché i governi non scelgono mai il modo per porre fine al sistema del potere tirannico che sa della sua malattia e insieme avvelena il suo popolo, che sa che domani sulla sua sedia si siederà il suo successore.

Non tiene in conto che la patria porta il nome suo e della sua famiglia, quella stessa patria che conserva la sua gloria nelle glorie del popolo, quel popolo che risponde con una voce sola ad un solo destino: siamo tutti tunisini davanti all'oppressore!

I governi arabi, e chi li guida, tutti ugualmente ladri.

Quella domanda che toglie il sonno a chi se la pone, non troverà risposta in chi incarna l'ufficiale.

Se possiamo importare ogni cosa dall'Occidente, perché non importiamo anche i diritti e la libertà?



Fonte: